Calo della produzione, aumento della mortalità nei campi, ricadute sui diritti dei lavoratori: un report di Terra ed EStà fotografa l’impatto della crisi climatica sull’agricoltura e propone delle soluzioni.
Le coltivazioni di banane sono minacciate dagli eventi estremi che compromettono i raccolti. La risposta alla crisi è puntare sulle diverse varietà.
Il basso costo delle banane e la loro facile reperibilità nei supermercati potrebbero non essere più così scontati in futuro. Infatti, il mercato di questo frutto esotico, il più esportato al mondo per un valore complessivo del commercio globale di 10 miliardi di dollari, è sempre più a messo a rischio dal clima.
Secondo Pascal Liu, economista della Fao, i cambiamenti climatici rappresentano un’ “enorme minaccia” per l’approvvigionamento di banane a causa degli eventi climatici estremi e dell’aumento della temperatura che compromettono i raccolti, distruggendo le piante e favorendo il diffondersi di malattie.
In particolare, attualmente la coltivazione mondiale di banane è minacciata dal Fusarium tropical race 4 (Tr4), un fungo patogeno presente nel suolo che attacca le radici delle piante di banana causando la malattia del Fusarium wilt (detta anche malattia di Panama). Una volta insediato in un campo, il Tr4 può causare la completa perdita del raccolto. Il fungo colpisce molte varietà, tra cui le banane Cavendish, che rappresentano circa la metà della fornitura mondiale di banane e quasi tutte le banane esportate. Si ritiene, inoltre, che oltre l’80 per cento della produzione globale di banane sia basata su germoplasma sensibile al Tr4.
Dal primo rilevamento in Asia negli anni ‘70, il fungo nel 2019 è arrivato in America Latina dove si producono due terzi del totale delle banane commercializzate. “Sappiamo che le spore di questo fungo sono estremamente resistenti e possono diffondersi tramite inondazioni o forti venti, quindi, questo tipo di fenomeni rende più veloce l’espandersi della malattia rispetto a quanto avverrebbe in condizioni meteorologiche nella norma”, ha spiegato Liu. “Una volta che il fusarium è nella piantagione non è possibile liberarsene, non esiste un metodo di controllo e in pratica è necessario bruciare la piantagione e spostare la produzione altrove”.
Di queste e di altre sfide ambientali e sociali si è parlato durante la quarta conferenza globale del World banana forum che si è svolta a Roma, alla Fao, il 12 e 13 marzo scorso: l’obiettivo futuro è quello di rendere più sostenibile la produzione e il commercio delle banane, dall’impatto ambientale alla mitigazione dei cambiamenti climatici, dai diritti dei lavoratori alla distribuzione del valore nella catena di approvvigionamento. Si pensa, per esempio, a una certificazione di qualità obbligatoria per il settore.
Le banane sono prodotte in 135 paesi del mondo per un totale di circa 105 milioni di tonnellate annue. Banane e platani rappresentano una coltura fondamentale per la sicurezza alimentare di 400 milioni di persone, nonché una fonte di reddito essenziale in molti paesi in via di sviluppo. Negli ultimi anni il commercio mondiale di banane ha raggiunto livelli senza precedenti, con un volume di esportazioni stimato di 21 milioni di tonnellate nel 2019. India e Brasile sono i maggiori produttori, ma oltre il 90 per cento delle banane destinate all’esportazione proviene dall’America centrale e meridionale (il primo esportatore è l’Ecuador) e dalle Filippine, mentre i maggiori importatori sono l’Unione europea, gli Stati Uniti d’America, la Cina.
Tra i problemi principali legati all’industria delle banane convenzionali c’è il massiccio uso di pesticidi che supera quello di qualsiasi altra coltivazione (ad eccezione del cotone), tanto che le banane sono soprannominate “fruta quimica”, e lo squilibrio di potere tra i grandi acquirenti di banane da un lato e i produttori dall’altro causato dalle pressioni della grande distribuzione per ridurre i prezzi.
Durante il World banana forum, Qu Dongyu, direttore generale della Fao, ha chiesto come mai con più di mille varietà di banana esistenti, il mondo dipenda da una sola, aggiungendo che questo deve cambiare e che tutti siamo parte del problema (e della soluzione). L’intervento è stato ripreso sul Guardian dal giornalista Dan Saladino, autore del libro “Mangiare fino all’estinzione” (Einaudi), che ha spiegato come la domanda di varietà a basso costo e ad alto rendimento, come per altre coltivazioni, ha portato a vaste monocolture di un solo tipo di banana commercializzata a livello globale, ma che l’omogeneità del sistema alimentare è una strategia rischiosa, perché riduce la nostra capacità di adattamento in un mondo in rapido cambiamento.
Secondo alcuni esperti e scienziati citati dal giornalista, la resilienza nasce dunque da una maggiore biodiversità in campo come già dimostrano alcuni esperimenti. Una soluzione che, però, può avere successo solo con la disponibilità da parte dei rivenditori e dei consumatori a provare una banana diversa.
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