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L’economia circolare è un nuovo modello di business che affronta alcune esternalità produttive ignorate fino a poco tempo fa, come rifiuti, inquinamento, consumo d’acqua ed energia. Un modo diverso di vedere la produzione che, in realtà, ricorda molto da vicino i cicli naturali: sono completi, efficienti e interconnessi. Le città, proprio come già fanno le
L’economia circolare è un nuovo modello di business che affronta alcune esternalità produttive ignorate fino a poco tempo fa, come rifiuti, inquinamento, consumo d’acqua ed energia. Un modo diverso di vedere la produzione che, in realtà, ricorda molto da vicino i cicli naturali: sono completi, efficienti e interconnessi.
Le città, proprio come già fanno le aziende più virtuose, possono diventare degli ottimi laboratori di questo modello sistemico. E uno studio del Cesisp (Centro di economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico dell’Università di Milano-Bicocca) ha voluto indagare, nel Belpaese, quali sono i capoluoghi più sensibili in tal senso.
1. Milano
2. Firenze
3. Torino
4. Bologna
5. Roma
6. Genova
7. Bari
8. Napoli
9. Palermo
10. Catania
Ma come nasce l’idea di dare un voto alle nostre città? Si tratta di un’intuizione di sicuro affascinante, ma non certo immediata da mettere in pratica. Non stupisce, dunque, che la classifica sia soltanto il punto d’arrivo di un percorso di ricerca piuttosto complesso. Come prima cosa, i ricercatori del Cesisp hanno suddiviso il mondo dell’economia circolare in cinque grandi aree e per ciascuna di esse hanno scelto una serie di indicatori da misurare in modo oggettivo, assegnando un punteggio da 1 a 5. La media dei venti indicatori corrisponde al punteggio finale.
Se il punto di partenza sono i cosiddetti input sostenibili (efficienza energetica e produzione di energia da fotovoltaico, numero di auto elettriche e ibride in circolazione e di colonnine di ricarica, densità di aree verdi), il secondo pilastro è molto meno “tecnico” e molto più “sociale”. Sotto la definizione-ombrello di livello di condivisione sociale, infatti, gli studiosi hanno scandagliato la quota di volontari sulla popolazione complessiva, il numero di orti urbani e la quantità di case disabitate.
Mettere in pratica l’economia circolare significa anche trovare nuovi modelli di business per offrire prodotti sotto forma di servizi, puntando sul trasporto pubblico, sulle piste ciclabili e sul car sharing. Il quarto pilastro è rappresentato dalle soluzioni per la cosiddetta end of life dei prodotti: seconda mano, depurazione dell’acqua, gestione dei rifiuti e percentuale di raccolta differenziata. Infine, le misure per estendere la vita utile di beni e servizi: spesa dell’amministrazione per gli interventi di manutenzione, uso efficiente del suolo, efficienza della rete idrica e politiche di responsabilizzazione dei cittadini.
Dieci i centri italiani che sono passati sotto la lente del Cesisp, cioè tutti quelli con più di 300.000 abitanti. Il podio spetta a Milano, Firenze e Torino, ma non mancano alcune sorprese. Roma per esempio “vince” nel campo degli input sostenibili, anche in virtù del suo territorio molto esteso e dei bassi consumi di energia in rapporto al pil urbano. Genova si spartisce con il capoluogo lombardo il primato sull’estensione della vita utile delle risorse, mentre Firenze primeggia in termini di volontariato.
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