Sono entrate in vigore le nuove regole europee: frontiere esterne sigillate, controlli più rigidi, un meccanismo di solidarietà non vincolante tra Paesi.
Un altro passo indietro da parte degli Stati Uniti di Trump. L’ambasciatrice americana Nikki Haley ha infatti dichiarato che il paese intende uscire dall’accordo sulle migrazioni delle Nazioni Unite. Cerchiamo di capire perché.
È incompatibile con le politiche migratorie degli Stati Uniti. Questa è la motivazione in base a cui il paese intende interrompere la sua partecipazione al Global compact on migration, l’accordo sulle migrazioni delle Nazioni Unite (Onu), il cui programma definitivo dovrebbe entrare in vigore dal 2018 e il cui obiettivo è quello di favorire una migrazione internazionale “disciplinata, sicura, regolare e responsabile”. Un risultato simile può essere raggiunto tramite la creazione di nuovi posti di lavoro, la lotta contro lo sfruttamento e il razzismo, il sostegno ai paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati.
L’ambasciatrice americana all’Onu Nikky Haley ha motivato la scelta di uscire dall’accordo, chiamato anche Dichiarazione di New York dal nome della città in cui è stato firmato, affermando che le decisioni riguardanti l’immigrazione negli Stati Uniti “spettano sempre e soltanto agli americani”. Il concetto è stato ripreso dal segretario di stato Rex Tillerson, che ha evidenziato l’impossibilità di supportare un procedimento che rischia di minare il diritto sovrano del paese di mettere in pratica le proprie leggi sull’immigrazione e di mettere in sicurezza i propri confini. Si tratta di dichiarazioni in linea con la politica del presidente Donald Trump: uno dei suoi slogan è infatti “America first”, l’America al primo posto. In un paese sempre più isolato e mosso da spinte nazionalistiche, risulta difficile rinunciare a una porzione di sovranità e lasciare parte del potere decisionale nelle mani di un organismo sovranazionale quale è l’Onu.
Trump, del resto, ha dimostrato fin da subito come la pensa sul tema delle migrazioni. Nel mese di gennaio del 2017, poco dopo la sua elezione, ha impedito l’accesso negli Stati Uniti agli individui provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana, decretando: “noi non li vogliamo qui”. Il bando è stato bloccato dalla Corte d’appello federale, ma proprio in questi giorni la Corte suprema ne ha approvato una nuova versione, che impone varie restrizioni all’ingresso di cittadini stranieri provenienti da otto nazioni: Chad, Iran, Libya, North Korea, Syria, Venezuela, Somalia e Yemen.
Leggi anche: Muslim ban di Donald Trump, via libera temporaneo dalla Corte suprema
La migrazione è “un fenomeno globale che richiede una risposta globale”, ha sottolineato il presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Miroslav Lajcak. Una risposta internazionale è la stessa che impongono i cambiamenti climatici. Gli Stati Uniti sono dapprima usciti dall’Accordo di Parigi sul clima, e ora interrompono il loro impegno sul fronte delle migrazioni. Sembra un paradosso il fatto che un paese in cui storicamente questo fenomeno ha giocato un ruolo fondamentale, e che è famoso in tutto il mondo per essere un “melting pot” – cioè un insieme di diverse nazionalità – possa negare lo straordinario valore sociale e culturale delle migrazioni.
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