Surfisti e attivisti stanno lottando per tenere il petrolio fuori da migliaia di chilometri di costa australiana

Una compagnia energetica norvegese vuole condurre esplorazioni petrolifere al largo della Grande baia australiana. Così, è nato il movimento Fight for the Bight, per dire no al petrolio nelle immense, selvagge e incontaminate acque del sud dell’Australia.

Il rapporto che lega l’uomo all’oceano è profondo, primordiale. Può sembrare scontato ma l’oceano è fonte di vita o, meglio, è vita. Basti pensare che l’origine delle specie si riconduce proprio agli abissi, che sono tutt’oggi casa di centinaia di migliaia di specie uniche, e che gli oceani da soli producono la metà dell’ossigeno presente sulla Terra, che respiriamo. Il suo moto ondoso, che continua imperturbabile, è quasi ipnotico, terapeutico. Ed è sicuramente un richiamo ancestrale che ha dato vita a una disciplina che celebra l’armonia con l’acqua e il suo movimento, il surf. Una pratica che ci riconnette con la natura, a cui ci lascia in balìa, e che ci parla di libertà, e vita. Ma quando questo rapporto è a rischio, è tempo di farsi avanti per proteggerlo. È per questo che migliaia di surfisti australiani sono usciti in mare con le proprie tavole per protestare contro un progetto di esplorazioni petrolifere al largo delle coste della Grande baia australiana, nel sud del paese.

Il movimento Fight for the Bight, per salvare la Grande baia australiana dal petrolio © Che Chorley
Il movimento Fight for the Bight, per salvare la Grande baia australiana dal petrolio © Che Chorley

Fight for the Bight, il movimento per salvare la Grande baia australiana dal petrolio

Così, il 3 marzo le spiagge e il mare davanti alla cittadina di Victor Harbour, in Australia meridionale, si sono riempiti di persone – famiglie, surfisti, attivisti – che si sono riuniti per mandare un messaggio chiaro all’industria petrolifera: state lontani dalla baia.


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In questo caso, il diretto interessato è Equinor, un’azienda energetica norvegese (per due terzi di proprietà del governo) che vuole iniziare delle attività di esplorazione petrolifera nelle acque australiane. Dal 2017 Equinor è titolare di due permessi di esplorazione (Epp 39 e Epp 40) che coprono un’area di 12mila chilometri quadrati all’interno della baia. L’azienda ha quindi presentato un progetto per installare un pozzo offshore, a 372 chilometri dalla costa e 476 chilometri da Port Licoln.

Equinor sta andando avanti con il suo piano per creare un’area petrolifera nelle acque immacolate, profonde e difficili della Grande baia australiana.Peter Owen, Wilderness Society
La bozza del piano ambientale del progetto (Environmental plan, Ep) deve essere approvata dall’autorità australiana per la gestione e la sicurezza ambientale per il petrolio offshore (Nopsema) e presenta le attività con i suoi possibili rischi, e i conseguenti interventi in caso di fuoriuscita di petrolio. “Questo piano ambientale è il risultato di più di due anni di preparazione e dimostra come possiamo trivellare in modo sicuro, e include un solido piano di risposta in caso di emergenza”, ha comunicato Equinor.

Fight for the Bight, Australia
La mappa è stata prodotta unendo 100 simulazioni di fuoriuscite di petrolio, mostrando lo scenario peggiore

Nel documento di 1.500 pagine viene però presentata anche una mappa, prodotta unendo 100 simulazioni di fuoriuscite di petrolio, che mostra come la marea nera potrebbe raggiungere qualunque punto della baia, dalle coste dello stato dell’Australia occidentale, le aree attorno a Sydney nello stato del Nuovo Galles del sud, lo stato di Victoria sulla costa orientale, fino alla Tasmania, per via dell’ampiezza della baia e delle correnti che vi si creano. Il piano è stato pubblicato sul sito di Nopsema ed è aperto al pubblico per i commenti per 30 giorni, fino al 20 marzo. Così, è iniziata la mobilitazione per fermare il progetto, dalle proteste alle petizioni.

Trivellare nella Grande baia australiana, con le sue profondità estreme e i suoi oceani violenti, è pericoloso e irresponsabile. Nathaniel Pelle, senior campaigner Greenpeace

Leggi anche: Dove c’è petrolio, ci sono gli incidenti. Negli Usa sono stati 137 in un anno

Il movimento Fight for the Bight, Australia
Il movimento Fight for the Bight, per salvare la Grande baia australiana dal petrolio © Che Chorley

La biodiversità delle acque della baia

La Grande baia australiana ospita un’incredibile biodiversità. La sua ampiezza – la baia interna è di 1.160 chilometri, l’equivalente delle coste di Campania e Calabria messe insieme –, le sue profondità e le sue correnti sono l’habitat ideale per numerose specie marine, dagli uccelli ai leoni marini fino alle balene. Le balene, infatti, migrano ogni anno dall’Antartide per riprodursi nelle sue acque. La vita marina qui è così unica che gli scienziati stimano che l’85 per cento delle specie della baia non si trova da nessun’altra parte sul Pianeta. Inoltre, numerose comunità costiere dipendono dall’oceano per vivere e dalle attività collegate come fonte di reddito, dalla pesca al turismo. 

La baia è l’asilo nido delle balene, è popolata da una delle concentrazioni più alte di delfini al mondo e ospita più specie uniche della Grande barriera corallina.Great Australian Bight Alliance

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E con ancora il peso, e il ricordo, del peggior disastro ambientale della storia, quello della fuoriuscita di petrolio della Deepwater horizon nel Golfo del Messico del 2010, le cui conseguenze sugli ecosistemi sono presenti ancora oggi, l’Australia – e il mondo – non si possono permettere che l’ombra di un incidente del genere incomba sulle nostre teste, o che alla fine accada. Lotte come quella di Fight for the Bight sono quindi anche una chiamata a tutti gli amanti dell’oceano. A chiunque celebri ogni onda, ogni roccia, ogni singola creatura là sotto, dalla più piccola alla più grande, e vuole che rimanga così com’è.

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