Chi è Sergio Costa e quali sfide attendono il nuovo ministro dell’Ambiente del governo Conte

Dall’Ilva di Taranto all’inquinamento dell’aria. Queste sono le sfide che deve affrontare il nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa, commentati da 4 esperti.

L’ambiente al centro, che appartiene a tutti. Con questa dichiarazione di intenti Sergio Costa ha cominciato il suo nuovo lavoro come ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare. L’alto ufficiale del Corpo forestale dello Stato e, successivamente, dei carabinieri forestali, sembra ricalcare quanto scritto nel capitolo 4 del contratto di governo guidato da Giuseppe Conte: “C’è bisogno di un maggior coinvolgimento e conoscenza dei temi ambientali capaci anche di costruire alleanze e di portare la questione ecologica al centro della politica”.

Lo stesso neoministro, nato a Napoli il 22 aprile 1959, che proprio in Campania ha indagato sulle ecomafie, ha dichiarato: “Finalmente, dopo una vita trascorsa a denunciare problemi, è arrivato il momento di portare soluzioni”. Del suo lavoro più noto sulla Terra dei fuochi, un’area fra la provincia di Napoli e quella di Caserta dove sono stati interrati e bruciati illegalmente rifiuti tossici e rifiuti speciali, ha detto in un’intervista recente: “È il paradigma della disattenzione del paese verso il nostro ambiente”.

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Varie organizzazioni ambientaliste hanno apprezzato la nomina di Costa, tra le quali Legambiente, Greenpeace e Wwf Italia. Quest’ultimo ha fatto sottoscrivere a Movimento 5 stelle e Lega un “patto per l’ecologia” che impegna le forze politiche attuali in una riforma sostanziale di quello che è stato sempre considerato un ministero minore. Per la presidente della sezione italiana del Wwf, Donatella Bianchi, la scelta dell’esperto di ecomafie andrebbe in questa direzione: “Finalmente l’uomo giusto al posto giusto”.

I dossier che il ministro Costa deve affrontare sono vari e complessi

Fra questi, Ilva, green economy ed economia circolare, ricostruzione delle zone terremotate, freno al consumo di suolo, contrasto al rischio idrogeologico, implementazione delle rinnovabili, adeguamento (tuttora disatteso) ai livelli di emissione di gas inquinanti previsti dalle direttive Ue e per cui l’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia europea. A inizio operato, restano ovviamente molte domande aperte. Non solo su come si realizzeranno gli obiettivi indicati, ma anche se l’Ambiente verrà considerato finalmente un diritto umano, come auspicato dai maggiori esperti ambientali e anche da Papa Francesco nell’enciclica del 2015, “Laudato si’”.

Per un salto culturale che porti a considerare uomo e ambiente una cosa sola

Abbiamo sottoposto questa riflessione a uno scrittore, un professore e due avvocati dedicati alle questioni ambientali. Le loro analisi e testimonianze ci hanno aiutato ad approfondire l’operato di Sergio Costa e le priorità ecologiche del nostro paese. Partiamo dall’Ilva con il tarantino Fulvio Colucci, cronista della Gazzetta del Mezzogiorno e autore con Giuse Alemanno di “Invisibili – Vivere e morire all’Ilva di Taranto” e con Lorenzo D’Alò di “Ilva football club”.

Proseguiamo con la vicenda della Terra dei Fuochi, grazie al professore di diritto agrario e diritto alimentare Stefano Masini, che ha collaborato con lo stesso generale Costa come coordinatore delle attività dell’area Ambiente e territorio di Coldiretti. Infine, il parere degli avvocati Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria, e Ugo Taddei, responsabile del progetto Clean air per ClientEarth. A nome delle loro organizzazioni e dei cittadini che rappresentano, hanno fatto insieme causa alla regione Lombardia per lo sforamento dei livelli di inquinamento.

Per Fulvio Colucci “l’ambiente è un diritto umano. La politica guardi al dopodomani, come disse Aldo Moro”

“Ho visto il ministro Costa quando nel 2013 è venuto a Taranto come responsabile dell’indagine sulla Terra dei fuochi. Il magistrato Vitaliano Esposito presiedeva la riunione sull’attivazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”, racconta da Taranto Fulvio Colucci. “Oggi Sergio Costa si ritrova una situazione complicata da due variabili. La prima economica, industriale e finanziaria: il primo luglio dovrebbe avvenire il passaggio di proprietà al gruppo ArcelorMittal. Come gestirà la questione esuberi? Quando visitai gli impianti di Mittal in Belgio, vidi una sorta di Ilva dimezzata, com’era prima del raddoppio degli anni Settanta. Credo, quindi, che l’idea del nuovo acquirente sia sempre quella del ridimensionamento. Dal punto di vista finanziario, l’Ilva brucia 30 milioni di euro al mese. Per non andare in perdita è condannata a produrre alla massima capacità, con impianti ormai vecchi. Ciò significa massimo inquinamento”.

Lei lo definisce “un cane che si morde la coda”. “Esatto. Ridimensionare significa tagliare almeno 4mila posti di lavoro, mantenendo l’impianto a caldo a Taranto e concentrando a Genova quello a freddo”. La seconda variabile è politica. “Il neoministro, da profondo conoscitore delle emergenze ambientali, dovrà gestire una contraddizione”, spiega Colucci. “Nel contratto di governo si parla contemporaneamente di ‘concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali, […] proteggendo i livelli occupazionali’ e di ‘progressiva chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica’. È come se si dovessero conciliare riconversione e chiusura, solo che per chiudere l’Ilva occorrono decenni e per bonificarla secoli. È impossibile chiudere subito e bonificare completamente un territorio dove ci sono anche elementi radioattivi. Parchi minerari visibili dalla luna ed emissioni fuggitive. Finora i governi hanno usato lo slogan che si poteva bonificare con pochi spiccioli, ma servirebbero forse 8 miliardi di euro. Inoltre, Costa dovrà gestire non solo posizioni diverse di Lega e M5s, ma anche un contrasto interno allo stesso Movimento. Il genovese Beppe Grillo, Luigi Di Maio (e anche Salvini) con un occhio agli operai del nord, non hanno mai parlato di chiusura”.

A lei che ha dedicato tanti scritti e libri alle “vittime” dell’Ilva, viene naturale chiedere che cosa si può ancora fare. “Ascoltare il territorio, ripristinando progressivamente il diritto umano all’ambiente pulito e alla salute, che prevale sul diritto all’occupazione. Dopo questa fase di transizione, penso che ritroveremo uno stabilimento più piccolo con tagli alla produzione e una divisione fra Taranto e Genova. Si cercheranno sbocchi occupazionali, si dice anche nelle bonifiche, che cominceranno in modo graduale. Inoltre, bisognerà mettere in sicurezza la fabbrica per salvaguardare le vite. Io spero in una de-industrializzazione secondo il modello Pittsburgh e in una classe dirigente che – come diceva Aldo Moro – guardi al dopodomani”.

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La questione dell’Ilva di Taranto sarà una delle tematiche che Costa dovrà affrontare © Awakening/Getty Images

La voce del suo territorio, però, non è univoca. “Perché i tarantini considerano l’Ilva una realtà calata dall’alto, dallo Stato. La vivono con apatia e credo che la maggior parte sia interessata solamente all’aspetto occupazionale. È un problema culturale che scaturisce dal neocolonialismo del sud cominciato con l’Unità d’Italia e finito con il boom economico degli anni Sessanta. I politici non hanno guardato a lungo termine, ma almeno allora c’era la fede nel progresso. Oggi, che non c’è più, dovranno sporcarsi le mani. Lasciare da parte le dirette Facebook, i tweet e tornare nelle fabbriche”. In ogni grande opera bisognerebbe tenere conto dello snaturamento dell’ambiente. Quando l’Ilva si ingrandì, furono tagliati 40mila ulivi e si avvelenò per decenni un territorio. Nel quartiere circostante, i bambini non possono giocare a pallone per strada, andare a scuola. Nei giorni di vento si deve restare chiusi in casa. “Con la Tap – conclude Colucci – si deve ugualmente tener conto che si va a snaturare un habitat. Non si possono più sacrificare le persone e l’ambiente, perennemente in relazione, per la produzione”.

Un ministero al centro delle scelte socio-economiche, per Stefano Masini

“Coldiretti ha collaborato con la forestale e il suo comandante Sergio Costa in tante iniziative”, spiega da Roma il professore Stefano Masini. Le loro strade si sono incrociate sui territori campani, così ricchi di risorse agroalimentari, quanto gravemente vessati dalla criminalità organizzata. Il profilo del neoministro è conosciuto e stimato. Il Corpo forestale da lui diretto in Campania ha svolto un’importante operazione di contrasto a reati che compromettevano l’economia agroalimentare, oltre alla salute delle persone. Si contano azioni persistenti contro cave e discariche abusive, contrasto a combustione di sostanze dannose, controllo di forme illecite di allevamento come quelle della bufala, lotta al caporalato.

“Il lavoro nella Terra dei fuochi è stato faticoso, ma adesso possiamo dire che è concluso”, confida Masini. “Una certa stampa l’ha strumentalizzato”. Alcuni media hanno riportato che erano stati ingigantiti i livelli di contaminazione della zona e degli alimenti, attribuendo la colpa allo stesso comandante Sergio Costa. “Non è vero. Si è trattato di uno sciacallaggio perpetrato dalla stampa nazionale e poi ripreso da quella straniera”. È andata così: “Si è fatto un prezioso campionamento che ha permesso di assegnare a ciascuna area una destinazione finale. Per fortuna solamente pochi ettari sono stati esclusi per contaminazione dalla produzione alimentare. Ai prodotti provenienti dalle altre aree è stata data una certificazione ambientale e di sicurezza”.

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Protesta di circa 2mila persone, per le strade di Napoli © Emanuele Sessa/Pacific Press/LightRocket/Getty Images

Tra le attuali priorità del ministero per l’Ambiente, il professore parla proprio di Ilva: “Alcuni percorsi industriali sono obsoleti e non compatibili con una migliore qualità della vita che viene richiesta in un paese occidentale. Non è sufficiente far pagare chi inquina o limitare i danni delle fonti. Nel rapporto fra scienza e tecnologia bisogna sempre valutare se lo sviluppo è sostenibile. Per esempio: se decidiamo di coltivare ogm, dobbiamo chiederci se intendiamo ridurre la tutela della biodiversità”. “È necessaria una strategia nazionale che trasformi il ministero dell’Ambiente non più in un ministero minore, ma nel centro di un’opera di interdizione delle scelte economiche e sociali”, continua il responsabile Ambiente di Coldiretti. “Per ridurre l’uso della plastica bisogna promuovere i vuoti a rendere. Negli appalti pubblici il criterio di scelta deve essere la sostenibilità e non più solo il costo più ridotto. Un altro esempio: il referendum sulle trivelle non è stata una buona prova per il governo Renzi. Il sud ha una vocazione agricola e turistica. Preferirei una stazione balneare sostenibile in più e un pozzo di petrolio in meno. Aprire un’area protetta è un investimento maggiore della creazione di una fabbrica”.

Altro tema centrale del dibattito sull’ambiente è quello dell’iniquità delle transazioni economiche, come indicato anche dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. “Guardando alla coltivazione di soia in Argentina si registra che la monocultura produce scarsità, redditi bassi, iniquità”, continua il professor Masini. “Alcune cose, in Italia, sono già state fatte. I mercati agricoli a chilometro zero, le fattorie didattiche, i servizi per disabili, gli agriturismi. Per riagganciare la campagna alla città, oltre alle periferie come indicato dal senatore Renzo Piano, serve una legge sul consumo del suolo, al momento bloccata. Bisogna ripartire da un testo più preciso che fermi la perdita di centinaia di ettari per cementificazione, sottrazione d’uso o pavimentazione. Occorre puntare sul riuso degli spazi già edificati, se possibile. In merito alla raccolta d’acqua, Coldiretti ha un progetto di costruzione di mille invasi, cioè bacini di raccolta per far fronte alla siccità che non comportano opere di edificazione e cementificazione”.

Infine una critica all’Unione europea: “Spero in un’Europa con meno burocrazia e più sussidiarietà. Per Bruxelles “tutto è rifiuto quando perde la sua destinazione”. Molti sottoprodotti, invece, devono essere avviati al riciclo. Come si fa a creare equità in una filiera delle arance italiane pagate 0,05 centesimi al chilo? È scontato che si creino delle eccedenze. Dobbiamo chiedere all’Ue di aggiungere più succo d’arancia nelle bibite…”.

Sergio Costa ministro dell'ambiente
Il Corpo forestale diretto da Costa in Campania ha svolto un’importante operazione di contrasto a reati che compromettevano l’economia agroalimentare, oltre alla salute delle persone. Si contano azioni persistenti contro cave e discariche abusive, contrasto a combustione di sostanze dannose, controllo di forme illecite di allevamento come quelle della bufala, lotta al caporalato © Alberto Pizzoli/AFP/Getty Images

Anna Gerometta e Ugo Taddei, l’urgenza di un piano contro l’inquinamento

In merito all’inquinamento atmosferico, altri paesi dell’Unione europea come la Germania, seppure dopo diverse sentenze legali, si stanno adeguando agli standard di gas inquinanti imposti dalle direttive comunitarie. L’Italia è stata differita pochi giorni fa alla Corte di giustizia. L’adeguamento a questi livelli in pianura Padana è presente nel contratto di governo, ma non è ancora stato adottato dall’amministrazione regionale lombarda guidata dalla Lega dei presidenti Roberto Maroni (2013-2018) e Attilio Fontana insediatosi lo scorso marzo.

La presidente di Cittadini per l’aria, l’avvocato Anna Gerometta, che ha fatto causa alla regione Lombardia insieme con ClientEarth, da Milano commenta: “Accogliamo con fiducia la nomina del neo ministro dell’Ambiente Costa che in prima persona ha affrontato la gravità del tema dell’inquinamento atmosferico – e non solo – nella Terra dei fuochi. Siamo certi che – con la sua esperienza – saprà interpretare l’urgenza della azione necessaria a ridurre i livelli degli inquinanti dell’aria in Italia con le misure necessarie a proteggere la popolazione, ridurre i costi dell’inquinamento che oggi ammonta al 5 per cento del prodotto interno lordo, e il nostro patrimonio culturale. La sfida in questo ambito sarà una sfida dell’intero paese per arrivare, finalmente, a prendere le decisioni che molti governi hanno purtroppo evitato. Stiamo chiedendo un appuntamento al neo ministro in relazione alle nostre richieste sull’impegno dell’Italia per la creazione di una zona a basse emissioni nel mar Mediterraneo e la riduzione delle emissioni al più presto nelle aree portuali, ma tante altre azioni devono e possono essere adottate a livello nazionale per affrontare questo  tema”.

Voce più critica è quella di Ugo Taddei, responsabile del progetto Clean air per ClientEarth: “Giudicheremo il nuovo governo quando prenderà delle azioni concrete, che abbiano un reale impatto sull’inquinamento atmosferico e sui danni che questo causa alla salute degli italiani da troppi anni. Il contratto siglato al momento contiene intenzioni vaghe sulla qualità dell’aria. Ci sono solo poche righe che non fanno capire quali saranno le linee di azione. Eppure servono coraggio e decisione: ogni anno, in Italia l’inquinamento atmosferico è associato a quasi 60mila morti premature (stima Eea)”. E aggiunge: “Il governo del cambiamento, per essere tale, dovrà marcare un netto cambio di passo rispetto al passato. Servono azioni immediate in materia di mobilità, per combattere l’inquinamento dei veicoli diesel, e di riscaldamenti, per limitare gli effetti della combustione di biomasse. E tutto questo con l’Italia che è appena stata deferita alla Corte di giustizia dell’Unione europea per l’inquinamento atmosferico. Il rischio di sanzioni è alto, ma a far muovere il governo dovrebbe essere la tutela della salute dei suoi cittadini”.

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