L’Onu ha pubblicato il World Ocean Assessment, corposo rapporto sullo stato di salute degli oceani, che costituisce di fatto un appello per salvarli.
Alcuni studi hanno rilevato la presenza di batteri, che proliferano sulla superficie dei rifiuti di plastica presenti nei mari: la “plastisfera”.
Da tempo sappiamo che, entro i prossimi decenni, la quantità di plastica riversata negli oceani sarà tale da superare la massa complessiva dei pesci che li abitano. A spiegarlo era stato, già nel 2016, uno studio della fondazione Ellen MacArthur, che aveva indicato il 2050 come data del possibile “sorpasso”. Sappiamo, inoltre, che è una presenza così importante di tale materiale, in particolare sotto forma di microplastiche, comporta tutta una serie di gravi problemi per la fauna marina. Uccelli e pesci, infatti, non sono in grado di evitare di ingerire plastica. E quest’ultima, di conseguenza, entra nella catena alimentare, arrivando fino nei nostri piatti.
Ma c’è di più. Una presenza così invasiva nei mari di tutto il mondo sta facendo emergere un ecosistema specifico. Che alcuni hanno battezzato “plastisfera” (per analogia con “biosfera”), e che potrebbe perfino provocare nuove epidemie. A spiegarlo è un’analisi del quotidiano economico francese Les Echos, secondo il quale con il termine “plastisfera” si indica “l’insieme dei micro o macro-organismi, batteri, virus, funghi, microalghe, invertebrati, crostacei o altri tipi di esseri viventi che negli oceani colonizzano i rifiuti di plastica”. Formando sulla loro superficie quello che gli specialisti chiamano “biofilm”.
Quest’ultimo è stato individuato per la prima volta nel 2013. E immediatamente ha suscitato la preoccupazione degli esperti. Tre anni più tardi, due biologi olandesi hanno scoperto che, nella miriade di batteri presenti in questi ecosistemi basati sulla plastica, erano presenti anche quelli appartenenti alla famiglia dei vibrioni. Che comprende anche il Vibrio cholerae, responsabile del colera. Un altro studio del 2020, pubblicato dalla rivista scientifica Plos One, ha confermato la presenza negli estuari dei fiumi.
Risale quindi al 2019 un’altra scoperta allarmante, che ha rafforzato lo studio del 2016. Alcuni batteri ritrovati su rifiuti di plastica nelle regione antartica sono risultati resistenti agli antibiotici allo stesso modo dei più coriacei presenti sulla terraferma. “Le plastiche restano nell’ambiente molto più a lungo rispetto ai materiali biodegradabili come il legno. Sono capaci così di percorrere grandi distanze in molto tempo”, ha spiegato a Les Echos Ika Paul-Pont, eco-tossicologo del Consiglio nazionale delle ricerche francese.
“Se si aggiunge il pericolo rappresentato da possibili agenti patogeni – osserva il quotidiano -, siano essi vibrioni o altro, assieme al problema dell’antibiotico-resistenza, si comprende che le ragioni non mancano per agire urgentemente”. Il giornale transalpino propone inoltre un esempio concreto: nel 2017, ben sei anni dopo lo tsunami che ha colpito il Giappone e provocato la catastrofe di Fukushima, alcuni scienziati americano scoprirono sulla costa occidentale degli Stati Uniti 289 nuove specie di invertebrati. Provenienti dalle acque nipponiche: avevano attraversato il Pacifico proprio “appoggiati” a pezzi di plastica strappati via dalla corrente durante le inondazioni.
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