A porsi la domanda è la Corte dei Conti: dal 2019 a oggi tutti i dati diffusi riguardano vendite e incentivi, ma non i risultati raggiunti per l’ambiente.
Dopo anni di denunce le autorità indiane ordinano la chiusura dello stabilimento di imbottigliamento della Coca-Cola di Varanasi.
L’India, grazie alla crescente espansione della classe media, è uno dei mercati più promettenti per la Coca-Cola che ha nel paese asiatico ben 58 impianti di imbottigliamento, ma non a tutti piace la Coca-Cola.
A Mehdiganj, vicino Varanasi, nello stato di Uttar Pradesh, dopo quasi quindici anni di battaglie della popolazione locale, è stato chiuso lo stabilimento della Coca-Cola. La svolta il 6 giugno scorso, quando l’Agenzia del governo indiano per il controllo dell’inquinamento (Central Pollution Control Board), ha giudicato responsabile l’impianto di aver inquinato la falda acquifera e di aver sprecato le risorse idriche della zona, decretandone la chiusura.
«Un grande successo dopo 14 anni di battaglie», così ha commentato la notizia Anand Mathew, sacerdote cattolico appartenente alla Società dei missionari indiani che dal 2000 si oppone, insieme alla popolazione locale, alla presenza dello stabilimento della Coca-Cola che sorge in un’area agricola e condivide le risorse di acqua con i contadini. «Per questa battaglia sono stato imprigionato nel 2004 e nel 2005. Il nostro è stato un movimento di donne e agricoltori emarginati dalla compagnia».
Le accuse imputate alla multinazionale sono gravi. Oltre ad aver estratto molta più acqua del consentito Coca-Cola è stata riconosciuta colpevole di inquinare la falda intorno al suo impianto. Le analisi condotte dall’Agenzia per il controllo dell’inquinamento hanno individuato alti livelli di piombo, cadmio e cromo analizzando i rifiuti dell’impianto di imbottigliamento. Come ulteriore aggravante questi rifiuti contaminati venivano venduti come fertilizzanti ai contadini. La società ha respinto le accuse e ha presentato ricorso contro l’ordinanza di chiusura.
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