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A Milano non c’è il mare, ma il legame con la sua cultura è forte e radicato. Ne parliamo con Marco Scavone, presidente del gruppo milanese dell’Anmi.
Tra i tanti punti di riferimento dei milanesi, non può mancare la Darsena. Soprattutto dal 2015, quando è stata restituita ai cittadini dopo anni di degrado, grazie a un imponente progetto di riqualificazione che l’ha riportata a una veste simile a quella che aveva nel Cinquecento. Forse però non tutti sanno che proprio in viale Gorizia, affacciata sul bacino d’acqua, c’è la sede milanese dell’Anmi – Associazione nazionale marinai d’Italia. Abbiamo raggiunto il presidente Marco Scavone per chiedergli di raccontarci qualcosa in più su questa realtà, che tutela la cultura del mare e ci ricorda quanto sia stata importante per la storia del territorio lombardo. Anche la sede di Anmi dal mese di maggio 2019 ospita un Seabin di LifeGate, il cestino che “mangia” plastiche e microplastiche 24 ore su 24, grazie al supporto di Whirlpool Emea.
La vostra associazione ha alle spalle una storia più che secolare, iniziata nel 1911. Com’è nata e quali sono state le sue evoluzioni più importanti?
Nella gente di mare il senso di fratellanza è sempre molto forte. Il fatto di condividere lo stesso (ristretto) spazio per molto tempo sulla “stessa barca” crea, come è intuibile, dei fortissimi legami; è pressante, poi, il pensiero alle “care genti” e alle loro sorti a casa.
Ecco dunque che verso fine Ottocento, quando si manifestavano le prime forme di solidarietà organizzata, sorse spontaneamente il desiderio di costruire un sodalizio che venne formalizzato a Torino nel 1895. È però a Milano che allo scopo mutualistico originario vennero aggiunti anche gli altri scopi ideali e venne steso uno statuto che, nella sua essenza, è rimasto fino a oggi immutato. L’11 febbraio 1911 è dunque la data ufficiale della costituzione dell’Umi – Unione marinara italiana, che, partendo da Milano, si è sparsa in tutta Italia e nei paesi esteri dove gli italiani sono emigrati (adesso l’Anmi è presente anche nel resto d’Europa, nelle Americhe, in Australia e Nuova Zelanda). Nel 1954 la denominazione da Umi venne cambiata in Anmi – Associazione nazionale marinai d’Italia.
A partire dal 1934, con l’istituzione di una sede nazionale a Roma, era nel frattempo divenuta l’Associazione d’arma della Regia Marina (ora Marina Militare) per cui, ancora oggi, l’Anmi la rappresenta nelle celebrazioni, qualora la Forza armata non sia direttamente presente.
Quali sono i suoi scopi statutari?
Ve li posso leggere direttamente dallo statuto: cementare i vincoli di fratellanza fra i componenti della Marina; tenere vivo fra i soci il culto della patria, il senso dell’onore e l’attaccamento alla Marina Militare; mantenere alto lo spirito delle tradizioni marinare e perpetuare la memoria dei marinai caduti; promuovere e favorire attività sportive fra i soci, i loro familiari e la popolazione; promuovere iniziative volte a diffondere e consolidare i comuni valori della cultura e delle tradizioni collegate con il mare, l’ambiente marino, le attività marinare, la salvaguardia della vita umana in mare e la loro diffusione soprattutto fra i giovani.
Perché la costituzione di quest’associazione proprio a Milano, città, nell’immaginario collettivo, decisamente “non marinara”?
Qui sta il paradosso: Milano è città marinara! Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare in prima battuta, Milano è una delle città che ha fornito più uomini alla Marina: finivano in leva di mare gli operai delle imprese ferriere e metalmeccaniche e i ragazzi che si laureavano al Politecnico. Lavoravi alla Breda, Franco Tosi, Tudor ecc.? Ti facevi 36 mesi a solcare i mari del mondo. Ti laureavi in ingegneria meccanica al Politecnico? Ti facevi 36 mesi a prendere gli spruzzi salati sul viso! Per questo l’Anmi è nata a Milano e il gruppo di Milano è il più antico d’Italia, tant’è che, nella organizzazione dell’Anmi nazionale, è ufficialmente denominato “1° Gruppo”.
In ogni caso, il legame tra Milano e il pelago è sancito anche dall’ammirazione e dall’amore verso la navigazione insito in tanta parte di quella popolazione che magari nulla ha a che fare con la Marina Militare. A Milano, città sempre attiva, curiosa e propositiva, sono sorte continuativamente tante iniziative e istituzioni legate al mare, non ultime la Lega Navale (la cui sezione meneghina venne fondata nel 1899) e il Centro Velico Caprera. Inoltre, sino agli anni Cinquanta, la Darsena di Milano è stato uno dei principali porti d’Italia per movimentazione di merci.
Ad oggi, quanti sono gli associati? Chi si può associare?
Attualmente siamo circa 320 soci, di cui la metà “effettivi” (ossia con un passato in Marina) e l’altra metà “aggregati” o “soci sportivi” (abbiamo, infatti, anche una base all’Idroscalo). Per chi appartiene a questa seconda categoria, lo statuto nazionale prevede che l’affiliazione possa avvenire dietro presentazione da parte di soci già iscritti e nel rispetto di determinate proporzioni numeriche, al fine di non snaturare il sodalizio. Devo però aggiungere che, tenendo conto di numerose istanze pervenute dalla società civile (non solo a Milano), le maglie dello statuto in futuro potrebbero essere meno rigide.
Sappiamo che la Marina Militare, da cui voi provenite, porta con sé una cultura e dei valori molto radicati. Quali sono i più importanti e cosa possono insegnare anche a chi non fa parte di questo mondo?
È la cultura del servizio, del sacrificio e del ricordo: per il legame che si crea fra i marinai, il valore etico del servizio, ossia del fare bene i compiti assegnati nella consapevolezza che “siamo imbarcati tutti sulla stessa barca”, del fare poi il proprio dovere addirittura sino al sacrificio, nonché il valore del ricordo e del rispetto del sacrificio di chi ci ha preceduti (e, dunque, della profonda conoscenza della storia). Tutti questi per noi sono valori indissolubili, che inducono da un lato un giusto senso di umiltà, dall’altro un forte senso di responsabilità, unito a un profondo orgoglio, per sé ma anche per il proprio Paese.
In che modo, da Milano, contribuite alla tutela del mare?
In collaborazione con la Marina Militare, abbiamo la possibilità di far imbarcare per brevi periodi estivi gruppi di ragazzi e ragazze sui velieri Vespucci e Palinuro, ma riusciamo anche a far imbarcare i giovani su velieri civili: durante tali esperienze i ragazzi apprendono sì le nozioni marinaresche ma, soprattutto, il senso del rispetto verso il mare, inteso sia come “potenza”, “forza viva”, sia come ambiente.
Da un punto di vista strettamente ecologico, in fin dei conti, una volta non si buttava via nulla durante la navigazione, perché un oggetto lanciato in acqua non poteva più essere recuperato (è difficilissimo fare – diciamo – “retromarcia” su un veliero): ecco che tutto ciò che c’era a bordo, una volta esaurita la propria originaria funzione, veniva adattato a una nuova. Vi era uno specifico marinaio, il Pennese, la cui cala a bordo era un insieme di oggetti accatastati in attesa di avere una seconda, una terza, una quarta vita. Il riciclo era dunque connaturato con l’andar per mare e lo spreco era aborrito. Nulla a che vedere con l’inquinamento attuale che però, ricordiamolo, ha un’origine per lo più “terrestre”.
Inoltre presso l’Idroscalo la nostra sezione sportiva, concentrata sul canottaggio, si spende per la conoscenza e l’uso consapevole delle risorse lacuali.
Di recente, grazie al supporto di Indesit-Whirlpool Emea, avete installato un Seabin LifeGate presso la Darsena. Perché avete scelto di aderire a questo progetto?
Perché è nel solco dei nostri valori: il Seabin LifeGate è un dispositivo che protegge gli ambienti acquatici in generale, essendo stato progettato per trattenere le plastiche e soprattutto le microplastiche, che stanno martoriando la vita marina. Se non ne promuoviamo noi l’installazione, chi lo potrebbe fare? Il mare è vita sopra la superficie ma, in special modo, sotto. E noi discendiamo sì dalle scimmie antropomorfe ma, ancor prima, da forme di vita acquatica. Il mare è la nostra casa, è la nostra tana: dobbiamo preservarlo.
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