Il presente e il futuro delle centrali a carbone che avvelenano l’Europa

Nel cuore dell’Europa sono attive decine di centrali a carbone che hanno un costo esorbitante per la salute dell’uomo e del clima. Scopriamo il loro destino

Ogni giorno, da decenni, milioni e milioni di cittadini europei sono inermi di fronte ai veleni delle centrali a carbone. Il 2019 ci ha regalato qualche cenno di speranza, visto che la quota di energia elettrica da fonti rinnovabili ha segnato uno storico sorpasso su quella generata dal combustibile fossile più nocivo in assoluto. Anche in virtù di questi nuovi equilibri, per la prima volta dal 1990 le emissioni di CO2 del settore elettrico sono calate rispetto all’anno precedente (e di un notevole 12 per cento).

Non siamo ancora nelle condizioni di tirare un sospiro di sollievo, però. Come ci ricorda l’ultima edizione dell’Emissions gap report pubblicato dal Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep), tutti gli stati del pianeta sono chiamati a sforbiciare le emissioni del 7,6 per cento l’anno. Ogni anno, fino al 2030. In caso contrario sarà impossibile contenere l’aumento delle temperature globali al di sotto degli 1,5 gradi centigradi entro la fine del secolo, come auspica l’Accordo di Parigi. Anche in Europa, che è ritenuta la pioniera della transizione verde, sempre e solo le centrali a carbone sono in cima alla lista dei grandi inquinatori.

Leggi anche: Neanche la crisi del coronavirus basterà per salvare il clima

Se il loro impatto sui cambiamenti climatici si misura nell’arco di anni, ci sono anche conseguenze che si toccano con mano giorno dopo giorno. Adulti e bambini che iniziano a soffrire di asma, bronchite cronica e altre patologie respiratorie, che restano a casa da scuola o dal lavoro e vengono ricoverati in ospedale. Nei casi più gravi, il decorso si fa tanto serio da portare alla morte prematura. Anche questi costi umani vanno presi in considerazione, quando si ragiona sul futuro. Il primo studio che li prende in considerazione con un approccio unitario si chiama Last Gasp, risale al 2018 ed è stato messo a punto dalla ong Europe beyond coal, rielaborando i dati del 2016. Partiamo da qui per scoprire quali sono le prospettive per le cinque centrali a carbone europee più tossiche per l’ambiente e per l’uomo.

Polonia. Centrali a carbone, agricoltori in rivolta a Bełchatów

“Pannelli fotovoltaici e parchi eolici. Ecco come vedo il futuro”. Sono le parole di Stanislaw Skibinski, agricoltore sessantacinquenne ormai in pensione che abita nel paesino di Janow, nelle campagne polacche. Il governo del suo Paese non sembra pensarla allo stesso modo. Nel 2017, riferisce l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), il carbone ancora sfiorava l’80 per cento della produzione di energia elettrica. La bozza della strategia energetica nazionale vuole scendere fino al 60 per cento entro il 2030, ma per ora non sembra esserci troppa fretta di voltare pagina. Anzi.

NomeStatoSocietàInizio attivitàEmissioni di CO2 (2019)Decessi prematuriCosti sanitari (€)
1BełchatówPoloniaPGE 198332,74 mega tonnellate489 1,42 miliardi
2NeurathGermaniaRWE 197322,6 mega tonnellate478 1,36 miliardi
3JänschwaldeGermaniaEPH 198117,61 mega tonnellate450 1,30 miliardi
4Niederaussem GermaniaRWE 196518,43 mega tonnellate386 1,10 miliardi
5Maritsa East 2BulgariaBulgarian Energy Holding 19669,57 mega tonnellate (2018)3100,91 miliardi

A un’ottantina di chilometri dalla casa di Skibinski c’è la centrale a lignite di Bełchatów. Oltre a essere la più grande del Vecchio Continente, domina stabilmente la classifica delle industrie più inquinanti stilata dalla Commissione europea; da sola emette la stessa quantità annua di CO2 dell’intera Nuova Zelanda. Secondo le stime di Europe beyond coal, nel 2016 è stata responsabile di 489 decessi prematuri, 140mila giorni di lavoro persi per motivi di salute e 205 casi di bronchite cronica negli adulti, facendo schizzare i costi sanitari sopra la soglia del miliardo di euro. A fine settembre 2019 la ong ClientEarth ha trascinato in tribunale la proprietà, vale a dire il colosso dell’energia Pge. La richiesta? Smettere di bruciare lignite o, in alternativa, prendere provvedimenti per ridurre drasticamente le emissioni. Al più tardi entro il 2035.

Bełchatów, centrali a carbone
Un attivista di Greenpeace “occupa” la torre di raffreddamento della centrale termoelettrica di Bełchatów il 27 novembre 2018 © Greenpeace Polska / Flickr

A giudicare dai suoi prossimi progetti, l’azienda – che per giunta è a maggioranza pubblica – sembra sorda a queste richieste. Considerato infatti che la lignite è molto pesante e difficile da trasportare, la centrale di Bełchatów è circondata da una serie di miniere, che messe insieme coprono la superficie di cinquemila campi da calcio. Queste ultime, però, ormai sono in via di esaurimento. Il piano quindi è quello di investire 3,5 miliardi di euro per costruirne un’altra a cielo aperto, capace di estendere fino al 2030 la vita utile della centrale. I lavori però spazzerebbero via una trentina di piccoli paesi, costringendo circa 3mila persone a fare le valigie. Le operazioni estrattive inoltre consumano moltissima acqua di falda, impoverendo i terreni. “Noi qui viviamo di agricoltura, non abbiamo nessun piano B”, racconta ad Al Jazeera Stanislaw Skibinski, che si è trovato inaspettatamente a guidare le proteste dei cittadini.

NomeStatoSocietàInizio attivitàEmissioni di CO2 (2019)Decessi prematuriCosti sanitari (€)
6BoxbergGermaniaEPH 197918,66 mega tonnellate (2018)310 0,9 miliardi
7Weisweiler GermaniaRWE 196513,3 mega tonnellate278 0,79 miliardi
8TurowPoloniaPGE19635,52 mega tonnellate209 0,61 miliardi
9Schwarze PumpeGermaniaEPH 199710,48 mega tonnellate 181 0,53 miliardi
10RybnikPoloniaPGE 19724,36 mega tonnellate 175 0,51 miliardi

Germania. Neurath si avvia verso lo smantellamento

Non c’è da stupirsi se i nomi tedeschi la fanno da padroni nell’elenco degli impianti più dannosi. Nonostante gli enormi passi avanti delle rinnovabili, che tra il 2011 e il 2018 sono passate dal 20 al 37,8 per cento della produzione di energia elettrica, la Germania è tuttora il più grande consumatore di carbone del Vecchio Continente, con una capacità di 23,6 GW (i dati sono dell’Emissions gap report). All’inizio del 2019 è stata finalmente fissata una data di scadenza per questo combustibile fossile. Sarà nel 2038, ma c’è già un accordo preliminare per anticiparla al 2035. A renderla possibile, un piano di abbandono (phase out) graduale e un pacchetto da 40 miliardi di euro per compensare gli operatori delle centrali, le regioni minerarie e i consumatori alle prese con il rincaro delle bollette.

Leggi anche: Germania, lo scandalo della nuova centrale a carbone che aprirà nel 2020

In virtù di questa strategia, la storia della centrale termoelettrica di Neurath, iniziata quasi mezzo secolo fa, è destinata a ridimensionarsi drasticamente nei prossimi anni. Di proprietà dalla compagnia elettrica Rwe (Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk), lo stabilimento si trova nella Renania settentrionale-Vestfalia ed è costituito da sette unità per una capacità complessiva di 4.424 MW. Ad alimentarlo è soprattutto la vicina miniera di lignite di Garzweiler, che a più riprese è stata bersaglio delle proteste degli ambientalisti. Nell’arco del 2019 le emissioni di CO2 si sono attestate sulle 22,6 mega tonnellate di CO2: una cifra imponente, ma in netto calo rispetto alle 32,1 mega tonnellate dell’anno precedente. Rwe ha annunciato un piano che prevede di spegnere il blocco B entro dicembre 2021, seguito dai blocchi A, D ed E l’anno successivo. Per i blocchi F e G bisognerà attendere il 2038.

centrale a carbone, Neurath centrali a carbone
Un gruppo di ambientalisti manifesta di fronte alla centrale a carbone di Neurath nel mese di novembre 2017, a pochi giorni dall’inizio della Cop 23 di Bonn © Friends of the Earth International / Flickr

 

Jänschwalde, erede del passato carbonifero della Germania dell’est

Nella graduatoria delle aziende che hanno le maggiori responsabilità sulla salute della popolazione, Europe beyond coal mette in seconda posizione Eph. Nato un po’ in sordina nel 2009, il gruppo ceco è rapidamente diventato un colosso internazionale da sette miliardi di euro di fatturato, facendo shopping di decine di vecchie centrali (anche in Italia). Nella Germania orientale ha rilevato quattro enormi stabilimenti (Jänschwalde, Boxberg, Schwarze Pumpe e il 50 per cento di Lippendorf) dalla compagnia energetica svedese Vattenfall, che ha deciso di dire addio ai combustibili fossili dopo un secolo di storia. Sommando il loro impatto sanitario del 2016, il bilancio è agghiacciante. Circa 1.150 ricoveri per disturbi respiratori o cardiovascolari, 520mila giornate di lavoro perse, 1.460 decessi prematuri.

Leggi anche: La relazione pericolosa tra coronavirus e inquinamento atmosferico

La centrale più grande e dannosa è quella di Jänschwalde, alimentata dall’omonima miniera nelle vicinanze, dove i seicento operai hanno da poco ripreso a lavorare dopo uno stop di diversi mesi dovuto a una valutazione ambientale. Nell’ambito del suo piano per svincolarsi gradualmente da un legame così stretto con il carbone, il governo di Berlino di recente è giunto a un accordo con diverse compagnie, Eph compresa. A fronte di risarcimenti miliardari per i mancati guadagni, la miniera verrà definitivamente chiusa nel 2023 e il blocco A della centrale termoelettrica verrà spento nel 2025, seguito dal blocco B nel 2027 e dai blocchi C e D alla fine del 2028.

Jänschwalde, ambientalisti, Cop 25 centrali a carbone
Il 30 novembre 2019, a pochi giorni dall’inizio della Cop 25 di Madrid, un gruppo di attivisti occupa una ferrovia utilizzata per trasportare il carbone dalla miniera alla centrale di Jänschwalde © Till Rimmele/Getty Images

 

Germania. Niederaussem, la maggiore fonte europea di NO2

Anche se le tempistiche sono ancora incerte, tra le “vittime” dell’addio tedesco al carbone ci sarà anche la centrale termoelettrica di Niederaussem. Fino a non troppo tempo fa si pensava addirittura di ampliare la sua capacità produttiva di 1.200 MW, sostituendo alcune vecchie unità con tecnologie più evolute, ma l’idea è stata ufficialmente accantonata. Potranno tirare un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, che per anni sono stati esposti alla più grande fonte di biossido d’azoto (NO2) di tutt’Europa, peggiore addirittura dell’area metropolitana di Londra congestionata dal traffico. Lo sostiene una mappa messa a punto da Greenpeace e contestata da Rwe, la società proprietaria dell’impianto. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, l’esposizione continuativa al biossido di azoto causa ogni anno 10.400 decessi prematuri in Germania, arrivando a 75mila nell’Unione europea a 28 (Regno Unito compreso).

Niederaussem, centrale termoelettrica, centrali a carbone
Il paese di Rheidt, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, esposto ai fumi della centrale termoelettrica di Niederaussem © Omer Messinger/Getty Images

 

Maritsa East 2. La Bulgaria fatica a staccarsi dal carbone

Mentre la Germania promette di cambiare rotta sul carbone, la situazione si fa molto più intricata in Bulgaria. Nello stato più povero dell’Unione europea, centrali e miniere producono poco meno della metà dell’energia elettrica e danno lavoro direttamente a 14.500 persone e indirettamente ad altre 46.800 circa, sui 7 milioni di abitanti totali. Il ministro dell’Energia Temenuzhka Petkova ha già messo in chiaro che resteranno in funzione almeno fino al 2030. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo si è detta disponibile a sostenere economicamente il processo di decarbonizzazione necessario a realizzare il green deal europeo, ma sarà lungo e costoso. Secondo le prime indiscrezioni relative ai negoziati, Sofia avrebbe chiesto a Bruxelles 33 miliardi di euro di aiuti nei prossimi dieci anni.

Leggi anche: Inquinamento dell’aria, cosa respiriamo ogni giorno

Nell’attesa, la centrale termoelettrica Maritsa East 2 – la più grande nell’intera zona dei Balcani – continua a emettere quantità record di anidride solforosa (SO2), quel gas irritante che è alla base del fenomeno delle piogge acide e, nell’uomo, aggrava asma e bronchite cronica. Stando a quanto riporta Europe beyond coal, ogni megawattora di elettricità prodotta dall’impianto comporta 93 euro di costi sanitari; la media europea è pari a “soli” 53 euro.

Invece di arginare questa minaccia per la popolazione, l’anno scorso il governo di Sofia ha dato alla centrale il permesso di sforare a tempo indeterminato i limiti imposti dall’Unione europea per l’inquinamento da SO2 e da mercurio. Lo denuncia la ong Client Earth, che sta portando avanti un’azione legale a tutela della salute pubblica. Considerato poi che i veleni nell’aria non conoscono frontiere, non sono a rischio soltanto i polmoni dei cittadini bulgari, ma anche quelli dei vicini greci.

Per decenni la Bulgarian Energy Holding (di proprietà pubblica) si è potuta trincerare dietro al valore di Maritsa East 2 per l’economia locale. Ormai nemmeno quest’argomentazione sembra reggere, con le rinnovabili sempre più competitive e la Commissione europea che promette di azzerare le emissioni nette entro il 2050.

 

Leggi anche © Sean Gallup/Getty Images
Articoli correlati