Uno studio pubblicato su Nature Geoscience indica una presenza massiccia di agenti inquinanti negli oceani, con valori giudicati “enormi” dagli esperti.
Secondo i massimi esperti riuniti in Sudafrica, l’attività dell’uomo ha proiettato la Terra in una nuova era geologica: l’Antropocene.
Le attività dell’uomo hanno ormai modificato in modo così importante il nostro pianeta da averlo fatto entrare probabilmente in una nuova era geologica: l’Antropocene. A confermarlo è stato un gruppo di scienziati riunito lo scorso 29 agosto a Città del Capo, in Sudafrica, in occasione dell’ultimo Congresso geologico internazionale.
Come riportato dal quotidiano inglese The Guardian, infatti, sui 35 esperti presenti, 30 hanno approvato il passaggio alla nuova fase di vita della Terra (tre i voti contrari, invece, e due le astensioni). Spetterà ora all’Unione internazionale delle Scienze geologiche (Iugs) la conferma definitiva del cambiamento, e del conseguente abbandono dell’attuale era, detta Olocene, cominciata circa diecimila anni fa.
La parola Antropocene è stata coniata dal chimico e premio Nobel olandese Paul Crutzen. Con essa si indica, letteralmente, “l’era dell’uomo”, ovvero una fase caratterizzata dall’impronta dell’essere umano sull’ecosistema globale. Tenendo conto dei cambiamenti climatici, dell’erosione del suolo, del riscaldamento degli oceani o ancora dell’estinzione di numerose specie, il “peso” delle attività antropiche sembra evidente. Tuttavia, per i geologi è necessario rilevare un “segnale” tangibile di tali attività nelle rocce terrestri.
Ad esempio, ricorda un’analisi di France Info, l’epoca della scomparsa dei dinosauri coincise con la presenza di una concentrazione insolita di iridio nelle rocce: un elemento chimico piuttosto raro sulla Terra ma comune nelle meteoriti. Proprio l’ipotesi della caduta un corpo celeste sulla Terra è tra le più accreditate per spiegare la drammatica riduzione delle specie viventi che avvenne circa 66 milioni di anni fa, e che portò alla fine del cosiddetto periodo Cretaceo (considerato l’ultimo dell’era Mesozoica).
Per questo l’Iugs avrà ora a disposizione tre anni per effettuare analisi sui sedimenti nei laghi, carotaggi nei ghiacci antartici, o ancora prelievi di campioni di coralli per ottenere la “prova” del passaggio all’Antropocene.
Secondo Jan Zalasiewicz, esperto ascoltato dal quotidiano britannico, non sarà difficile: plastica, alluminio, particelle di cemento possono essere considerate facilmente un segnale inequivocabile dell’impatto umano sulla Terra. Ma soprattutto, sottolinea il quotidiano Le Monde, potrebbe essere la radioattività dispersa a causa dei test e degli incidenti nucleari a rappresentare la traccia più tangibile dell’ingresso nella nuova era geologica.
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