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Turisti, giornalisti, polizia. Macchine fotografiche, cellulari, obiettivi. La vita di Parigi riprende attorno alla cattedrale ferita di Notre Dame.
Arrivando dal ponte Saint-Michel, ad uno sguardo distratto, Parigi potrebbe sembrare quella di sempre. La cattedrale di Notre Dame, osservata dal lato meno colpito dal terribile rogo che il 15 aprile l’ha trasformata in una fornace, potrebbe sembrare la solita. Imponente, austera, romantica. La due torri campanarie sono ancora in piedi, nonostante tutto. I tre portali, le statue nelle nicchie, il rosone. E poi le bifore, le colonne, i capitelli, la galleria delle Chimere: la facciata occidentale, quasi preservata, potrebbe perfino ingannare.
È venerdì Santo. Il quai (il lungo-Senna) pullula come sempre di turisti, artisti di strada, parigini seduti ai tavolini dei café. In giro c’è molta polizia, ma anche questa non è del tutto una novità: dopo gli attentati del 2015, il centro storico da anni è pattugliato giorno e notte. Basta percorrere però qualche decina di metri in direzione della cattedrale, facendo lo slalom tra la folla a fianco dei caratteristici bouquinistes (i venditori di libri antichi e usati), per capire che qualcosa è cambiato. Forse per sempre.
Tutta l’area attorno al sito non è più accessibile (e non lo sarà a lungo). I ponti, il Parvis Notre-Dame che si apre di fronte all’ingresso della chiesa, la caratteristica Promenade Maurice Carême che ne costeggia il fianco destro. Gli unici che possono accedere sono gli addetti ai lavori. I pompieri, in primo luogo, che cercano di comprendere quali parti della struttura siano ancora a rischio. E le squadre che lavorano per recuperare opere d’arte e reliquie.
“È una corsa contro il tempo: occorre mettere in sicurezza la cattedrale al più presto per evitare altri danni”, gracchia la radio France Info. Obiettivo: essere pronti per la pioggia e il vento attesi per la settimana prossima. Il tetto del transetto e buona parte di quello della navata centrale, infatti, non esistono più.
Fino all’abside, il monumento non ha più alcuna copertura (né la caratteristica flèche, la guglia ottocentesca di 93 metri precipitata durante l’incendio). “La struttura in legno permetteva di legare tra di loro tutti i muri. Oggi essa non esiste più”, sottolinea Denis Dessus, presidente del consiglio nazionale dell’Ordine degli architetti francesi.
I turisti che da lontano osservano ciò che resta della cattedrale sembrano non esserne del tutto coscienti. “Ha retto, ormai hanno detto che il peggio è scongiurato”, spiega una studentessa. E tutti già si proiettano nel futuro: “Anche se quando leggo parlare di cinque anni per la ricostruzione, francamente non ci credo… forse non ne basteranno quindici”, commenta un pensionato americano, in vacanza con la moglie nella Ville Lumière.
Dall’inizio del fianco Nord e fino al ponte de la Tournelle, ad oltre 200 metri dagli archi rampanti del coro, le balaustre del lungo-Senna sono interamente occupate, metro per metro, da cellulari in posizione orizzontale, macchine fotografiche e videocamere. Migliaia di persone contemplano e immortalano la chiesa ferita.
Sotto un sole cocente, con temperature degne di una piena estate e un cielo limpido, tra la folla sgomitano troupe di giornalisti arrivati da tutto il mondo. Cnbc, Cnn, Sky, Bbc. Allo scalo delle imbarcazioni è stato perfino allestito un piccolo palco, dietro al quale sono affastellate decine di telecamere, luci, altoparlanti, microfoni.
Giardini lungo la Senna nei pressi di Notre Dame, il 19 aprile 2019 © Andrea BaroliniI parigini, invece, sono pochi. Attraversano le poche strade aperte soprattutto in auto, in moto e in bici. Tornano dalle loro giornate di lavoro, come sempre. Di fretta, come sempre. Chi ha già cominciato il weekend ha scelto di sdraiarsi ancora più lontano. Nei giardini del quai de l’Hôtel de Ville, che incorniciano di verde la Senna. Qui si può godere appieno della primavera parigina. E della cattedrale di Notre Dame si vedono quasi solo le torri campanarie: il resto è nascosto dai palazzi in stile haussmannien. E Parigi torna a sembrare davvero quella di sempre.
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