Il governo britannico trascinato in tribunale per “spreco di soldi pubblici per petrolio e gas”

Il governo britannico continua a foraggiare le attività estrattive nel mare del Nord, a spese dei cittadini. Da qui la causa intentata dagli attivisti.

Miliardi di sterline di soldi pubblici sono stati sprecati per sostenere l’industria del gas e del petrolio. Noi diciamo: mai più”. Con queste parole tre attivisti, supportati da un’ampia coalizione di ong, annunciano di aver avviato un’azione legale contro il governo britannico. E chiedono a chiunque abbia a cuore il Pianeta di schierarsi dalla loro parte firmando la petizione online Paid to pollute (pagati per inquinare) rivolta al primo ministro Boris Johnson e a Kwasi Kwarteng, segretario di Stato per gli affari economici, l’energia e la strategia industriale.

Boris Johnson, regno unito
Il premier britannico Boris Johnson © Chris J Ratcliffe/Getty Images

Chi ha fatto causa al governo britannico

A lanciare l’iniziativa sono tre attivisti: Mikaela Loach, studentessa di medicina molto seguita sui social media e co-conduttrice del podcast The Yikes; Jeremy Cox, ex dipendente di una raffineria, ora in pensione, convertitosi alla causa ambientalista per le fila di Extinction rebellion; e Kairin van Sweeden, direttrice esecutiva del think tank Modern money Scotland. Tra i loro sostenitori c’è una lunga lista di organizzazioni ambientaliste tra cui Friends of the earth, 350.org e Greenpeace Uk.

La crisi climatica finanziata coi soldi dei contribuenti

Un report dell’International institute for sustainable development, dopo aver analizzato i finanziamenti ai combustibili fossili dei paesi del G20, colloca il Regno Unito all’ultimo posto tra gli 11 membri dell’Ocse. “Manca di trasparenza e continua a fornire un significativo sostegno finanziario per chi consuma combustibili fossili, facendo a meno di incassi fiscali pari a 9,2 miliardi di dollari ogni anno”, si legge nello studio. Facendo un conteggio dei finanziamenti concessi alle fossili tra il 2017 e il 2019 sotto diverse forme, lo studio arriva a un totale stratosferico: 13,6 miliardi di euro.

Dalla firma dell’Accordo di Parigi in poi, si legge nel sito di Paid to pollute, sono stati stanziati circa 3,7 miliardi di euro solo per le attività estrattive nel mare del Nord. A conti fatti, sottolinea la campagna, le maggiori compagnie petrolifere hanno ricevuto più soldi dal governo britannico rispetto a quanti ne abbiano pagati in tasse. Tra il 2015 e il 2019 Bp è in positivo di 785 milioni di euro, Canadian Natural Resources di 679 milioni, ExxonMobil di 532 milioni e Shell di 435 milioni.

Come funziona l’azione legale contro il governo britannico

L’azione legale è indirizzata all’Autorità statale per il petrolio e il gas (Oga) che ha scelto di puntare sulle attività estrattive nel mare del Nord. “La nuova strategia dell’Oga incoraggia le compagnie a produrre petrolio e gas senza considerare le ripercussioni economiche che ciò avrà sulle finanze pubbliche e sul Regno Unito nel suo insieme”, spiega Rowan Smith, avvocato dello studio Leigh Day che sta portando avanti la vertenza.

piattaforma petrolifera Shell
Piattaforma petrolifera Brent Delta di Shell situata nel Mare del Nord. Fonte: Shell

Tale organismo infatti ha l’obbligo legale di “massimizzare la ripresa economica”: ma, se su un piatto della bilancia ci sono i guadagni immediati, sull’altro piatto ci sono le conseguenze nel medio e nel lungo periodo e i soldi pubblici spesi per foraggiare l’industria oil&gas. Ponderando costi e benefici, “la causa sostiene che questo sia illegale, facendo riferimento ai termini del dovere legale dell’Oga, e anche irrazionale, perché avrà come conseguenze un aumento della produzione di petrolio e gas che risulta in conflitto con il dovere legale del Regno Unito di azzerare le emissioni nette entro il 2050”, conclude l’avvocato Smith.

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