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Dopo la moria di pesci in Vietnam, i cittadini puntano il dito contro un impianto industriale. Intanto il governo ha arrestato due giornalisti impegnati sul caso.
È da poco passata la Giornata mondiale per la libertà di stampa e già giunge la notizia dal Vietnam di due giornalisti fermati mentre raccoglievano testimonianze riguardo a una moria di pesci che ha colpito le coste centrali del Paese.
Chu Manh Son, cronista di un giornale locale cattolico, e Truong Minh Tam, giornalista e esponente di un movimento della società civile, sono stati arrestati mentre si recavano, separatamente, sul luogo del disastro per “intervistare i locali, fare riprese video e pubblicarle su siti web anti-Stato”. Sarebbe questo quindi il motivo dell’arresto, riportato in un comunicato ufficiale del governo, secondo quanto diffuso dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), allarmato dalla situazione.
Fermati entrambi il primo maggio, Son sarebbe stato rilasciato dopo due giorni, mentre Tam dopo quattro giorni risultava ancora in custodia.
La morte in massa dei pesci, che si è abbattuta su un tratto di costa lungo 200 chilometri attraverso quattro diverse province, è un duro colpo per i pescatori locali a cui è stata vietata la commercializzazione di prodotti derivati della pesca.
I manifestanti accusano un impianto di produzione di acciaio, di proprietà della taiwanese Formosa Plastic, di aver scaricato agenti inquinanti nel mare causando la contaminazione e la morte dei pesci. Un’inchiesta ufficiale avrebbe già escluso una responsabilità in tal senso ma il ministro dell’Ambiente ha chiesto alla Formosa Plastic di poter accedere a una tubatura per verificare in modo approfondito gli scarichi.
Le cause più plausibili del disastro, secondo le autorità, sono appunto una dispersione di sostanze tossiche causata dalle attività dell’uomo oppure la presenza di una “marea rossa”, un’invasione di alghe che, moltiplicandosi ad un ritmo anomalo, producono tossine che uccidono i pesci.
Il gruppo Formosa Plastic ha già vissuto situazioni analoghe visto che nel 1998 era stato ritenuto responsabile dello sversamento in mare 3.000 tonnellate di rifiuti tossici, in Cambogia, guadagnandosi così il Black Planet Award di Ethecon nel 2009, un riconoscimento che mira ad attirare l’attenzione su chi fa affari in modo distruttivo per la società e l’ambiente.
Il malcontento è grande e la protesta si è allargata rapidamente in Vietnam. Manifestazioni contro la cattiva gestione di un’emergenza ambientale così importante e così prolungata (si parla ormai di un mese), si sono avute ad Hanoi e in altre città.
In particolare, la reazione della popolazione sarebbe scattata dopo un commento di un responsabile della Formosa Plastic secondo il quale il Vietnam deve scegliere tra continuare a pescare pesci e gamberetti o mettere in piedi una fiorente industria dell’acciaio. In tutta risposta è partito sui social l’hashtag #toichonca ovvero: io scelgo il pesce.
Nonostante la protesta abbia trovato grande spazio sui social network, non è stata coperta dai mezzi d’informazione di stato, fortemente controllati dal Partito comunista, al governo. L’agenzia di stampa Reuters sottolinea d’altro canto come sia raro vedere manifestazioni in Vietnam, dove normalmente le autorità intervengono rapidamente per placare le tensioni.
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