Competenze, dedizione e consapevolezza. L’identikit degli startupper italiani che mettono al centro la sostenibilità

Gli startupper hanno qualcosa in comune tra loro? E ci sono dei tratti, in particolare, che contraddistinguono quelli più attenti alla sostenibilità?

  • In Italia, stando ai dati Istat, lo startupper tipo è un uomo laureato sulla quarantina.
  • I founder di startup sostenibili si distanziano, in parte, da questo identikit.
  • La presenza giovanile e femminile è rilevante.
  • Per molti, l’idea imprenditoriale arriva in una fase di cambiamento, come la nascita di un figlio.

“Costruire una missione e costruire un business sono due cose che vanno di pari passo”, afferma Mark Zuckerberg, fondatore di quella che un tempo era una startup unicornoFacebook – e ora è un vero e proprio impero. Di persone che credono fortemente in un’idea ce ne sono tante, ma non tutte hanno le competenze, gli strumenti e le risorse (economiche e umane) per trasformare la loro missione in una startup innovativa. La domanda sorge spontanea: gli startupper hanno qualcosa in comune tra loro? E cosa fa scattare quella spinta in più che porta alcuni di loro a mettere la sostenibilità al centro del proprio business, impegnandosi fin dal primo momento a migliorare un pezzetto di mondo e non solo a far crescere il proprio fatturato?

Lo startupper italiano tipo è un uomo sulla quarantina

Per quanto riguarda l’Italia, l’unica indagine condotta dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) ormai è un po’ datata, perché è stata pubblicata nel 2018 sulla base dei dati del 2015. Merita comunque una lettura, considerato che arriva dalla fonte statistica per eccellenza. Alla rilevazione hanno risposto 4.363 soci operativi, cioè soci che sono parte attiva della vita dell’impresa, a differenza di quelli che si limitano ad apportare capitali. In media le startup made in Italy ne hanno 2,2 ciascuno, su un totale di 4 soci totali. Le donne sono soltanto il 18 per cento e, in proporzione, sono più giovani: il 29 per cento infatti ha meno di 34 anni, percentuale che scende al 25,9 per cento per gli uomini. Guardando i valori medi, si scopre che il socio operativo tipo è un uomo di 43 anni. Il 72,8 per cento degli startupper ha almeno una laurea, il 16 per cento anche un dottorato.

A qualche anno di distanza, nel 2021, gli Osservatori startup intelligence e startup hi-tech hanno interpellato 174 startup italiane fortemente focalizzate sulla tecnologia. E, bene o male, l’identikit che ne emerge è lo stesso: in più dell’80 per cento dei casi lo startupper è uomo e laureato, soprattutto in discipline scientifiche, tecniche o manageriali. Anche l’età media è sempre intorno ai quarant’anni: 41, per la precisione.

I motivi per cui gli imprenditori danno vita a una startup innovativa

L’Istat fa sapere che quasi tutti i founder (l’87,1 per cento) hanno già avuto una precedente esperienza professionale; in più di un terzo dei casi con un contratto da dipendenti. La contaminazione culturale sembra fare bene, visto che più si uno su due (il 55 per cento) ha studiato o lavorato all’estero in passato. Volendo trovare una chiave di lettura, ciò testimonia quanto l’idea innovativa sia una componente necessaria ma non sufficiente: per dare vita a un’impresa occorre anche una profonda conoscenza del mercato, unita a molte altre competenze tecniche e trasversali (le cosiddette hard e soft skills).

L’indagine dell’Istat è interessante anche perché va oltre i dati socio-demografici, scandagliando i motivi per cui si intraprende un’avventura imprenditoriale. Ebbene, soltanto il 9,1 per cento degli startupper è mosso dalla pura e semplice necessità di trovare un’occupazione; le ambizioni più forti sono quelle a realizzare prodotti o servizi innovativi (77 per cento), creare un’impresa redditizia e di successo (63 per cento) e mettersi in proprio (29 per cento). Le soddisfazioni economiche magari arrivano, ma non subito e non per tutti: dopo un anno dalla fondazione della propria startup, circa un intervistato su due dichiara di percepire all’incirca lo stesso reddito di prima. Per uno su quattro è addirittura peggiorato.

Fasi startup team
Il team è fondamentale in una startup in crescita © Ing Image

Quante startup italiane hanno un impatto sociale positivo

Rispetto alla totalità delle imprese, le startup sono ancora una nicchia. Una nicchia che però merita di essere osservata con attenzione, per il suo enorme potenziale di crescita e la sua capacità di guardare oltre lo status quo. Social innovation monitor (Sim) alla fine del 2020 censiva 11.216 startup innovative operative in Italia, l’8,9 per cento in più rispetto all’anno precedente. La loro geografia è fortemente sbilanciata verso il nord Italia, Lombardia in particolare. A giugno 2022, la Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi ribadisce quanto Milano sia la capitale indiscussa con 2.737 startup innovative, staccando di netto Roma (1.599), Napoli (675) e Torino (532).

C’è anche una nicchia della nicchia, tanto piccola quanto preziosa. Ne fanno parte quelle startup che non si accontentano semplicemente di cambiare il loro settore, ma lo vogliono anche fare in chiave sostenibile per l’ambiente e le persone. Sim le chiama startup innovative a significativo impatto sociale e – sempre a fine 2020 – ne conteggia 349. In valore assoluto, è un numero molto ridotto. Rispetto al 2019, però, segna un balzo in avanti notevole: +23,8 per cento. Sintomo del fatto che, sempre più spesso, chi ha buone idee e buone capacità tiene gli occhi aperti sul mondo che lo circonda. E, nel suo piccolo, prova a correggerne le storture.

Se la startup è naturalmente sostenibile

Sono questi gli startupper con cui lavora quotidianamente LifeGate Way, l’ecosistema italiano dedicato a supportare e connettere startup sostenibili. “In un certo senso, hanno scelto la strada più difficile”, commenta Nicoletta Crisponi, communication & open innovation manager. “Gestire una startup sostenibile significa essere disposti a scontrarsi con colossi che sfruttano le economie di scala, scegliendo le materie prime più economiche, spostandosi laddove la forza lavoro costa meno e puntando sulla quantità”. Pensiamo per esempio alla differenza tra i sex toys di Green Vibes, realizzati in materiali naturali e certificati, e quelli dozzinali acquistati su internet per pochi euro. Convincere il consumatore a scegliere i primi significa aprire un dialogo a tutto tondo, sottraendosi alla pura e semplice guerra dei prezzi.

Un altro elemento di complessità sta nella scelta di porsi come mission, fin dal primo minuto, la sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Come ha fatto Biova, società benefit in via di certificazione come B-Corp, nota per la sua birra artigianale prodotta riutilizzando il pane invenduto dalla grande distribuzione. “Biova nasce per essere un business profit, per creare un ambiente di lavoro positivo e per rendere concreti i progetti di economia circolare“, sottolinea la co-founder Emanuela Barbano che, insieme a Franco Dipietro, approda a questa nuova avventura dopo un passato nell’advertising e nell’imprenditoria, un’esperienza di volontariato per una onlus che si occupa di recupero alimentare e un viaggio negli Stati Uniti per studiare l’upcycling.

“Solo chi è guidato da un purpose e da valori ben saldi può affrontare questa sfida. Dopo aver incontrato centinaia di founder, posso dire che sono persone integre che ponderano ogni ingrediente e perseguono la sostenibilità anche nella loro vita privata”, continua Crisponi.

Il profilo degli startupper sostenibili

“Se dovessi identificare dei tratti distintivi, suddividerei questi startupper in tre tipologie”, spiega. “La più spoglia è quella dei cosiddetti imprenditori seriali, cioè coloro che hanno una spiccata propensione al rischio e si mettono in continuazione alla prova, anche in settori diversi tra loro. Poi ci sono le nuove generazioni sustainable native, cioè quelle che sono cresciute con una spontanea attitudine per la sostenibilità”.

Di questo secondo gruppo fanno parte per esempio Arianna Pozzi, classe 2003, ideatrice di un’app (Gaia my friend) che aiuta ad abbinare al meglio i vestiti del proprio guardaroba invece di comprarne di nuovi. Poco più grande (1996) è Arianna Ortelli che, con Novis Games, ha voluto rendere accessibili i videogiochi anche alle persone non vedenti. Poi ci sono Chiara Maggio e Valentina Dell’Arciprete che, con Green Vibes, hanno voluto dare una veste ecologica all’industria del sesso, diffondendo un messaggio di consapevolezza ed emancipazione. Nasce da due giovani donne (Chiara Marconi e Federica Tiranti) anche Chitè Milano, brand di lingerie artigianale su misura che si adatta ai corpi femminili, invece di pretendere di standardizzarli in taglie precostituite.

Ivan Aloisio, fondatore di Fortunale © Fortunale

“Per molti altri startupper, infine, l’idea imprenditoriale arriva nel bel mezzo di una fase di grande cambiamento della propria vita”, conclude Nicoletta Crisponi. Silvia Turzio, dopo una carriera in campo assicurativo e finanziario, ha progettato VillageCare per andare incontro alle esigenze di chi, come lei, si trova ad accudire genitori anziani e non vuole per questo essere costretto a sacrificare la dimensione lavorativa. Per Ivan Aloisio, discendente di una famiglia di filatori di lana, il momento della presa di coscienza è stato quello della nascita del figlio, nel 2012. Immaginando il mondo in cui il piccolo Jacopo dovrà vivere, ha creato un brand – Fortunale – che produce sempre maglieria, ma con un ridottissimo impatto ambientale. Una considerazione, quella sul mondo che lasciamo ai nostri figli, che Aloisio ha in comune anche con Andrea Bariselli, psicologo e neuroscienziato creatore di Strobilo, azienda che raccoglie dati sulla qualità dell’aria indoor per migliorare il benessere delle persone.

 

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