Sono entrate in vigore le nuove regole europee: frontiere esterne sigillate, controlli più rigidi, un meccanismo di solidarietà non vincolante tra Paesi.
Sarebbero in atto delle trattative col paese africano per favorire la “migrazione volontaria” dei gazawi. Per molti è espulsione forzata.
Il governo di Israele starebbe portando avanti colloqui con il Sud Sudan per favorire la “migrazione volontaria” dei palestinesi dalla Striscia di Gaza. Lo hanno riferito sei fonti informate all’Associated Press. A confermare i colloqui, anche Edmund Yakani, attivista per i diritti umani e civili sudsudanese, e altri quattro funzionari che però hanno chiesto l’anonimato. Secondo le fonti, Israele avrebbe contattato anche altri paesi africani per lo stesso motivo, come Somalia e Sudan, ma senza ottenere risultati.
L’Associated press ha anche interpellato fonti statunitensi, che si sono rifiutate di commentare conversazioni diplomatiche riservate, mentre Joe Szlavik, fondatore di una società di lobbying statunitense che collabora con il Sud Sudan, avrebbe confermato le trattative ma avrebbe affermato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti. Szlavik avrebbe poi riferito che una delegazione israeliana sarebbe pronta a visitare il Paese – in una data non ancora definita – per valutare la costruzione di campi in cui reinsediare i palestinesi e che verrebbero pagati dallo stesso stato ebraico. Secondo Associated press, Israele non ha confermato la visita.
Due funzionari egiziani hanno infine confermato all’agenzia di stampa che Israele avrebbe cercato per mesi un paese terzo disposto ad accogliere i palestinesi. L’Egitto si è detto sempre contrario, temendo un’ondata migratoria difficile da gestire. Così, lo Stato ebraico ha deciso di sondare il terreno altrove.
Il Paese dell’Africa orientale è uno dei più instabili al mondo: devastato da una guerra civile che ha fatto oltre 400mila morti e ha lasciato milioni di persone senza acqua né cibo. Le persone a rischio insicurezza alimentare sarebbero 7,7 milioni secondo il World food programme, mentre 2,1 milioni di bambini e 1,1 milioni di donne in gravidanza soffrono di malnutrizione acuta. Anche se il paese è ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e fa affidamento sugli aiuti umanitari per sfamare la popolazione. La presenza di rifugiati palestinesi, già piegati dalla carestia, non farebbe che peggiorare la situazione.
Vi sarebbero inoltre da tenere conto anche delicate questioni religiose, oltre che sociali: il Sud Sudan è uno stato a prevalenza cristiana, con una percentuale molto bassa (circa il 6 per cento) di musulmani. La guerra contro il Sudan prevalentemente musulmano ha lasciato dietro di sé diffidenza verso popolazioni percepite come arabe. Yakani avrebbe espresso preoccupazione sul tipo di accoglienza che la popolazione sudsudanese potrebbe dare ai rifugiati.
L’opposizione al piano di Netanyahu viene da più parti: non solo i palestinesi, ma gran parte della comunità internazionale e i gruppi per i diritti umani considerano questa operazione un progetto di espulsione forzata, che viola il diritto internazionale e che ha il solo scopo di riportare gli insediamenti israeliani nella Striscia.
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