Uno studio pubblicato su Nature Geoscience indica una presenza massiccia di agenti inquinanti negli oceani, con valori giudicati “enormi” dagli esperti.
Il declino della popolazione di impollinatori ha dirette conseguenze sulla vita umana: per la prima volta, uno studio mette in correlazione i due fenomeni.
Senza api, si muore. Un nuovo studio ha stimato che la perdita globale di impollinatori sta riducendo l’offerta di cibi sani, causando circa 500mila morti precoci all’anno. Lo studio, il primo a quantificare il bilancio sulla salute umana in relazione alla riduzione del numero di impollinatori selvatici, è stato pubblicato sulla rivista Environmental health perspectives.
Tre quarti delle colture del mondo richiedono l’impollinazione, ma la popolazione di insetti impollinatori è in netto declino. Un’impollinazione inadeguata può causare la perdita del 3-5 per cento della produzione globale di frutta, verdura e noci. La riduzione in termini di consumo di questi alimenti significa che circa l’1 per cento di tutti i decessi può ora essere attribuito alla perdita di impollinatori.
Gli impollinatori sono essenziali per la produzione agricola perché forniscono nutrienti chiave e proteggono dalle malattie. Per questo le aree maggiormente esposte al rischio sono quelle dove già prevalgono malattie cardiache, ictus e tumori o caratterizzate da diete scorrette e bassi livelli di esercizio fisico.
Tra i paesi più esposti ci sono quelli a reddito medio come Cina, India, Russia e Indonesia. Nei paesi a basso reddito si sono riscontrati i maggiori cali di resa nelle produzioni, però la salute delle persone ha sofferto meno a causa di tassi più bassi di malattie cardiache e ictus.
Ma c’è di più. 427mila morti in eccesso all’anno, legati alla perdita del consumo di cibo sano, è un numero che i ricercatori considerano sottostimato: gli scienziati, infatti, non hanno considerato l’impatto della riduzione di micronutrienti come la vitamina A e i folati connessi alla vitamina B.
Il declino degli impollinatori è causato dalle pressioni antropiche dirette e indirette: sfruttamento dei suoli, allevamenti intensivi, pesticidi, stress nutrizionale e cambiamenti climatici. Inoltre, “a livello globale, consumiamo troppe colture impollinate dal vento – grano, riso, mais, orzo – che sono ricche di carboidrati ma relativamente poveri di nutrienti, portando a un’epidemia di obesità e diabete in tutto il mondo”, ha spiegato David Goulson dell’università del Sussex nel Regno Unito. “Non mangiamo abbastanza frutta e verdura, la maggior parte delle quali richiede insetti per l’impollinazione”.
Finora, negli studi di questo tipo, è mancato il collegamento diretto tra perdita di biodiversità e salute umana. “Questa ricerca stabilisce che la perdita di impollinatori sta già avendo un impatto sulla salute umana su scala pari ad altri fattori di rischio per la salute globale, come il cancro alla prostata o i disturbi da uso di sostanze”, ha detto al Guardian il dottor Samuel Myers della Th Chan school of public health dell’università di Harvard e autore senior dello studio.
Non tutto è perduto, fanno sapere i ricercatori. Per evitare queste morti è necessario ripristinare e conservare gli habitat naturali, aumentando il numero di fiori e riducendo l’uso di pesticidi, in particolare dei neonicotinoidi. Va considerato che mentre la popolazione di impollinatori decresce, quella umana cresce. Si tratta di una sfida enorme, ma alla portata soprattutto dei decisori politici. Altrimenti inquinamento, perdita della biodiversità e cali nella produzione alimentare potrebbero risultare fatali per milioni di essere umani.
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