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Un’indagine ha rivelato che le aziende oggi sono oggetto di maggiori pressioni per dimostrare la sostenibilità della propria catena di approvvigionamento.
La globalizzazione del mercato ha portato le imprese private ad acquistare beni e servizi da svariati fornitori dislocati in diverse aree del mondo. In virtù della crescente attenzione dei consumatori all’impatto dei prodotti, le aziende si sono dovute adattare e migliorare la sostenibilità sociale e ambientale della catena di fornitura. L’impegno profuso non sempre, però, corrisponde a una corretta efficacia, nonostante le imprese siano oggetto di sempre maggiori pressioni per dimostrare la sostenibilità della propria supply chain. È quanto emerso da una ricerca internazionale condotta dall’ente di certificazione DNV GL con il supporto dell’istituto di ricerca GfK Eurisko e dell’associazione senza scopo di lucro Sedex (Supplier Ethical Data Exchange).
Il dato principale dell’indagine, che ha coinvolto circa 1.400 professionisti nei mercati di Europa, Asia e America di diversi settori e dimensioni, è l’influenza che i consumatori esercitano sul mercato. Il 76 per cento delle imprese coinvolte ha infatti dichiarato che “i principali driver che influenzano la loro gestione di supply chain sostenibili sono proprio i clienti”, mentre nove professionisti su dieci dichiarano che la sostenibilità nella supply chain è tenuta in grande considerazione nelle loro decisioni di acquisto. Rispetto alla precedente edizione dello studio, condotta nel 2014, sono inoltre aumentate del 6 per cento le pressioni nei confronti delle aziende per dimostrare la sostenibilità della propria catena di fornitura.
Anche in Italia, come per le altre nazioni coinvolte nello studio, l’attenzione all’impatto che le catene di fornitura hanno su lavoratori e ambiente è alta. La ricerca ha evidenziato che, per oltre nove aziende su dieci, la sostenibilità è un aspetto tenuto in considerazione nelle decisioni di acquisto, in misura “molto rilevante” per un’impresa su tre.
La pressione esercitata dai consumatori sta dando i frutti sperati, l’81 per cento delle aziende interpellate ha infatti intrapreso almeno un’azione per migliorare la sostenibilità lungo la propria catena. Nonostante gli sforzi però, solo il 7 per cento degli intervistati ha raggiunto tutti i livelli della filiera, le iniziative intraprese per ridurre l’impatto ambientale e sociale sono infatti limitate in prevalenza ai fornitori di primo livello. Per quanto riguarda l’Italia sono circa sette imprese su dieci ad aver intrapreso almeno un’azione per migliorare la sostenibilità nella propria supply chain. Anche in questo caso però le azioni non riguardano tutta la catena di fornitura. “L’iniziativa più comune è costituita dagli audit sui fornitori, con il 33 per cento delle imprese italiane che dichiara di averne intrapreso uno negli ultimi tre anni – si legge nel rapporto – seguono, la richiesta diretta ai propri fornitori di informazioni e dati (26 per cento) e l’adozione e la comunicazione di una policy ad hoc”. Le iniziative, complessivamente, sono caratterizzate da una portata limitata e da un approccio di tipo auto-gestito e poco strutturato.
“La sostenibilità nelle supply chain non può essere più considerata un’attività su base volontaria, caratterizzata da tentativi non strutturati – ha commentato Luca Crisciotti, Ceo di DNV GL. – Le aziende che hanno conseguito effetti positivi sono quelle che si contraddistinguono per un approccio più sistematico. Gestire questi aspetti in modo strategico e con approccio olistico permette di affrontare i rischi in maniera più efficace e di coglierne i benefici e al contempo rispondere ai requisiti legislativi e alle richieste degli stakeholder e del mercato globale”.
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