Iván Duque è il nuovo presidente della Colombia

Iván Duque è stato eletto presidente della Colombia dopo le elezioni del 17 giugno. Una vittoria di continuità che non dovrebbe mettere a rischio il processo di pace. Anche se i dubbi non mancano.

Il candidato del partito Centro democratico Iván Duque, delfino politico dell’ex presidente conservatore Álvaro Uribe, è stato eletto domenica 17 giugno come nuovo presidente della Colombia, dopo aver ottenuto una comoda vittoria sull’ex guerrigliero Gustavo Petro nel secondo turno delle elezioni.

In un duello decisivo per il processo di pace che cerca di porre fine a mezzo secolo di guerre, Duque ha ottenuto il 53,97 per cento del sostegno contro il 41,80 per cento dei voti contati, afferma l’autorità elettorale colombiana. Il candidato di sinistra Petro ha riconosciuto la sua sconfitta pochi minuti dopo che l’autorità elettorale ha riconosciuto Duque come nuovo presidente.

A 41 anni, Duque è il più giovane presidente eletto in Colombia dal 1872 e il più votato nella storia con più di 10 milioni di voti. I colombiani hanno favorito Duque, che promette di modificare l’Accordo di pace firmato nel 2016 che ha disarmato la ex guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e di rafforzare le condizioni per i dialoghi in corso con i ribelli dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln), che rimane ancora in clandestinità.

Il processo di pace con i guerriglieri è in bilico?

Secondo l’Alto commissario per la pace del governo colombiano, Rodrigo Rivera, il processo di pace è destinato a durare. “Le radici sono solide. Questo processo richiederà 15 anni per essere attuato, cioè ci saranno cinque presidenti della Colombia che dovranno essere impegnati nella loro leadership nell’attuazione fino all’anno 2031”.

Quasi a sottintendere: non sarà Duque a far collassare il processo. Ci saranno certo adattamenti all’Accordo di pace – Duque ne ha fatto un caposaldo della campagna elettorale – in particolare sul tema della giustizia, chiedendo il processo per alcuni dei comandanti Farc, e della ripresa dello sradicamento della coca. Ma le basi dell’accordo sono solide e tutelate dalla comunità internazionale, in particolare dall’Europa.

“In questa fase stiamo costruendo le basi, creando le istituzioni, allocando le risorse di bilancio, completando disarmo, della consegna di tutto il materiale bellico che avevano le Farc”, continua Rivera. Segno che secondo le élite di Bogotà, la capitale del paese, il processo di re-incorporazione dei 13mila combattenti Farc, uomini e donne, è destinato a perdurare, mantenendo il confronto nell’alveo politico e non più in quello militare. Inoltre i negoziati con l’Esercito di liberazione nazionale, l’altra formazione guerrigliera comunista-ambientalista, proseguono speditamente. “Sono molto promettenti”, commenta Rivera.

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Secondo l’Alto commissario per la pace del governo colombiano, Rodrigo Rivera, il processo di pace è destinato a durare © Emanuele Bompan/LifeGate

Fondamentale per prevenire il collasso dell’Accordo di Pace sarà la riforma agraria e i progetti di cooperazione allo sviluppo che serviranno per riqualificare i guerriglieri in agricoltori e allevatori, aiutando lo sviluppo di tutte le aree impoverite – oltre 170 municipalità, circa il 18 per cento del paese – messe in ginocchio dal lunghissimo e sanguinoso conflitto. Terra e infrastrutture, che dovranno affiancare il piano di sostituzione e sradicamento delle colture illecite, creando progetti produttivi alternativi per circa 70mila famiglie contadine che si sono impegnate in questa politica.

Cauto ottimismo – molto cauto – viene invece espresso dagli abitanti e politici locali delle aree rurali del conflitto dove l’elezione di Duque ha cancellato in parte il senso di speranza dei primi due anni di lavoro per la pace. Il sindaco de La Hormiga, uno dei principali centri del Putomayo, dove Petro ha preso circa il 70 per cento dei voi, rimane perplesso sullo sviluppo dell’accordo. “Il comune non si fida dei rappresentanti del Centro democratico, perché dipendono dell’ex presidente Uribe. Durante la sua presidenza questa regione fu una delle più colpite dal paramilitarismo, responsabile di massacri atroci come quella del Tigre e del Plasir, dove sono morte decine di innocenti. Questo porta ansia ed incertezza. Speriamo che si possa continuare a consolidare la pace”.

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William Macías Peña, nome in codice “Robinson”, è uno dei comandanti delle Forze armate rivoluzionare della Colombia (Farc) © Emanuele Bompan/LifeGate

La pioggia batte lieve sul tetto di lamiera della piccola biblioteca ricoperta dei volti degli eroi della rivoluzione. William Macías Peña, nome in codice “Robinson”, è uno dei comandanti Farc locali, responsabile dello Spazio territoriale di formazione e re-incorporazione de La Carmelita, nel comune di Puerto Asís, Putumayo. “Qua trovano rifugio circa 350 combattenti, un numero in crescita visto l’aumento dei compagni ritornati in questo spazio territoriale”.

La Carmelita è uno degli Spazi dove oggi sono concentrati i 13mila guerriglieri. Circa 500 hanno defezionato tornando nella macchia, sfruttando l’appoggio delle organizzazioni criminali. “Sono traditori”, conferma Robinson. “Le Farc hanno dato la loro parola e continueremo a perseguire la pace, a qualsiasi costo, anche contro chi cercherà di sabotare l’accordo. Su questo non c’è ombra di dubbio”. Ma a microfono spento non sono pochi quelli a nutrire dubbi su cosa succederà realmente ora con il governo del presidente eletto, Duque. Altri sarebbero pronti a defezionare e tornare in clandestinità, piuttosto che rischiare la prigione o non ottenere i benefici negoziati con il “cessate il fuoco”.

Vittime dell’insicurezza

Un altro nodo complesso è quello della giustizia della pace, ovvero il processo di documentazione delle atrocità commesse, senza però condannare i combattenti di ogni lato secondo la legge vigente. Il conflitto armato colombiano ha interessato finora 8.650.169 persone, secondo il Registro único de víctimas. Rappresentano il 17 per cento dell’intera popolazione del paese. Ben 220mila persone sono state uccise o assassinate dal 1958, quasi tutti civili. Solo una piccola minoranza di queste vittime ha ricevuto compensazioni dal governo, in particolare per le violenze commesse dall’esercito o dai gruppi paramilitari nati per sconfiggere la guerriglia.

Numerosi intervistati nel Putomayo hanno lamentato la mancanza di riconoscimento e compensazioni dallo Stato. La verità è un processo complesso e difficile da documentare, vista l’inestricabile complessità del conflitto e i tanti, troppi interessi politici ed economici ancora in gioco, tra coca, petrolio, controllo del territorio, traffico di armi e persone. E ora le vittime temono che il governo Duque blocchi il lavoro iniziato dal Jep, il tribunale per la pace, bloccando così le compensazioni.

Il paese non è certo pacificato. Ampie aree rimangono controllate dal narco traffico. Quando le Farc sono state riunite per il disarmo, lo stato non ha fatto molto per tenere il controllo su quei territori. Quindi queste regioni sono state conquistate da gruppi dediti al narcotraffico. “Contraddicendo l’accordo di pace per questo ha rallentato il punto 4, quello della sostituzione della coltivazione di coca”, spiega Robinson. Al punto che gli stessi cartelli messicani, come quello di Sinaloa, in combutta con alcuni dissidenti Farc come El Guacho, hanno preso il controllo di territori lasciati sguarniti in Nariño e Putumayo e lungo il confine orientale del paese. In città come Medellín, rimangono varie aree fuori dal controllo dello stato, tra gang, ex-paramilitari e narco che continuano a compiere omicidi ed estorcere il pizzo agli abitanti più poveri della città.

La maledizione della coca in Colombia

Il tema delle coltivazioni di coca rimane centrale per portare avanti il processo di pace. Negli ultimi due anni la produzione di cocaina è tornata a crescere. Nel 2012 l’area coperta dalle coltivazioni di coca in Colombia era di 78mila ettari, in grado di produrre 165 tonnellate. Nel 2017 la Dea (Drug enforcement administration) ha registrato un aumento notevole in quell’area, circa 230mila ettari, con una produzione di cocaina a 900 tonnellate. Un numero da record, nonostante l’Accordo di pace preveda la fine della coltivazione del noto alcaloide. Coltivazioni che in molti casi sostengono narcos e ribelli, rendendo più difficile la pacificazione del paese.

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Negli ultimi due anni la produzione di cocaina è tornata a crescere © Emanuele Bompan/LifeGate

Quali sono le ragioni dell’aumento della coltivazione? “Innanzitutto le compensazioni in denaro per chi cessa di coltivare la coca hanno spinto molti agricoltori a riconvertire le colture nella speranza di prendere i sussidi, ignorando tuttavia che lo Stato compenserà solo coloro che coltivavano coca prima dell’accordo di pace”, spiega Mario Cabal, responsabile dei progetti di sviluppo della ong italiana Cisp. “Inoltre coloro che coltivavano coca guadagnano di più a continuare a coltivarla”, aggiunge. Ragione per cui in province come il Putumayo si possono incontrare facilmente piantagioni di cocaleros. “Lo stato spende 60 milioni di pesos (18mila euro, nda) per ogni ettaro spruzzato con il glifosato”, racconta Nico, un coltivatore di coca con terreni nei pressi del confine ecuadoriano. “Questi soldi dovrebbero essere dati a noi cocaleros, come reale compensazione per la sostituzione delle colture di coca. E invece lo stato eroga poco più di 9 milioni di pesos (2.700 euro). Con questi prezzi, il processo di sostituzione, a cui ho dato il mio assenso, non funziona. Così continuo a coltivare coca”.

Infine il governo di Juan Manuel Santos ha abbandonato l’irrorazione aerea di glifosato, giustamente, per motivi di salute. Così si è fermata la distruzione delle piantagioni, un argomento ampiamente usato da Duque durante la campagna elettorale.

Secondo Robinson “il governo sta agendo troppo lentamente, così la sostituzione delle colture fallisce. Non ci sono progetti reali da parte del governo che dimostrino che hanno la volontà di andare avanti, sebbene comprendiamo non sia facile. Noi siamo scesi a un compromesso, devono farlo anche loro”. 

“Per sconfiggere la coca è fondamentale sostenere il primo punto dell’accordo con uno sviluppo rurale integrale, spiega ancora Mario Cabal, che con Cisp sta implementando un progetto finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, molto presente nel paese. “Dobbiamo fare piani di sviluppo dal basso che includano tutti, con partecipazione diretta alle comunità nel processo decisionale. La gestione della terra è la chiave. Invece che dare i giovani in pasto al narcos o alla coca, dobbiamo generare uno sviluppo economico di lungo termine, creando piani di sviluppo territoriale”. Prodotti lavorati di agricoltura alternativa alla coca, come il cacao, peperoncino, frutta esotica, creazione di distretti culturali, sviluppo sociali per contadini ed ex-combattenti Farc, sono alcuni dei piani che saranno sviluppati dall’Italia qua in Putumayo nei prossimi 3 anni. Nella speranza che si preservi il processo di pace.

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