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Il ministero dell’Agricoltura ha pronti milioni di euro per campagne in difesa degli allevamenti intensivi in Italia e il consumo di carne rossa: ecco perché.
Quest’anno, per la prima volta in televisione, abbiamo sentito parlare di come un elevato consumo di carne rossa possa avere conseguenze per la nostra salute e, soprattutto, di come questa carne oggi provenga da allevamenti intensivi in Italia, in Europa o in altre parti del mondo, dove gli animali vengono allevati in condizioni terribili.
Milioni di persone hanno avuto modo di conoscere anche il problema dell’antibiotico resistenza, definito “una minaccia che necessita di uno sforzo coordinato a livello mondiale” dalla direttrice generale aggiunta della Fao, Maria Helena Semedo, e risultato dell’enorme utilizzo di antibiotici negli allevamenti e della conseguente nascita di batteri resistenti, che possono diffondersi anche tra gli esseri umani. E l’Italia, come rileva un recente studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ha il triste primato di secondo paese europeo per quantità di antibiotici somministrati agli animali, dietro alla Spagna.
L’ampia diffusione di queste notizie in televisione è stata, a fine novembre, argomento di discussione dell’assemblea straordinaria dell’Associazione industriali delle carni e dei salumi (Assica), che rappresenta circa 180 aziende del settore della salumeria italiana. Secondo Assica, il 2016 è stato “un anno difficile, contraddistinto da continui attacchi al settore, soprattutto sul fronte mediatico”. La televisione avrebbe distorto soprattutto le dichiarazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) contenute in un atteso report che afferma che le carni rosse lavorate sono cancerogene, rimbalzando notizie grossolane provenienti dalla rete e contribuendo così a far crollare i consumi (-5,1 per cento nei primi 9 mesi di quest’anno). Solo l’export è stato proficuo, ma essendo questo il 15 per cento della produzione totale, il declino interno dei consumi va in qualche modo contrastato.
Ma, anche ammettendo che in rete siano circolate notizie che abbiano ingigantito le già forti affermazioni della massima autorità mondiale della sanità, ciò che lascia perplessi è che il ministero delle Politiche agricole abbia previsto uno stanziamento di 3,8 milioni di euro destinati a una campagna istituzionale che, dietro la giustificazione di controbattere queste fantomatiche bufale, incentiva il consumo di carne e gli allevamenti intensivi. La campagna sarà diretta ai millenial, ovvero la generazione di ragazzi e ragazze nata tra il 1980 ed il 2000 che, informandosi principalmente tramite il web, sarebbe diventata la fascia di consumatori più critica verso il consumo di carne perché, secondo Assica, abbindolata da tesi false che devono essere confutate.
Vogliamo veramente essere trasparenti verso i consumatori, il cui identikit rivela persone consapevoli, attente a stili alimentari salutari, desiderose di conoscere il dietro le quinte dei prodotti, compresi i sistemi di allevamento? Allora la campagna milionaria del ministero dovrebbe perlomeno citare anche la posizione delle principali associazioni mondiali che si occupano di nutrizione (tra cui l’American dietetic association) che sostengono che “le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie”.
Andrebbe poi detto che un consumo di carne pro capite, anche minimo, oggi rende necessario un sistema di allevamento intensivo che, come evidenziamo in un’investigazione di Essere Animali, pone indubbi problemi etici. Ad esempio, tra le altre cose, è prassi mutilare la coda e i denti dei maialini perché gli animali tendono a compiere atti di cannibalismo in condizioni di vita così misere. Infine, andrebbe anche menzionato il fatto che gli allevamenti intensivi sono la prima causa di inquinamento al mondo.
È un diritto del consumatore essere correttamente informato. Ed è vero, le bufale vanno contrastate. Ma anche la cattiva informazione, quella parziale e fuorviante, può considerarsi una bufala e probabilmente a breve avremo la conferma che queste non circolano solo in rete, ma a volte diventano oggetto di vere e proprie campagne istituzionali.
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