Keystone XL, storia a lieto fine di un oleodotto

Per porre la parola fine al progetto di oleodotto Keystone XL c’è voluto un decennio. Il messaggio? Non c’è spazio per il petrolio nella transizione energetica.

Dopo circa un decennio di battaglie, di racconti, di informazione e divulgazione per la salvaguardia di un territorio, di un popolo, di una generazione intera, la storia dell’oleodotto Keystone XL è giunta finalmente a un epilogo. Non si farà. E non perché è stato sospeso, non perché è fermo in attesa di sapere cosa deciderà questo o quel politico. È stato cancellato dalla stessa società che avrebbe dovuto costruirlo: la TC Energy Corporation. Il finale è quindi lieto, cosa piuttosto rara di questi tempi in cui ogni giorno è una rincorsa a fatti e notizie che ci mettono davanti a un quadro ambientale e climatico dal sapore amaro. Quindi godiamoci questo momento cercando di ripercorrere le tappe di un percorso che vorremmo fosse l’esempio da seguire per molti altri.

La storia dell’oleodotto Keystone XL

La storia dell’oleodotto Keystone XL assomiglia in parte a quella della nuova linea Torino–Lione, la tav, il progetto di ferrovia per l’alta velocità tanto contestato nel nostro paese. Anche nel caso americano, infatti, si sarebbe trattato di un oleodotto più efficiente da affiancare a un oleodotto già esistente, il Keystone, che va dalla regione dell’Alberta, in Canada, alle raffinerie del Texas, negli Stati Uniti. Il progetto dell’allora TransCanada Corporation (oggi TC Energy Corporation) proposto e commissionato nel 2010 avrebbe avuto quattro fasi, l’ultima, nota come XL, avrebbe avuto una lunghezza di 1.897 chilometri collegando la città di Hardisty in Alberta, ricca di sabbie bituminose, con Steele City, in Nebraska, per poi riunirsi con la parte meridionale già esistente e operativa.

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La mappa di quello che sarebbe dovuto essere l’estensione dell’oleodotto Keystone XL

Come per la tav, anche in questa storia la vecchia “gamba” dell’oleodotto era considerata obsoleta dal punto di vista logistico, soprattutto dal fronte canadese, da sempre a favore di quest’opera. La nuova versione settentrionale (XL) sarebbe stata più breve e rettilinea e avrebbe attraversato diversi stati americani. Da qui il ruolo fondamentale del governo federale di Washington in questa storia. Ma c’è una cosa che ha influito più di ogni altra nella decisione finale: il tipo di petrolio che questa nuova infrastruttura avrebbe dovuto trasportare. Petrolio da sabbie bituminose.

Si tratta di una forma di petrolio denso e viscoso, il bitume, che si trova in natura miscelato in diverse percentuali a sabbia, acqua e argilla. La maggior parte delle sabbie bituminose del pianeta sono localizzate proprio nella regione canadese dell’Alberta, dove scorre il fiume Athabasca. Altre riserve di sabbie bituminose si trovano in Russia, in Kazakistan e, in misura minore, in Madagascar.

Avrebbe causato un aumento di CO2 inaccettabile

Questa caratteristica ha portato l’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, l’Epa, a ritenere che l’impatto dovuto alla raffinazione del bitume, molto più elevato rispetto a quello del greggio “di qualità”, avrebbe avuto un costo ambientale eccessivo. Di sicuro fuori da ogni obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra utili a fermare il riscaldamento globale. Secondo l’Epa, un barile di petrolio estratto dalle sabbie bituminose sarebbe arrivato a produrre il 17 per cento di CO2 in più rispetto alla media di un barile consumato oggi – parliamo di un rapporto del 2014 – negli Stati Uniti. Inaccettabile per il contesto climatico in cui viviamo.

E così, se nel 2015 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama (il cui vice era l’odierno presidente Joe Biden) aveva deciso di bloccare la costruzione dell’estensione di questo oleodotto, in coerenza con la sua linea politica di leadership nella lotta contro la crisi climatica e per tenere gli Stati Uniti nel solco degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, di tutt’altra posizione è stato il suo successore Donald Trump che, nel 2017, aveva rimesso in agenda la costruzione dell’oleodotto Keystone XL (e del Dakota Access) per creare posti di lavoro “come ai vecchi tempi”. Una parentesi durata poco e che comunque aveva messo in difficoltà perfino la TC Energy che a quel punto non aveva più certezze, fondamentali per un progetto miliardario che necessita piani e strategie di medio, lungo termine. Sarebbe stata davvero una ripartenza? E se Trump non fosse stato riconfermato? Negli anni di presidenza repubblicana il progetto ha vissuto un momento di stallo. Poi è arrivata la pandemia che ha spazzato via tutto, persino l’ondata populista che sembrava inarrestabile. Alla Casa Bianca è tornato, pardon, arrivato Biden che, fin dal primo giorno del suo mandato, ha promesso di voler affrontare la crisi climatica in modo deciso, ha annullato i permessi di costruzione scrivendo la parola fine sulla storia dell’oleodotto Keystone XL.

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Attivisti contro Keystone XL © Spencer Platt/Getty Images

“Dopo una revisione completa delle opzioni e dopo aver consultato il governo dell’Alberta, abbiamo posto fine al progetto”, ha quindi fatto sapere la TC Energy con un comunicato ufficiale.

Cosa ci insegna lo stop a Keystone XL

Un epilogo che avrebbe potuto arrivare molto tempo prima, ma la storia è strana e le compagnie petrolifere assomigliano al cattivo dei film che ritorna anche quando sembra essere uscito definitivamente di scena. Una storia in cui tanti hanno scritto un pezzo, dalla politica progressista americana alle organizzazioni che da anni lottano per il clima – come 350.org – dalla comunità internazionale ai nativi americani che in questo caso non hanno assunto il ruolo di protagonisti proprio perché sarebbe stata una ferita che avrebbe attraversato gran parte degli Stati Uniti, da nord a sud.

Per questo si può definire un esempio di successo, di unità da seguire per le decine di lotte contro i giganti del petrolio in tutto il mondo, dal Dakota access al Line 3 pipeline. Nella transizione energetica non c’è spazio per il petrolio.

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