Il Green Deal europeo visto con lo sguardo dei cittadini

Il Green Deal europeo, lanciato dalla Commissione di Ursula von der Leyen, è una colossale trasformazione che coinvolge l’economia, l’industria e la società. Di fronte a una sfida di questo calibro, i cittadini si stanno mostrando attenti e proattivi.

Partecipato, dibattuto, collettivo. È il cammino verso il Green Deal europeo, il colossale piano di transizione verde con cui l’Unione europea intende azzerare il suo impatto climatico entro il 2050. Una missione che impone di tagliare le emissioni, radicalmente e fin da subito. Ma non solo. “Si tratta di fare rinnovamenti di sistema nella nostra economia, società e industria. Si tratta di costruire un mondo più forte in cui vivere”, ha sottolineato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a settembre 2020 nel suo primo, attesissimo, discorso sullo Stato dell’Unione. “Dobbiamo cambiare il modo in cui trattiamo la natura, il modo in cui produciamo e consumiamo, viviamo e lavoriamo, mangiamo e ci riscaldiamo, viaggiamo e trasportiamo”, ha continuato. “Questo è un piano per una vera ripresa. È un piano di investimenti per l’Europa”.

Cruciale per il buon esito di questo percorso è “non lasciare indietro nessuno”. In quei territori ancora fortemente legati a un’economia fossile interverrà quindi il meccanismo per una transizione giusta, che prevede di mobilitare almeno 150 miliardi di euro. Bisognerà infatti riconvertire i siti produttivi obsoleti, assicurare l’accesso all’energia, creare opportunità di impiego, offrire formazione professionale e non solo.

Con una posta in gioco così alta, la comunità merita di essere coinvolta fin dal primo momento. L’Unione europea lo sta facendo, con un vasto programma di consultazione pubblica che entra nel merito di questioni dirimenti. I cittadini, da parte loro, si sono fatti trovare pronti. Anzi, vaste parti della società civile hanno deciso di fare un passo in più. Fanno sentire la propria voce, espongono nuove idee, pungolano le istituzioni per spingerle ad alzare ancora di più il livello delle loro ambizioni.

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Il Green Deal europeo comprende anche il meccanismo per una transizione giusta, volto ad accompagnare le regioni ancora fortemente legate a un’economia fossile. Come la Polonia, dove il carbone tuttora rappresenta il 73 per cento della produzione di energia © Omar Marques/Getty Images

I cittadini si esprimono sul futuro verde dell’Europa

Durante la lunga fase preparatoria che precede l’entrata in vigore di una nuova normativa, per la Commissione europea è prassi rivolgersi ai cittadini e – più in generale – a tutti gli attori che saranno in un modo o nell’altro coinvolti. L’azione sul clima, cruciale per il futuro collettivo, non fa eccezione. Ecco quindi che nella cornice del Green Deal sono state lanciate diverse consultazioni pubbliche. Nel concreto, si tratta di questionari che restano online per almeno dodici settimane in una sezione apposita del sito della Commissione. Cittadini, realtà della società civile, aziende, ong, università e amministrazioni locali così sono liberi di esprimere il loro punto di vista sulle politiche esistenti e su quelle in fase di sviluppo, indicare gli aspetti che ritengono prioritari, mettere a disposizione l’esperienza che hanno maturato sul campo. Le risposte arrivano direttamente alla Commissione, senza intermediari.

Nell’ultimo anno gli stakeholder sono stati interpellati sull’ipotesi di rendere ancora più ambizioso l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030, portando dal 40 al 50-55 per cento rispetto ai livelli del 1990. Una proposta che alla fine la Commissione ha fatto propria, e che è stata uno dei punti cardine del discorso sullo Stato dell’Unione tenuto dalla presidente von der Leyen. Tra marzo e giugno del 2020 è stato il turno del questionario volto a definire il Patto climatico europeo, con cui l’Unione intende chiamare in causa più da vicino i cittadini e la comunità nell’azione per il clima. Un’altra consultazione chiusa a fine agosto invece ha riguardato la futura strategia di adattamento ai cambiamenti climatici.

Dagli scioperi in piazza nascono proposte concrete

Non si può certo dire che il clima non sia un tema sentito. Lo dimostrano le immagini delle piazze di Roma, Londra, Parigi, Berlino e altre grandi e piccole città, affollate da centinaia di migliaia di ragazzi in occasione degli scioperi per il clima. Quando l’emergenza sanitaria ha imposto il distanziamento, gli studenti non si sono arresi ma hanno semplicemente spostato le loro manifestazioni online. Per poi tornare a incontrarsi di persona il 25 settembre 2020, Giornata mondiale di azione per la giustizia climatica.

clima manifestazione grecia
Una manifestazione del movimento “Fridays for future” ad Atene, il 27 settembre 2019 © Louisa Gouliamaki/Afp/Getty Images

I Fridays for future non hanno alcuna intenzione di fermarsi a un piano puramente ideale. Ne hanno dato prova quando, grazie all’azione congiunta di diversi gruppi europei e il supporto tecnico di scienziati ed esperti, hanno messo a punto la loro prima Ice – Iniziativa dei cittadini europei, collegata a una petizione che dovrà raccogliere almeno un milione di firme entro il 23 marzo 2021. Se l’Ice soddisferà tutte le condizioni, la Commissione europea la prenderà in considerazione. Entro tre mesi si svolgerà quindi un incontro tra i funzionari dell’Unione e il comitato organizzatore, che potrà poi illustrare la propria iniziativa durante un’audizione al Parlamento europeo. A quel punto la Commissione pubblicherà una risposta formale, spiegando le ragioni per cui proporrà o non proporrà una nuova legge sulla base della proposta ricevuta.

Facendo leva su alcuni studi scientifici, i proponenti sostengono che raggiungere la carbon neutrality entro il 2050 non sia sufficiente per contenere l’aumento delle temperature medie globali entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Il primo punto della proposta di legge è quindi quello di modificare le nationally determined contributions dell’Unione (cioè gli impegni di riduzione delle emissioni nell’ambito dell’Accordo di Parigi), al fine di ridurre dell’80 per cento le emissioni di gas serra entro il 2030 e raggiungere la carbon neutrality in tutti gli Stati membri già nel 2035. La seconda proposta è quella di tassare i prodotti di importazione sulla base dei gas serra che sono stati emessi per realizzarli. Collegata a quest’ultima c’è anche la richiesta di sottoscrivere accordi commerciali solo ed esclusivamente con paesi che stanno facendo la loro parte per contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi; un requisito che escluderebbe gli Stati Uniti e il Mercosur. Il quarto e ultimo punto prevede di produrre materiale didattico gratuito sulle questioni legate al clima, da introdurre nei programmi scolastici di tutti gli Stati membri.

Un piano dal basso per il sistema energetico europeo

Prendono il via da considerazioni analoghe Climate action network (Can Europe), coalizione di 170 organizzazioni ambientaliste con sede in 38 Stati, e l’European environmental bureau, che riunisce circa 150 organizzazioni di attivismo civico in una trentina di Paesi. Insieme hanno elaborato uno scenario energetico europeo alternativo che risulterebbe pienamente compatibile con l’Accordo di Parigi sul clima.

Cinque i suoi pilastri. Innanzitutto riqualificare gli edifici, modernizzare i processi produttivi e incrementare l’efficienza energetica dei trasporti, al fine di arrivare nel 2050 a una domanda di energia dimezzata rispetto al 2015. In parallelo, spingere sulle fonti rinnovabili per le utenze domestiche – fino a coprire il 50 per cento del consumo finale lordo entro il 2030 e arrivare al 100 per cento dieci anni dopo – e sull’elettrificazione dei trasporti, degli impianti di riscaldamento e dei processi industriali. Questo percorso impone di chiudere definitivamente con i combustibili fossili entro il 2040, lasciando uno spazio (limitato) soltanto per l’idrogeno rinnovabile.

 autobus elettrico
Sistema di ricarica di un autobus elettrico a Helsinki © Pixabay

Con un approccio del genere, sostengono Can Europe e l’European environmental bureau, l’Europa potrebbe puntare ancora più in alto rispetto al Quadro 2030 per il clima e l’energia. Quest’ultimo prevede infatti di tagliare del 40 per cento le emissioni di gas serra (un target che la Commissione vuole alzare a 55), migliorare del 32,5 per cento l’efficienza energetica e arrivare a una quota del 32 per cento di energie rinnovabili. Target che – sostengono le organizzazioni – potrebbero essere alzati rispettivamente al 65 per cento, 45 per cento e 50 per cento.

La società civile chiama, l’Unione europea risponde

Quando a marzo del 2020 ha presentato la Legge sul clima, uno dei capisaldi della Commissione da lei guidata, Ursula von der Leyen ha lanciato un segnale ben preciso volendo accanto a sé Greta Thunberg. La giovane attivista svedese non ha perso l’occasione per esortare l’Unione a volare ancora più in alto. “Azzerare le emissioni nette entro il 2050 per l’Unione europea equivale a una resa. Significa arrendersi. Non abbiamo solo bisogno di obiettivi per il 2030 o il 2050. Prima di tutto abbiamo bisogno di obiettivi per il 2020 e per ogni mese e ogni anno da qui in avanti”, si legge nella lettera aperta che ha firmato insieme ad altri 33 attivisti.

“La Commissione sta incontrando in varie occasioni la società civile e le associazioni giovanili, a livello strutturato o informale. In questo momento le consultazioni sono soprattutto virtuali, ma ove possibile si organizzano anche incontri fisici”, conferma Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea. “Lo stesso nome del futuro programma Next Generation Eu, lo straordinario piano di rilancio dell’economia dopo l’emergenza sanitaria, ci dimostra che l’obiettivo è quello di occuparci delle giovani generazioni e guardare ai prossimi decenni”. Centrale in questo senso sarà anche il Patto europeo per il clima, che “vuole essere un’alleanza tra istituzioni, società civile e attori economici”, continua Gaudina. Nonostante il rinvio della Cop 26 di Glasgow, spostata di un anno a causa della pandemia, tale strumento verrà comunque presentato alla fine del 2020.

Stile di vita sostenibile, la chiave di volta per un cambiamento reale

Le istituzioni definiscono gli obiettivi e tracciano la rotta, ma non possono certo calare dall’alto una transizione di questo calibro. Il successo del Green Deal passa anche e soprattutto dalle scelte individuali che i cittadini compiono ogni giorno in famiglia, sul lavoro, in viaggio. Un tema, quello culturale, che non può essere sottovalutato in un’Unione che conta 27 Stati e quasi 448 milioni di abitanti.

Secondo una rilevazione condotta da Eurobarometro, il 94 per cento dei cittadini degli Stati membri ritiene importante proteggere l’ambiente, il 91 per cento annovera i cambiamenti climatici come un problema serio in Europa e l’83 per cento considera necessaria una legislazione europea sui temi ambientali. Quando si passa a esaminare i comportamenti concreti, però, emergono prepotentemente le discrepanze tra Paese e Paese. Discrepanze legate al retaggio storico, all’efficienza di infrastrutture e servizi, al grado di sensibilità maturato dalla popolazione.

Se quindi la media europea dice che il 66 per cento dei cittadini effettua regolarmente la raccolta differenziata dei rifiuti, nei fatti esistono eccellenze come la Francia (che vanta un 76 per cento) e situazioni ben più critiche come quella della Romania, ferma al 26 per cento. Altre buone abitudini tuttora vedono una diffusione piuttosto sporadica. Solo il 31 per cento degli europei evita i prodotti confezionati con un volume eccessivo di imballaggi, il 29 per cento fa del suo meglio per risparmiare acqua, il 19 per cento ha modificato la propria dieta per renderla più sostenibile.

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Secondo l’indagine di Eurobarometro, solo il 19 per cento dei cittadini europei ha modificato la propria dieta per renderla più sostenibile © Pixabay

Un’opera di informazione e comunicazione, tra scuole, territorio e social media

Le consuetudini di milioni di persone non possono essere certo stravolte dall’oggi al domani. Ma lavorando a tappeto sulla comunicazione, giorno dopo giorno, con il tempo i risultati arrivano. “Sono prevalentemente i singoli governi ad attivare le iniziative di sensibilizzazione per bambini e ragazzi, perché le scuole sono di competenza nazionale”, spiega Gaudina. A supportarli, mettendo a disposizione competenze, materiale didattico e opportunità d’incontro, sono i Centri di informazione Europe direct; sono circa cinquecento in tutt’Europa, 44 in Italia.

Le istituzioni, da parte loro, conducono svariate campagne rivolte alla popolazione. Una delle più recenti è Voglio un Pianeta così, con cui il Parlamento europeo ha coinvolto testimonial d’eccezione come Alessandro Gassmann, Bianca Balti, Lorenzo Baglioni, Eugenio in via di gioia, Mario Tozzi, Licia Colò e altri ancora. Cinque grandi temi – spreco alimentare, inquinamento atmosferico, biodiversità, plastica e cambiamenti climatici – sono stati raccontati mediante una serie di video brevi e d’impatto, pensati per la condivisione sui social media. È stata anche l’occasione per dare visibilità alle start-up impegnate per l’ambiente e alle storie dei cittadini che, nel loro piccolo, hanno deciso di fare la loro parte.

Martedì 29 settembre, prima Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari, è stato il turno della Rappresentanza in Italia della Commissione europea che ha lanciato Zero waste global convivium, una maratona virtuale sugli sprechi alimentari, insieme a Fao e-learning academy, Future food institute, Campagna spreco zero e Fondazione Fico.

Un viaggio tra laboratori, cucine, case e sedi istituzionali in tre diversi continenti, in cui esperti, ricercatori e chef hanno approfondito le problematiche ambientali, economiche e sociali legate allo spreco di cibo, suggerendo buone pratiche e soluzioni innovative. Un percorso che – ricorda Gaudina – si inserisce perfettamente nella cornice del Green Deal europeo, che ha tra i suoi pilastri l’alimentazione sostenibile e l’economia circolare.

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