Regno Unito. Boris Johnson non può cacciare i richiedenti asilo e mandarli in Ruanda

Ci è voluta la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per bloccare il primo volo che avrebbe deportato in Ruanda sette richiedenti asilo.

  • Il governo britannico, guidato da Boris Johnson, aveva stretto un accordo economico col Ruanda per inviare lì i richiedenti asilo.
  • Il primo volo era già pronto a partire, ma è stato fermato dopo una sentenza contraria da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).
  • Si tratta di una pesante sconfitta politica per l’esecutivo di Londra, oltre che di una spesa da giustificare all’opinione pubblica.

Era il 14 aprile 2022 quando Priti Patel, segretaria di stato per gli affari interni del Regno Unito, volava in Ruanda per firmare un accordo con il governo locale. L’oggetto? Deportare nel paese africano i richiedenti asilo, impedendo loro di fare ritorno in territorio britannico. A due mesi di distanza il primo volo era già pronto a partire, ma è dovuto restare a terra. Decisivo l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

Il duro piano sull’immigrazione del governo britannico

Il premier conservatore Boris Johnson ha fatto della linea dura sull’immigrazione la sua bandiera, e l’ha voluto dimostrare anche con una scelta senza precedenti: pagare all’amministrazione del Ruanda 120 milioni di sterline (circa 145 milioni di euro) per poter inviare lì i richiedenti asilo che avevano raggiunto il Regno Unito attraverso il canale della Manica. Questo senza curarsi di quale fosse il loro paese d’origine né aver esaminato i motivi per cui l’avevano lasciato. E senza lasciare loro nessuna possibilità di essere reinsediati nel Regno Unito, nemmeno per ricongiungersi ai parenti. L’annuncio ha da subito destato indignazione tra le ong, che l’hanno descritto come “crudele” e “disumano”, ma l’esecutivo di Londra ha voluto proseguire per la sua strada.

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Il governo di Boris Johnson ha siglato un accordo col Ruanda sui richiedenti asilo © Matt Dunham – Wpa Pool/Getty Images

La bocciatura della Cedu: l’aereo non partirà per il Ruanda

Fin da subito il piano si è scontrato con evidenti difficoltà. Tant’è che a circa 130 persone è arrivata la convocazione per la prima partenza, ma molte di loro hanno intentato azioni legali (spesso con il supporto delle ong) e nella giornata di venerdì 10 aprile il numero era già sceso a 31. Nella notte di martedì 14 giugno ne erano rimaste soltanto sette, destinate a decollare a bordo di un Boeing 767 dall’aeroporto militare di Wiltshire.

Tra di loro c’era N.H., un 54 enne iracheno il cui caso è stato portato dinnanzi alla Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu). Si tratta di un organo giurisdizionale internazionale a cui aderiscono tutti i 46 stati membri del Consiglio d’Europa (si tratta quindi di una realtà distinta rispetto all’Unione europea, da cui il Regno Unito si è distaccato mediante la Brexit). Nella sua sentenza, la Cedu ha messo nero su bianco che N.H. non può essere allontanato prima che venga presa una decisione definitiva in merito al suo caso. Nelle stesse ore, altri cinque richiedenti asilo hanno presentato simili ricorsi. A un’ora e mezza dall’orario previsto per il decollo, le autorità inglesi sono state costrette a tornare sui loro passi; e l’aereo è rimasto a terra.

Una pesante sconfitta politica per Boris Johnson

Stando alle dichiarazioni rilasciate alla stampa, il governo britannico avrebbe tutta l’intenzione di contestare la sentenza, pur senza uscire dalla Cedu. E sarebbe già impegnato a predisporre il prossimo volo diretto verso il Ruanda. Ciò non toglie che questa sia una pesante sconfitta politica per il primo ministro Boris Johnson, salvatosi dal voto di sfiducia solo pochi giorni prima.

L’accordo era stato presentato come “rivoluzionario”, “ma per le ragioni sbagliate”, si legge in un duro editoriale a firma di Enver Solomon, amministratore delegato del Refugee council. “Il nostro governo non ha mai cercato di eludere le proprie responsabilità in un modo così assoluto, inviando in un’altra giurisdizione le persone che avevano cercato sicurezza in questo paese”, scrive nelle pagine del Guardian. Non si tratta infatti soltanto di spostare coercitivamente queste persone a migliaia di chilometri di distanza, in un luogo in cui – con ogni probabilità – non sono mai state. Si tratta anche di delegare in toto il proprio sistema di asilo a un paese del sud del mondo. Allontanando le proprie responsabilità, sostiene Solomon, invece di condividerle.

Ora a Downing Street resta il conto da pagare. Oltre ai milioni già sborsati per il patto col Ruanda, bisognerà giustificare all’opinione pubblica anche le 500mila sterline (586mila euro) di spese per il Boeing 767 mai decollato.

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