Fukushima, piantando i semi della rinascita

Abbiamo visitato Fukushima per parlare con chi sta lavorando per ricostruire la propria vita dopo il disastro dell’11 marzo 2011. Queste sono le loro storie, in un video reportage prodotto da LifeGate.

Lo scenario non è post-apocalittico come ci si potrebbe aspettare. Fukushima, ora, sembra un posto normale – sottopopolato ma normale. Nel 2016 abbiamo visitato la prefettura sulla costa nordorientale del Giappone, oltre 200 chilometri a nord della capitale Tokyo, per parlare con chi è impegnato a ripartire dopo il terremoto, lo tsunami e il disastro nucleare che l’11 marzo 2011 hanno sconvolto il paese e il mondo intero.

 

Cosa è successo a Fukushima

Il terremoto di Tōhoku e lo tsunami

L’epicentro del terremoto di Tōhoku di magnitudo 9,1 che colpisce alle 14.46 si registra al largo della costa orientale del Giappone a 160 chilometri dalla centrale nucleare Fukushima Daiichi. Lo tsunami generato dall’evento sismologico raggiunge fino a 40,5 metri di “runup”, ovvero l’altezza del muro d’acqua che si riversa sulla costa rispetto al livello del mare, e inonda 561 chilometri quadrati di terra. Questo maremoto è stato la principale causa di morte nel corso dei tragici eventi: 15.891 persone hanno perso la vita e 2.584 sono scomparse secondo l’Agenzia nazionale di polizia giapponese.

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Miwako Ono coltiva la sua terra a Nihonmatsu, a 50 chilometri dalla centrale nucleare Fukushima Daiichi © Massimo Colombo

Il disastro nucleare

L’inondazione scavalca i muri che dovrebbero proteggere la centrale nucleare di Fukushima Daiichi della Tokyo electric power company (Tepco) – la più grande compagnia elettrica del Giappone – dallo tsunami, causando un blackout che mette fuori uso i sistemi di raffreddamento dei sei reattori nucleari presenti nella struttura costiera, inclusi quelli d’emergenza. I livelli delle piscine di raffreddamento calano esponendo le barre di combustibile nucleare all’aria, la cui superficie, reagendo con essa, causa il rilascio di idrogeno che a sua volta provoca esplosioni nei reattori numero 1, 2 e 3. Negli stessi reattori il surriscaldamento induce alla fusione dei nuclei al loro interno e al rilascio di grandi quantità di radiazioni.

L’evento è conosciuto in giapponese come Fukushima genpatsu-shinsai: da genpatsu, centrale nucleare; shin, terremoto; e sai, evento tragico. È stato classificato di entità 7 secondo la scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici (Ines), il livello massimo possibile e raggiunto solo dal disastro di Chernobyl.

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Rifugio temporaneo per le persone evacuate della città di Minamisōma © Massimo Colombo

Le radiazioni

167 addetti ai lavori di Fukushima Daiichi ricevono dosi di radiazioni al di sopra dei 100 millisievert (0,1 sievert) – ovvero il limite annuo di esposizione sopra il quale il cancro insorge più frequentemente – entro fine 2011, secondo quando dichiarato da Tepco. Il rilascio di radiazioni è tale che a febbraio 2017 la Tepco riporta livelli pari a 530 sievert all’interno del reattore numero 2.

Gli effetti sulla salute causati dall’esposizione soprattutto ai radionuclidi iodio-131 e cesio-137 non sono ancora stati accertati. Secondo organizzazioni scientifiche come Physicians for social responsibility e International physicians for the prevention of nuclear war, entrambi statunitensi e schierate contro l’energia atomica, il Giappone potrebbe subire dai 10 ai 60mila casi di cancro in più a causa dell’incidente nucleare di Fukushima. D’altro canto secondo un articolo pubblicato dall’American association for the advancement of science l’incremento dell’incidenza di cancro alla tiroide registrata nei bambini nella prefettura dal 2011, ad esempio, è dovuto al fatto che ora i sistemi di controlli sono più fitti e frequenti rispetto a quelli in vigore prima del genpatsu-shinsai.

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Motohiri Seki, amministratore delegato di Nanakusa Brewery, che si serve dei prodotti coltivati a Nihonmatsu per produrre vino, sidro e sakè © Massimo Colombo

L’evacuazione

Uno degli impatti maggiori e più sentiti da centinaia di migliaia di abitanti è l’evacuazione dalle proprie case a causa delle radiazioni. Il limite della “zona di esclusione” indetta il 13 marzo 2011 era di circa 20 chilometri dalla centrale Daiichi ed è stata poi estesa per comprendere quelle aree attraversate dai venti di nordovest che trasportano le radiazioni. Al picco le persone sfollate sono state 470mila secondo l’Agenzia di ricostruzione giapponese.

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Tramonto nella città di Fukushima, capoluogo della prefettura © Massimo Colombo

Gli abitanti di Fukushima, la storia di una rinascita

Gradualmente negli ultimi sei anni il governo giapponese ha permesso che parte della zona di esclusione venisse ripopolata. Ma molti dei vecchi abitanti non sono tornati (99mila a febbraio 2016 sempre secondo l’Agenzia di ricostruzione), preoccupati dagli effetti sulla salute delle radiazioni e che quindi si sono creati nuova vita altrove. Nonostante il scarso ripopolamento gli abitanti di Nihonmatsu, Minamisōma, Tamura, Kawauchimura e della città di Fukushima, capoluogo della prefettura, non si sono lasciati abbattere.

Da chi risiedeva nell’area di evacuazione ed è potuto tornare solo dopo anni – come Shigeru Yamasawa che ha riaperto il suo ristorante Urashima sushi a Minamisōma quando ancora vigeva l’ordine di evacuazione, per servire principalmente i lavoratori impegnati nella decontaminazione – a chi vive in aree considerate ufficialmente “sicure” e non ha mai lasciato la propria casa se non per brevi periodi – come Kazue Morizono che dopo essersi ammalata a causa delle radiazioni pretende giustizia, cioè che vengano puniti i dirigenti della Tepco e che il Giappone freni la produzione di energia atomica. Purtroppo il primo ministro giapponese Shinzo Abe non sembra averle dato ascolto. Anche alla vigilia del quinto anniversario dal disastro avevo confermato che il paese, “non può fare a meno dell’energia nucleare”.

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In un tempio Shinto nella città di Minamisōma © Massimo Colombo

Se il governo giapponese non vuole imparare la lezione che centinaia di migliaia di suoi cittadini hanno subito non resta che continuare a dar voce al movimento contro l’energia nucleare e dare ascolto a chi, come gli abitanti di Fukushima, ha visto gli effetti devastanti da vicino. Persone proiettate verso il futuro – con o senza nucleare – che affrontano la sfida di riprendere la “normalità” con dignità, determinazione e inventiva. Impegnate a rassicurare il resto del paese e del mondo che Fukushima si può visitare, che i prodotti della sua antica tradizione agricola si possono mangiare e che non dobbiamo provare pena per loro. Ma ammirazione per la tenacia, silenziosa ma forte, di un popolo che vuole rinascere.

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