Perché Donald Trump ha fatto uccidere un generale dell’Iran e perché ora si rischia una guerra

La morte del generale Ghassem Soleimani, ucciso a Baghdad, apre scenari imprevedibili. L’Iran promette vendetta: “Preparate le bare”.

Vendetta. Nelle piazze, nelle strade, nei palazzi del potere dell’Iran la parola risuona dalla notte tra giovedì 2 e venerdì 3 gennaio. Da quando cioè un bombardamento aereo ha colpito, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, un convoglio della coalizione militare sciita (Forze di mobilitazione popolare, Hashd al-Shaabi). Della quale faceva parte, tra gli altri, il potente e popolare generale iraniano Ghassem Soleimani.

Un’operazione militare ordinata direttamente dalla Casa Bianca e rivendicata con orgoglio dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che trasforma di colpo il Golfo in una polveriera. Al culmine di un’escalation tra Washington e Teheran che dura ormai due anni. Sono infatti almeno cinque i morti accertati nell’attacco, tra i quali personalità di primo piano nello scacchiere geopolitico locale. Tutti morti sul colpo.

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Iran, proteste dopo l’uccisione del generale Soleimani © Majid Saeedi/Getty Images

Chi era Ghassem Soleimani

Il generale Soleimani da quarant’anni calcava i campi di battaglia della regione. Era uno degli uomini più potenti del Medio Oriente, plenipotenziario di tutte le operazioni militari estere dell’Iran, inquadrato nella Forza Al-Qods dei “Guardiani della rivoluzione”.

“Il fronte è il paradiso perduto dell’umanità”, delirava nel 2009 di fronte alle telecamere. È grazie a lui, però, se Teheran nel corso degli anni ha potuto radicare la propria influenza non soltanto in Iraq, ma anche in Siria e Libano.

Figlio di un contadino povero delle montagne di Kerman, nel sud dell’Iran, a 13 anni lavorava come operaio nei cantieri della provincia. Un anno dopo la rivoluzione del 1979, l’aggressione della Repubblica islamica da parte dell’Iraq di Saddam Hussein lo porta ad impugnare le armi. Armi che non lascerà mai, fino al suo ultimo giorno di vita, a 62 anni.  

L’assassinio ha unito tutte le anime dell’Iran

La morte di Soleimani non soltanto ha allungato l’ombra minacciosa di una nuova guerra, dai contorni geografici e politici del tutto imprevedibili. Ma ha anche avuto la diretta conseguenza di unire tutte le anime politiche, sociali e religiose del frammentato Iran. “Il martire Soleimani è ora il volto della resistenza e tutti i partigiani chiedono che il suo sangue venga vendicato – ha scritto l’ayatollah Ali Khamenei. Una vendetta feroce attende gli assassini”.

Donald trump ritira stati uniti da accordo di parigi
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump © Alex Wong / Getty Images

La Guida suprema dell’Iran ha promesso poi “una vittoria certa per i combattenti”, decretando al contempo un lutto nazionale di tre giorni. Secondo quanto riportato dalla stampa iraniana, inoltre, Khamenei avrebbe partecipato per la prima volta ad una riunione del Consiglio superiore di sicurezza, nella mattinata di venerdì. Ciò al fine di studiare l’assassinio di Soleimani e “assumere una serie di decisioni”. Tra le quali la nomina del successore del generale ucciso: il suo ex vice Esmail Qaani.

Da parte sua, il governo del presidente Hassan Rohani, attraverso il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, ha giudicato il raid americano “estremamente pericoloso. Gli Stati Uniti sono responsabili di ogni conseguenza che deriverà dai loro comportamenti senza scrupoli”. Dalle ali più radicali ai riformatori, la morte di Soleimani ha suscitato infatti un coro unanime. Prova ne è il messaggio giunto dall’ex presidente riformatore Mohammad Khatami, che ha parlato degli americani come di “assassini che occupano l’Iraq”.

Per trovare una voce fuori dal coro all’interno dell’islam sciita, occorre uscire dai confini iraniani. Proprio in Iraq, infatti, l’ayatollah Ali Al-Sistani ha lanciato un appello a tutte le parti in conflitto affinché facciano prova di prudenza e di saggezza.

António Guterres: “Il mondo non può permettersi una nuova guerra”

Anche le diplomazie di tutto il mondo hanno preso rapidamente posizione dopo il bombardamento. “Il mondo non può permettersi una nuova guerra nel Golfo”, ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Chiedendo allo stesso modo ai dirigenti politici “la massima cautela”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha interrotto un viaggio in Grecia ed è rientrato urgentemente a Tel Aviv. Sottolineando come a suo avviso gli Stati Uniti abbiano “il diritto di difendersi”. L’Arabia Saudita, invece, ha lanciato un appello “alla calma, al fine di evitare tutto ciò che potrebbe rendere ancor più grave la situazione, con conseguenze incontrollabili”. Una posizione simile a quella degli Emirati Arabi Uniti, altri alleati storici degli americani.


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Anche la Cina ha manifestato la propria preoccupazione chiedendo “a tutte le parti, in particolare agli Stati Uniti, di mantenere la calma al fine di evitare un’escalation”. Il ministro degli Affari esteri inglese, Dominic Raab, ha sottolineato inoltre come “un altro conflitto non è nel nostro interesse”. Posizione condivisa dalla Germania, che ha espresso “grande preoccupazione”.

Gli Stati Uniti inviano altri tremila soldati in Medio Oriente

Ciò nonostante, la prima risposta da parte di Washington non sembra incoraggiante. Il Pentagono ha infatti deciso di inviare altri tremila soldati in Medio Oriente, al fine di rafforzare le posizioni americani nella regione. Si tratta di militari appartenenti all‘82esima divisione aviotrasportata (paracadutisti). Essi affiancheranno i circa 700 soldati già presenti in Kuwait dall’inizio della scorsa settimana, dopo l’attacco contro l’ambasciata americana a Baghdad.

Un assalto che ha rappresentato per la Casa Bianca la miccia che ha scatenato la scelta di operare il bombardamento. Ma che è in realtà soltanto l’ultimo tassello di un’escalation durata almeno due anni tra le diplomazie di Stati Uniti e Iran.

Il primo passo di tale spirale è stato segnato l’8 maggio 2018, con la decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo di Vienna sul nucleare iraniano. Un accordo frutto di un difficile compromesso tra numerose nazioni, che permise di eliminare le sanzioni economiche contro l’Iran, in cambio di una limitazione del programma atomico, sospettato di essere il preludio allo sviluppo di testate nucleari.

L’uscita dall’accordo sul nucleare e il ripristino delle sanzioni economiche

In seguito, gli Stati Uniti hanno ristabilito le sanzioni: sul settore bancario, sulle materie prime, su trasporti e aeronautica. Quindi su petrolio e gas. Il valore della moneta iraniana è così crollato nel giro di pochi mesi, portando l’economia locale sull’orlo del baratro. A quel punto l’Iran ha deciso di non rispettare più l’accordo di Vienna, annunciando l’arricchimento di uranio al di là delle soglie autorizzate.

Al contempo, Teheran ha cominciato ad aggirare l’embargo imposto sulle esportazioni di petrolio. Le navi iraniane sono state immatricolate all’estero e dall’ottobre del 2018 sono stati manomessi i dispositivi satellitari per impedire di tracciarne le rotte. Non può essere un caso se gli incidenti sulle petroliere si sono da quel momento moltiplicati.

A settembre l’attacco ai siti petroliferi sauditi

Nell’estate di quest’anno, poi, l’Iran ha abbattuto un drone americano, accusato di aver violato lo spazio aereo nazionale. Un mese dopo, gli Stati Uniti hanno affermato di aver distrutto un drone iraniano che si sarebbe avvicinato troppo ad una nave della marina di Washington nello stretto di Ormuz. A settembre, poi, due giganteschi siti petroliferi dell’Arabia Saudita, gestiti dalla compagnia di stato Aramco, sono stati attaccati nelle città di Khurais e Abqaiq. Donald Trump ha subito puntato il dito contro l’Iran, sostenuto in quell’occasione anche da Germania, Regno Unito e Francia.

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Il presidente dell’Iran Hassan Rohani © Kevin Hagen/Getty Images

Infine, a novembre Israele ha bombardato dei siti iraniani in Siria. E a dicembre gli Stati Uniti hanno lanciato dei raid uccidendo 25 persone vicine al movimento filo-iraniano Hezbollah in Iraq e Siria. Due giorni dopo, migliaia di sostenitori delle Forze di mobilitazione popolare hanno assaltato l’ambasciata americana a Bagdad. Il cerchio si è chiuso venerdì, con l’assassinio del leader di quello stesso movimento sciita. Le cui conseguenze, oggi, sono impossibili da prevedere.

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