Quasi un quinto del budget dell’Ue viene speso per gli allevamenti, la denuncia di Greenpeace

In Europa l’allevamento di bestiame occupa la maggior parte della superficie agricola e assorbe il 20% del budget dell’Ue.

Gli allevamenti intensivi sono la causa principale dei cambiamenti climatici e stanno contribuendo in maniera determinante allo sfacelo ambientale che sta condannando la nostra e molte altre specie. In Europa oltre il 60 per cento dei cereali coltivati viene impiegato per nutrire il bestiame e l’industria agroalimentare è la principale fonte di inquinamento delle falde acquifere. “Una porzione di carne bovina crea un potenziale di riscaldamento atmosferico pari a 36 chili di CO2 – sostiene Lisa Kemmerer nel libro Mangiare la terra – corrispondente a quello che si crea guidando un’utilitaria per 3 ore e percorrendo 250 chilometri”. Come se non bastasse, per foraggiare tale attività in Europa viene speso quasi un quinto del bilancio totale dell’Unione europea.

Mucche in un campo recintato con filo spinato
Il consumo di prodotti animali produce dieci volte più emissioni di combustibile fossile per caloria rispetto al consumo diretto di alimenti vegetali © Pexels

Finanziare la catastrofe

Lo ha rivelato il nuovo rapporto pubblicato da Greenpeace, Nutrire il problema: la pericolosa intensificazione dell’allevamento in Europa. Il rapporto, che evidenzia ancora una volta l’assoluta necessità di ridurre il consumo di carne e prodotti caseari, sostiene che tra il 18 e il 20 per cento del totale del budget annuale dell’Ue, tra i 28,5 e 32,6 miliardi di euro, viene impiegato per finanziare le aziende che allevano bestiame e quelle che producono foraggio per il bestiame.

L’Europa mangia troppa carne

Il problema dell’eccessivo consumo di carne caratterizza diverse aree del pianeta ma è, secondo la ricerca di Greenpeace, particolarmente grave nel Vecchio continente. Nell’Unione europea il consumo medio pro capite di carne è infatti il doppio della media globale. Appena un mese fa uno studio pubblicato dalla rivista scientifica inglese The Lancet, suggeriva che in Europa, per evitare l’aggravarsi della crisi climatica e per prevenire la perdita di fauna selvatica (senza considerare l’impatto sulla salute umana), sarebbe necessario un taglio del consumo di carne rossa del 77 per cento.

 

Quanta terra si accaparra l’allevamento

Per stilare il rapporto i ricercatori hanno utilizzato dati pubblicamente disponibili della Commissione europea e di Eurostat, grazie ai quali sono stati in grado di stimare i sussidi agricoli e la quantità di terreno legato all’allevamento del bestiame. Dai dati è emerso che oltre il 71 per cento di tutta la superficie agricola dell’Ue, circa 125 milioni di ettari, è destinata all’alimentazione del bestiame, a scapito delle coltivazioni ad uso umano.

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Il fallimento dell’allevamento industriale

“Gli scienziati ci avvertono che dobbiamo ridurre il consumo di carne per evitare il disastro ambientale, è una follia dare tutti questi soldi agli allevamenti intensivi – ha affermato il direttore della politica agricola di Greenpeace, Marco Contiero. – L’Europa ha la responsabilità di utilizzare la Pac (Politica agricola comune) per aiutare gli agricoltori a passare ad un tipo di allevamento più ecologico, allevando meno animali ma in modo migliore, proteggendo il nostro ambiente, il clima e la salute”. Per un cambio di paradigma è innanzitutto necessario cambiare la dieta del bestiame, che dovrebbe essere prevalentemente a base di erbe, basta dunque a cereali e soia.

Pecore stipate in un grande allevamento
Gli animali da allevamento consumano globalmente oltre 635 milioni di tonnellate di cerali all’anno © Pexels

Basta monocolture

Greenpeace, considerata l’insensatezza di finanziare attività che comportano più danni che benefici, ritiene che i sussidi agricoli dell’Ue dovrebbero essere reindirizzati per incentivare una maggiore produzione di frutta e verdura. È bene ricordare che anche l’agricoltura intensiva, basata sulle monocolture, ha un grave impatto ambientale e riesce a sostentarsi grazie ai sussidi e che anche queest’ultima dovrebbe dunque intraprendere una strada più sostenibile. “La spinta verso la monocoltura – scrive l’autore britannico George Monbiot – causa una denaturalizzazione, sia dei luoghi che degli uomini. Spoglia la terra della diversità della vita e della struttura naturale verso cui gli esseri umani tendono”.

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