L’Onu ha pubblicato il World Ocean Assessment, corposo rapporto sullo stato di salute degli oceani, che costituisce di fatto un appello per salvarli.
È stata pubblicata la lista stilata dal Global Canopy Programme che analizza l’operato di aziende, Paesi e istituzioni finanziarie principalmente coinvolti nel fenomeno della deforestazione.
La foresta Amazzonica, ultimo grande polmone del pianeta, è sempre più spoglia, violentata dalla deforestazione che, secondo un recente studio, è aumentata di quasi il 30 per cento nell’ultimo anno. Con grande e colpevole ritardo però, imprese e governi stanno finalmente adottando politiche volte ad escludere la deforestazione dalle loro catene di approvvigionamento.
Secondo il Global Canopy Programme, think tank composto da 37 istituzioni scientifiche provenienti da tutto mondo che opera per accelerare la transizione verso un’economia non più basata sulla deforestazione, sono solo 500 gli attori globali responsabili di circa il 40 per cento della deforestazione globale. Dal 2013 ogni anno l’organizzazione stila la Forest 500 list, classifica che analizza i principali colpevoli della perdita di copertura arborea, prendendo in esame le loro politiche aziendali relative ai sei rischi principali per le foreste: la produzione di olio di palma, di manzo, di cuoio, di legname, di cellulosa e di carta.
Quest’anno la ricerca ha valutato, tramite l’assegnazione di punteggi basati sulle iniziative intraprese per contrastare il disboscamento, 250 aziende, 150 fondi d’investimento e grandi banche, 50 Stati sovrani e 50 organizzazioni. I risultati sono stati pubblicati nel rapporto Sleeping giants of deforestation. Nonostante i segnali di miglioramento tra le aziende leader, il tasso di progresso della maggior parte delle aziende è ancora insufficiente per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020. Appena l’11 per cento delle imprese esaminate infatti ha elaborato nuove politiche contro la deforestazione o migliorato quelle già esistenti, mentre il 57 per cento ha ancora politiche deboli o addirittura inesistenti.
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Il settore dell’allevamento di bestiame resta il principale colpevole di perdita di foreste nel mondo e, secondo il Global Canopy Programme, solo il 26 per cento delle imprese che operano in questo comparto hanno una seria politica per compensare l’impatto ambientale della loro attività, ancora meno (appena il 16 per cento) quelle che attuano iniziative concrete per fermare la deforestazione.
Le aziende che hanno migliorato sensibilmente le proprie politiche in materia ambientale e sociale e ottenuto il miglior punteggio sono la multinazionale statunitense Colgate-Palmolive, la multinazionale britannica Marks & Spencer e la società di beni di consumo norvegese Orkla Group. Si confermano invece a punteggio pieno il Gruppo Danone, Nestlé, Unilver, Kao Corporation, Procter & Gamble e Reckitt Benckiser Group. In fondo alla classifica troviamo invece prevalentemente società cinesi e russe, come Vickwood Group, Shandong Sunrise Group, TD Pervomajskij Hladokombinat e Magnit Group. Ma anche le statunitensi Samsonite International e Skechers e la francese Vivarte.
I comportamenti virtuosi, si sa, sono rari e potrebbero essere “agevolati” dalle istituzioni finanziare che dovrebbero disincentivando la deforestazione. Dal rapporto emerge però che solo il 3 per cento delle banche e dei fondi di investimento valutati hanno adottato politiche in questa direzione. Il 75 per cento degli istituiti continua a finanziare clienti che non si preoccupano di fermare la distruzione delle foreste.
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