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Il 31 ottobre il castello di Shuri, nell’isola di Okinawa, è stato divorato dalle fiamme. Non è stato ancora possibile ricostruire le cause del disastro.
Un devastante incendio ha raso al suolo il castello di Shuri, che si trova a Naha, capitale dell’isola giapponese di Okinawa. L’allarme è scattato giovedì 31 ottobre alle 2:40 ora locale (in Italia, le 18:30 del pomeriggio di mercoledì): le fiamme si sono propagate rapidamente da un edificio all’altro, per poi essere domate intorno alle 13:30. Del castello, che è patrimonio dell’umanità Unesco, ora rimane soltanto lo scheletro.
Sembra che non ci siano feriti, ma i residenti della zona sono stati evacuati per sicurezza mentre era in corso l’intervento dei vigili del fuoco, reso ancora più complicato dal forte vento. Non è stato ancora possibile ricostruire il motivo dell’accaduto, ha dichiarato Ryo Kochi, portavoce della polizia della prefettura di Okinawa.
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Situato su una piccola altura che sovrasta la città di Naha, il castello di Shuri è di origini medievali; le prime rovine sono state datate verso la fine del XIV secolo. È stato a lungo la residenza ufficiale dei sovrani delle isole Ryūkyū, che furono formalmente annesse al Giappone nel 1879. Oltre all’edificio principale, l’area comprende elementi architettonici di pregio come la porta Shureimon, la porta Kankaimon e la porta di pietra Sonohyan Utaki ishi-mon, dove il sovrano pregava per il buon auspicio dei suoi prossimi viaggi.
Per tre volte, ricorda la Bbc, il castello di Shuri venne distrutto e poi ricostruito durante il regno Ryūkyū. Nel 1945 a raderlo al suolo furono le forze armate americane a seguito della lunga e violenta battaglia di Okinawa, dove morirono più di 200mila persone su entrambi i fronti (incluso circa un quarto della popolazione civile dell’isola).
Gli Stati Uniti mantennero il controllo dell’isola fino al 1972, vent’anni dopo rispetto al Trattato di San Francisco che sancì l’indipendenza del Giappone. In seguito, il sito fu restaurato completamente e riaprì al pubblico nel 1992, diventando un simbolo di identità e di riscatto dopo gli orrori della guerra. Nel 2000 l’Unesco lo inserì nella lista dei patrimoni dell’umanità.
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