L'Unione fa la Terra

L’Unione fa la Terra. Le sfide ambientali viste con gli occhi dei cittadini europei

Da celebrità come Bianca Balti al ragazzino che sciopera per il clima, ciascuno di noi ha un sogno nel cassetto legato al futuro sostenibile del Pianeta. Il Parlamento europeo in Italia si mette in ascolto.

Da luglio diremo addio a posate, piatti e bastoncini per palloncini in plastica monouso, in presenza di alternative valide e meno inquinanti. Il 19 per cento del territorio terrestre del nostro paese e il 4 per cento di quello marino sono ufficialmente protetti nella rete Natura 2000. I pesticidi neonicotinoidi, dannosi per la salute delle api, non possono essere più spruzzati all’aperto. C’è un filo rosso che lega tra loro queste e altre vittorie ambientali: se sono diventate realtà, dobbiamo ringraziare l’Unione europea. La stessa Unione europea che promette di azzerare le proprie emissioni nette di gas serra entro il 2050, assumendosi un ruolo di pioniera nella lotta contro i cambiamenti climatici.

Guarda la prima puntata della rubrica L’Unione fa la Terra, a cura di Eva Giovannini

Voglio un Pianeta così

Ma gli italiani sono consapevoli di queste conquiste? Quali sono le cause ambientali a cui tengono di più? Sono disposti a fare la loro parte, in famiglia o sul lavoro, per cambiare le cose? A queste e altre domande vuole dare una risposta la nostra nuova rubrica L’Unione fa la Terra, a cura della giornalista Eva Giovannini. Con questi contenuti inediti anche LifeGate si unisce al percorso di Voglio un Pianeta così, la fortunata campagna di comunicazione lanciata dall’ufficio in Italia del Parlamento europeo.

Greta Thunberg, Parlamento europeo
Greta Thunberg si rivolge alla commissione Ambiente del Parlamento europeo © European Union 2020 – Source: EP

Volti e storie di chi si dedica al nostro Pianeta 

Voglio un Pianeta così è un racconto a più voci che si snoda tra YouTube, Facebook, Twitter e Instagram. C’è la vox populi raccolta nelle strade e nelle piazze delle nostre città per indagare sulla sensibilità dei nostri connazionali nei confronti dell’ambiente. Ci sono le piccole e grandi storie di persone comuni che hanno deciso di attivarsi, con i propri mezzi e la propria attitudine: dal pasionario 94enne che raccoglie rifiuti in spiaggia, al dodicenne foggiano che sciopera da solo emulando Greta Thunberg. Ci sono i testimonial del mondo dello spettacolo. E ci sono le startup che sull’uso responsabile delle risorse della natura hanno costruito un progetto imprenditoriale.

Un mosaico di volti e di voci che descrivono in video come dovrebbe essere il Pianeta in cui vogliono vivere, concentrandosi su cinque grandi aree: spreco alimentare, inquinamento atmosferico, biodiversità, utilizzo della plastica e impatto dei cambiamenti climatici. Ma ciascuno di noi è libero di aggiungere il proprio tassello: basta pubblicare un video nei social media con l’hashtag #vogliounpianetacosì, magari taggando le pagine del Parlamento europeo in Italia.

Bianca Balti, testimonial d’eccezione di Voglio un Pianeta così

“Credo che spetti alle istituzioni ascoltare la scienza e fare riforme per salvaguardare il pianeta. Per cui ho voluto lanciare un messaggio proprio a loro”, spiega a LifeGate Bianca Balti. La celebre top model italiana, che da anni vive a Los Angeles ma resta ancora molto legata alla sua Lodi, è una delle testimonial di punta di Voglio un Pianeta così. Balti condivide in video il suo auspicio per “un Pianeta dove l’interesse collettivo prevalga sull’egoismo individuale”, “un Pianeta dove la tutela della natura diventi una priorità nell’agenda politica di qualsiasi partito”, “la preservazione di Venezia sia più importante degli interessi delle navi da crociera” e “lo smantellamento dei rifiuti delle aziende del nord non finisca più nel sottosuolo campano”. Insomma, “un Pianeta con una coscienza”.

Insieme a lei, hanno risposto all’appello anche l’attore Alessandro Gassman, il cantante Lorenzo Baglioni, lo youtuber Tudor Laurini (in arte Klaus), il gruppo musicale Eugenio in via di gioia, i conduttori televisivi e divulgatori Mario Tozzi e Licia Colò, il make up artist Diego dalla Palma e altri volti celebri.

Bianca Balti dedica una riflessione al settore della moda, in cui lavora ai massimi livelli da 16 anni, e ci invita a fare altrettanto. “In questi anni il cambiamento più grande che è avvenuto è il fast fashion. Si, c’erano già marchi come Zara e H&M, ma avevano pochi punti vendita e perciò un impatto impossibile da paragonare a quello che hanno oggi. Ricordo anche che, a un certo punto, persino marchi del lusso iniziarono a produrre in Cina; senza cambiare i prezzi, solo per aumentare il profitto”. E noi consumatori? Non possiamo stare fermi ad aspettare che le cose cambino, sostiene, ma “dobbiamo acquistare da chi rappresenta i nostri valori etici”, lasciandoci alle spalle il consumismo a tutti i costi. Tutto questo, con la salda guida delle istituzioni. “Sono loro che devono imporre divieti e stipulare regole ferree. Sono loro che devono porre domande specifiche agli scienziati e legiferare di conseguenza”.

Bianca Balti, Voglio un Pianeta così
Bianca Balti è tra i testimonial di punta della campagna Voglio un Pianeta così © Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for L’Oreal Paris

Edoardo e Valentina, i viaggiatori ecologici

“Il nostro viaggio non ha mete, né confini. La nostra casa è un camper del 1989 che ci accompagnerà alla scoperta del mondo”. Si presentano così Edoardo e Valentina, meglio noti su Instagram come i viaggiatori ecologici, che da un paio d’anni vanno alla scoperta degli angoli più suggestivi del nostro Paese a una velocità di punta di 85 chilometri orari. Oltre a dare il buon esempio con uno stile di vita che riduce all’osso gli sprechi e predilige l’autoproduzione e gli acquisti dai piccoli produttori locali, per ogni tappa organizzano una raccolta di rifiuti, imbattendosi nei classici mozziconi di sigaretta sulla spiaggia così come in vere e proprie discariche abusive. “Le nostre attività fanno effetto sulle persone che ci circondano”, raccontano a LifeGate. “I più adulti quasi si emozionano nello scoprire che qualcuno prende a cuore il territorio in cui sono cresciuti, gli studenti ci invitano alle assemblee di classe. I più piccini, quando vedono una bottiglietta abbandonata sul marciapiede, magari vanno a dirlo alla mamma”.

Partiti in autonomia, autofinanziandosi, circa un anno fa sono stati contattati da un affermato canale editoriale specializzato negli esperimenti sociali (The show is you). “Per noi è stato un momento di svolta, perché ci ha permesso di entrare in una rete di professionisti, costruire le basi economiche del nostro progetto e trasmettere i nostri messaggi a un pubblico molto più grande. Certo, siamo stati un po’ sfortunati, perché appena abbiamo iniziato questa collaborazione è scoppiata la pandemia!”, spiega Valentina. “Mentre aspettiamo di ripartire, siamo impegnati a scrivere, progettare le tematiche da trattare quest’anno e girare video divulgativi sulla sostenibilità. Ci manca il camper, non certo le idee!”, le fa eco Edoardo.

Una politica ambientale costruita mattone su mattone

Se oggi è frequente imbattersi in persone comuni che hanno fatto della sostenibilità il loro pane quotidiano, non si poteva dire lo stesso nel 1972, quando l’Unione europea poggia la prima pietra della sua politica ambientale. Sulla scia della prima conferenza Onu sul tema, i capi di Stato e di governo, riuniti a Parigi per il Consiglio europeo, mettono nero su bianco la necessità di un programma d’azione unitario che coniughi la crescita economica con la tutela delle risorse. Per arrivare a una vera e propria base giuridica però bisogna aspettare l’Atto unico europeo del 1987, ben quindici anni dopo.

I trattati di Maastricht (1993) e Amsterdam (1999) danno all’ambiente un ruolo sempre più centrale nelle politiche europee. Con il trattato di Lisbona (2009), poi, l’Unione europea acquisisce una personalità giuridica: ciò significa che può (anzi, deve) aderire alle organizzazioni internazionale e firmare trattati per le materie di sua competenza, facoltà che fino a quel momento era riservata ai singoli Stati membri. Sempre nelle pagine del trattato di Lisbona troviamo la promessa formale di combattere i cambiamenti climatici e perseguire lo sviluppo sostenibile nelle relazioni con i paesi esteri.

L’Europa dal cuore verde

Il trattato di Lisbona è una pietra miliare perché ha come esito il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la base del diritto dell’Unione, che parla espressamente di ambiente agli articoli 11, 191, 192 e 123. Qualsiasi scelta europea relativa all’ambiente deve essere coerente con alcuni princìpi ben precisi. Il primo è quello di precauzione. Se si teme che un certo prodotto sia dannoso e la scienza non è ancora in grado di esprimersi con un “sì” o un “no” netto, le istituzioni possono ritirarlo sul mercato almeno fino a quando non ci saranno conoscenze più affidabili. Con il principio di prevenzione, le istituzioni europee ribadiscono che evitare alla fonte che si verifichi un problema ambientale è di gran lunga preferibile alla prospettiva di doverlo riparare a cose fatte. E se proprio un operatore è responsabile di un danno al territorio, all’aria o all’acqua, è compito suo rimediare accollandosene i costi (chi inquina paga).

Su quest’architrave si reggono gli standard ambientali europei, perfezionati a più riprese fino a essere annoverati all’unanimità tra i più avanzati in assoluto. Ma le regole comuni possono garantire i risultati auspicati soltanto se vengono applicate in modo solerte da tutti, ama sottolineare l’Europarlamento. È chiaro che ciascuno dei ventisette Stati membri ha le sue peculiarità e anche le sue difficoltà, ma è altrettanto chiaro che questa non può essere una scusante per l’inerzia. Dal livello macro delle istituzioni europee a quello micro dei comportamenti individuali, quindi, ogni azione conta. Perché l’unione fa la forza; o meglio, l’Unione fa la Terra.

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