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C’è voluto un libro e una mostra per raccontare i primi 60 anni di Acqua Minerale San Benedetto S.p.a.. Nata nel 1956 a Scorzè in provincia di Venezia, continua oggi ad essere un’azienda 100 per cento italiana, con un fatturato di 730 milioni di euro, 1.800 dipendenti nel mondo e 44 linee di imbottigliamento in
C’è voluto un libro e una mostra per raccontare i primi 60 anni di Acqua Minerale San Benedetto S.p.a.. Nata nel 1956 a Scorzè in provincia di Venezia, continua oggi ad essere un’azienda 100 per cento italiana, con un fatturato di 730 milioni di euro, 1.800 dipendenti nel mondo e 44 linee di imbottigliamento in Italia capaci produrre oltre 20 milioni di bottiglie al giorno.
Numeri enormi per un’azienda che ha fatto la storia delle bibite e dell’acqua in bottiglia. Risultati raggiunti grazie ad una continua innovazione tecnologica che ha portato San Benedetto ad essere la prima in Italia, nel 1980, a lanciare i contenitori in Pet. Novità che rivoluzionerà il mercato. Nel 1993 è invece tra le prime realtà a realizzare un impianto d’imbottigliamento completamente in asettico, per la produzione di bibite non gassate. Rivoluzione che al tempo attirò le attenzioni del gruppo Coca-Cola.
Ma un’azienda con questi numeri ha inevitabilmente degli impatti a livello ambientali, tanto più che lavora e fa il proprio business con l’acqua. “Per questo l’azienda ha sentito il bisogno di spiegare, ad un certo punto della sua storia, cosa stesse facendo per rispettare l’ambiente e ridurre il proprio impatto”, spiega Vincenzo Tundo, direttore marketing Acqua Minerale San Benedetto S.p.a.. “Partendo dall’attenzione al packaging, fino a sentire il bisogno di certificare l’intero processo produttivo in maniera scientifica sottoscrivendo un accordo volontario e attivando la carbon footprint”.
Da qui nasce, nel 2009, una collaborazione col ministero dell’Ambiente per il calcolo scientifico degli impatti dell’attività produttiva, che ha portato a “comprendere che il 50 per cento delle nostre emissioni si concentrava sul Pet”, iniziando di conseguenza un percorso che “in tre anni ci ha portato alla riduzione del 30 per cento delle emissioni”, dichiara Tundo.
Oggi le bottiglie da un litro contengono il 50 per cento di RPet, ovvero plastica proveniente da riciclo, il massimo previsto dalla normativa italiana. Processo che determina un cospicuo taglio di materia prima impiegata. “Da questo è nato poi un intero percorso che l’azienda ha abbraciato, dal processo di trasformazione fino ad arrivare ai trasporti, con dimostrano i due stabilimenti al Sud, che riducono le emissioni nella logistica”, sottolinea Tundo.
La si potrebbe definire sostenibilità a 360°, economica, ambientale, sociale: “In questo modo si instaurano delle reliazioni col territorio – conclude Tundo – tali da creare condizioni di benessere durature nel tempo: un elemento distintivo di questa azienda italiana”.
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