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Gibe III è una delle dighe più grandi dell’Africa. Come Gibe I e Gibe II, quelle che l’hanno preceduta, interrompe il corso del fiume Omo in Etiopia, che rappresenta il 90 per cento degli affluenti del lago Turkana in Kenya, il lago in una zona desertica più esteso del mondo. 260mila indigeni di 17 tribù vivono
Gibe III è una delle dighe più grandi dell’Africa. Come Gibe I e Gibe II, quelle che l’hanno preceduta, interrompe il corso del fiume Omo in Etiopia, che rappresenta il 90 per cento degli affluenti del lago Turkana in Kenya, il lago in una zona desertica più esteso del mondo. 260mila indigeni di 17 tribù vivono nella bassa valle dell’Omo, la parte meridionale del fiume, e attorno al lago Turkana, sopravvivendo grazie a inondazioni stagionali. La diga da più di un milione e mezzo di euro, però, devia le acque che li sostengono per destinarle all’irrigazione di 445mila ettari di monocolture, principalmente canna da zucchero, e l’esportazione di energia idroelettrica.
Sugli effetti di Gibe III non è mai stato condotto nessuno studio di impatto ambientale e sociale esaustivo e la costruzione della diga è stata affidata all’azienda di Milano Salini Impregilo senza gara d’appalto, violando le leggi dello stato etiope. Un programma di sfratti sistematici noto come “villagizzazione” ha fatto spazio per le piantagioni commerciali irrigate grazie alla diga, supportato dal programma per la Promozione dei servizi di base (Pbs) finanziato dal Dag (Development assistance group). Quest’ultimo riunisce 26 istituzioni tra cui le agenzie per lo sviluppo dell’Italia, dell’Unione europea, degli Stati Uniti e del Regno Unito (sostenute dalle tasse dei loro cittadini), e la Banca mondiale.
L’ong Survival, che si occupa di tutelare i diritti delle popolazioni indigene di tutto il mondo, nel marzo del 2016 ha presentato un’istanza all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) per denunciare le azioni della Salini nella valle dell’Omo. Secondo Survival, l’azienda “non ha chiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Tuttavia, la promessa non si è mai concretizzata”. Il direttore generale dell’ong Stephen Corry ha puntualizzato che “derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni è una sentenza di morte”.
La diga sta causando danni irreversibili a due siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco, cinque parchi nazionali e l’ultima foresta pluviale in una zona desertica dell’Africa. Il Comitato per il patrimonio dell’umanità ha raccomandato che il lago Turkana, il cui livello dell’acqua potrebbe calare di ben 22 metri, venga inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità in pericolo, che include siti come Palmira in Siria.
La diga è un disastro ambientale, culturale e sociale. I popoli indigeni della bassa valle dell’Omo e del lago Turkana sono piccoli agricoltori, cacciatori-raccoglitori e pastori. L’interruzione nel ciclo naturale di inondazioni dell’Omo e lo svuotamento del lago Turkana renderà impossibile per loro coltivare e allevare bestiame. Nell’assenza di soluzioni alternative proposte dal governo etiope o quello keniota molti temono che, senza cibo e un posto dove andare, queste popolazioni saranno costrette a combattersi l’un l’altra per sopravvivere. Come precisa un membro del governo locale della contea Turkana in Kenya “non possiamo mangiare l’elettricità. Abbiamo bisogno di cibo e di reddito”.
Nonostante il Dag fosse già stato accusato in precedenza per aver sostenuto un programma di villaggizzazione nella regione Gambela dell’Etiopia a causa di violazioni di diritti umani, anche gli abitanti della bassa valle dell’Omo e il lago Tukana hanno subito un trattamento degradante. L’esercito etiope ha sfrattato violentemente, stuprato, imprigionato arbitrariamente e ucciso molti indigeni. Inoltre, essi non hanno potuto esercitare il loro diritto di consenso libero e informato sancito dall’articolo 10 della Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni unite.
Indagini condotte dal Wwf dimostrano che le dighe esistenti nel mondo hanno causato la distruzione di zone umide, il declino delle specie di acqua dolce e lo spostamento forzato di milioni di persone. Secondo International rivers queste persone non godono dei benefici come energia idrica e irrigazione promessi da chi costruisce le dighe. Mentre è troppo tardi per bloccare Gibe III, bisogna fermare le violazioni di diritti umani in corso in queste regioni, trovare soluzioni perché le loro popolazioni indigene possano sostenersi, e pretendere che le nostre tasse non vengano spese dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo per finanziare grandi opere che radono al suolo comunità locali e patrimoni naturali.
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