Come il cemento ha reso il fiume Seveso un pericolo

Perché le alluvioni fanno esondare il Seveso e quali soluzioni sono praticabili per salvare l’area metropolitana dal dissesto idrogeologico.

A cosa può portare ingabbiare un torrente o un fiume nel cemento? Stringere l’acqua in canali e fognature, senza possibilità di sfogo? Al tempo dei cambiamenti climatici e di precipitazioni copiose in brevissimi lassi di tempo, come nel caso di Bitti in Sardegna, può costare anche vite umane. E lasciare nuove e profonde ferite al territorio. Tutti elementi che, sommati al consumo di suolo (che in Italia viaggia alla velocità di 2 metri quadrati al secondo) e al profondo dissesto idrogeologico tratteggiati dagli annuali rapporti di Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), fanno del nostro un paese estremamente fragile. Sul quale anche l’Europa, con la direttiva Alluvioni, entrata in vigore ormai tredici anni fa, ci obbliga a intervenire.

Il fiume Seveso dimenticato e “tombinato” per chilometri

È da qui che bisogna partire per affrontare il caso del Seveso, uno dei principali fiumi che attraversa la città di Milano. Un corso che, nell’arco di 50 anni, è stato interrato per ben 15 chilometri. Secondo la mappa del rischio idrogeologico pubblicata dall’Ispra, la città metropolitana milanese espone più di 100mila persone alla possibilità di alluvioni. “La Mediolanum romana è sorta sulle sponde del Seveso, ma oggi la città lo ha dimenticato”, sottolinea Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Il corso d’acqua scorre in uno dei territori più densamente popolati e cementificati al mondo. Ed è questa la prima causa, ci spiega l’esperto di Legambiente, che sta rendendo la vita sempre più difficile agli abitanti di diversi quartieri, da Niguarda fino a Isola, che rischiano di rimanere “sott’acqua” ad ogni precipitazione. Di Simine ricorda inoltre che “la città ha occultato completamente il corso d’acqua. E l’ha fatto in modo sistematico, interrando l’ultimo tratto nel 2002. Sul territorio comunale non c’è più un centimetro di corso scoperto”.

La mappa della pericolosità e dei rischi alluvionali della Città metropolitana di Milano © Ispra 2020

A differenza dell’Olona e del Lambro che attraversano anch’essi il capoluogo lombardo, il Seveso, la cui sorgente è a 459 metri sul livello del mare  – a San Fermo della Battaglia, in provincia di Como –,  ha anche un carattere torrentizio e la sua portata è altamente sensibile alle piogge lungo tutto il suo tratto. Con i cambiamenti climatici, le precipitazioni concentrate in poche ore rischiano di produrre disastri. La cementificazione ha infatti ridotto drasticamente la permeabilità del terreno e può portare in pochissimo tempo a far aumentare la portata dell’acqua, che è così limitata a soli 30-40 metri cubi al secondo. E che, non riuscendo a rimanere costretta dagli argini innaturali, causa allagamenti e esondazioni.

L’eccesso di cementificazione ha aumentato la possibilità delle alluvioni

Secondo gli esperti è proprio la combinazione di  crescita insostenibile dell’urbanizzazione e cambiamenti climatici ad aver aumentato la possibilità di alluvioni e inondazioni. Andando così a far aumentare gli eventi di piena, i fenomeni naturali, ciclici e ricorrenti, da almeno 150 anni. Con una media di 2,5 piene l’anno, lungo tutto il bacino del Seveso. Ma che sono lievitati nell’ultimo decennio: nel 2014 sono avvenute sei inondazioni consecutive tra luglio e settembre.

Dagli anni ‘50 a oggi sono diverse le soluzioni che sono state progettate per limitare i danni. “Figlie del tempo e delle mode”, precisa il responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. “Fino agli anni ‘70 il problema delle alluvioni veniva affrontato allontanando l’acqua in eccesso dalla città, costruendo i cosiddetti ‘canali scolmatori’. Il canale scolmatore di Nord Ovest che raccoglie parte delle acque dell’Olona e del Seveso e di vari torrenti è un’opera idraulica di cui oggi Milano non potrebbe fare a meno”. Ci sono voluti danni economici per decine di milioni di euro con le alluvioni del 2014 per ricordare alla città, allagata dal quartiere di Niguarda a Isola, che il solo canale scolmatore non era più sufficiente.

Già sei anni fa erano stati stanziati 115 milioni di euro attraverso ItaliaSicura, il progetto del governo Renzi contro il dissesto idrogeologico. Progetto, più volte annunciato dalle istituzioni proprio a partire dal 2014, elaborato da regione Lombardia e progettato dall’Autorità Interregionale del Po (Aipo) che avrebbe dovuto essere realizzato nell’arco di un paio d’anni, ma che è tutt’ora in corso di realizzazione. Cosa prevede? Il potenziamento del canale scolmatore e la realizzazione di un sistema di laminazione delle acque per ridurre il rischio di esondazione in tutti i comuni dell’asse del Seveso, insieme a un’adeguata e puntuale manutenzione dell’alveo e delle fognature. Un sistema idraulico complesso che si basa sulla creazione di almeno 4 vasche di raccolta delle acque tra Lentate sul Seveso, Senago, Paderno-Varedo e Milano, in grado di accogliere più di 4 milioni di metri cubi d’acqua. E che dovrebbe essere accompagnato da una progressiva rinaturalizzazione del fiume per liberarlo dal suo “tombinamento”. Ricreando le golene, zone che possono accogliere, senza danni a persone e cose, le acque durante le piene, per ora previste solo nella provincia brianzola, a Vertemate, Cantù, Carimate e Lentate. Lavori che dopo sei anni sono partiti a singhiozzo, tra le contestazioni, da una parte, di abitanti e sindaci delle città coinvolte nella costruzione delle vasche. Dall’altra, di residenti e i commercianti dei quartieri milanesi soggetti agli allagamenti e alle esondazioni sempre più frequenti, con la stessa amministrazione milanese.

Le (quattro) vasche di laminazione sono la soluzione miracolosa?

“Negli anni ‘90 è nata la progettazione delle cosiddette vasche di laminazione o di contenimento delle acque in eccesso. “Indubbiamente – osserva Di Simine – avranno una loro oggettiva efficacia per tenere sotto controllo la portata di acqua in determinati limiti di tempo, ma con eventi gravi e frequenti nel giro di poche ore, come successo nel 2014, potrebbero non funzionare adeguatamente”.  Eppure è questa, ad oggi, la soluzione prospettata da Regione Lombardia e dall’Autorità Interregionale del Po, come racconta Arturo Calaminici, presidente onorario del comitato “Amici del Parco Nord”, che fa parte del Comitato Coordinamento Torrente Seveso, il gruppo costituito da diverse associazioni ambientaliste di Milano che si è opposto all’opera.

Progetto Vasca Seveso - Comune di Milano

Il progetto della vasca di contenimento delle acque del fiume Seveso nel Parco Nord di Milano © Comune di Milano“Si è pensato di scavare nelle pochissime aree libere nei territori limitrofi al corso del fiume, in provincia di Milano e Monza Brianza, da Lentate al confine del Parco Nord a Bresso, le quattro vasche di “contenimento delle acque meteoriche e di sforamento fognario”. La prima per cui sono iniziati i lavori e gli scavi ad ottobre 2020 è proprio quella nell’area di Bresso, all’interno del Parco Nord milanese che ha portato lo scorso agosto, all’abbattimento di un bosco di tre ettari. “Proprio così: per salvare i quartieri di Milano dalla minaccia costante di allagamento si sono privati altri cittadini di un’area verde”, sottolinea Calaminici. Un’operazione che ha creato dure reazioni, scompiglio e sconcerto tra le comunità. Arrivando a contrapporre le amministrazioni comunali di Milano e Bresso e gli stessi cittadini.

Il conflitto sui territori e la richiesta di ascolto dei cittadini

“Avremmo voluto che il sindaco Sala ascoltasse le nostre ragioni”, aggiunge Calaminici. “La vasca di Bresso, la più piccola per dimensioni, in grado di accogliere solo 250mila metri cubi d’acqua, da sola non risolverà i problemi di Milano”. Da progetto, infatti, solo tutte le vasche attive dovrebbero essere in grado di drenare l’eccesso di acqua durante le piene, insieme alle aree golenali. “La più grande, con una capienza di oltre un milione e mezzo di metri cubi d’acqua, è quella che deve essere ancora scavata tra i comuni di Varedo e Paderno, nell’area contaminata dell’ex-Snia. Ma prima bisognerà abbattere gli edifici esistenti e fare la bonifica dei terreni, in tempi che non saranno brevi. Specie conoscendo quelli delle bonifiche dei siti industriali nel nostro paese”. Pur di fermare gli scavi e il taglio del bosco, i cittadini di Bresso hanno presentato negli anni quattro ricorsi al Tribunale superiore delle acque pubbliche, mentre sindaco e giunta comunale si sono opposti all’inizio dei lavori. “Inizialmente – prosegue Calaminici – ci era stato contestato che i cittadini che sono stati privati di un’area verde a ridosso del Seveso non avessero neppure il titolo per effettuare il ricorso”. È il tribunale, infatti, l’organismo giuridico che ha competenza sulle controversie che riguardano l’appartenenza al pubblico demanio delle acque, i limiti dei bacini idrici, gli alvei e le sponde dei fiumi, nonché sulle diatribe relative all’occupazione di fondi e terreni.

“Salvaguardiamo i quartieri della città dalle esondazioni del fiume”

Ma mentre la Cassazione  ha ritenuto i cittadini pienamente legittimati a contestare il progetto, al contrario di quanto stabilito nel 2017 sempre dal Tribunale superiore delle acque pubbliche di Roma sono stati respinti gli altri procedimenti. E ora si attende l’esito dell’ultimo ricorso. Nel frattempo i lavori di scavo – come annunciato dall’assessore ai Lavori pubblici e all’Ambiente del comune di Milano, Marco Granelli, e dall’assessore al Territorio e alla Protezione civile della regione Lombardia, Pietro Fioroni – sono iniziati. E sono in fase di avanzamento controllato. “Con questo intervento salvaguardiamo i quartieri della città dalle esondazioni del fiume Seveso ma al contempo investiamo su un’area verde, costruendo un lago, piantando nuovi alberi e sottraendo al degrado altre aree che saranno restituite alla comunità. È stato un lungo percorso ma oggi con l’avvio dei lavori anche a Milano siamo certi di essere più vicini a liberare i milanesi da un flagello vecchio di cinquant’anni”, ha dichiarato Granelli, sostenuto dal comitato “Stop esonda Seveso”.

“La costruzione della vasca di laminazione al Parco Nord non risolve i problemi di Milano”

Dichiarazioni che non hanno placato i timori dei cittadini di Bresso che temono la vicinanza con le acque di sforamento fognario raccolte dal Seveso con le piene, contrapposti ai cittadini milanesi che, nel frattempo, ad ogni temporale entrano in apprensione per il rischio alluvione, costato già decine di milioni di euro. “Intanto delle quattro vasche, quella di Bresso avrebbe dovuto essere realizzata per ultima in ordine di tempo perché la più a sud e per giunta all’interno di un parco. I lavori erano già iniziati nella vasca situata a Senago, che ha dimensioni ben maggiori,  810mila metri cubi, ma il cantiere è stato bloccato per problemi di valutazione di costi di natura economica sulle terre di scavo. Per le altre due vasche (quella di Lentate sul Seveso, la più a nord ,e quella di Varedo nell’area da bonificare ex-Snia) non sono ancora stati assegnati i lavori”, ricorda ancora Calaminici.

Il progetto vasche di laminazione sul fiume Seveso al 2014 © Italia Sicura/Regione Lombardia/Aipo

Il rischio è che nell’immediato il sacrificio del bosco di Bresso non serva a nulla come ribadisce anche Di Simine: “Se si ripetessero degli episodi di piena come nel 2014, la vasca da sola non funzionerebbe perché si riempirebbe ma poi non si potrebbe svuotare per accogliere altra acqua”. Anche per questo bisognerà lavorare ad un progressiva scopertura del fiume. “È vero, il Seveso era ed è ancora un corso d’acqua ‘impresentabile’ a causa degli scarichi industriali e di fognatura”, aggiunge il responsabile di Legambiente Lombardia. Realtà comune alla maggior parte dei fiumi e dei torrenti lombardi, in violazione alla Direttiva europea sulla qualità delle acque.”Ma l’abbiamo talmente nascosto che non ci siamo accorti che la situazione è cambiata. È ancora molto inquinato ma potrebbe assolutamente convivere con le città. E sono anche tornati i pesci”.

Un parco regionale per salvare il fiume e il territorio dal cemento e dalle esondazioni

Intanto, anche Marzio Marzorati, neo-presidente del Parco Nord Milano che ha dovuto sacrificare tre ettari di bosco per la costruzione della prima vasca di contenimento delle acque di sforamento del Seveso, è intervenuto nel dibattito: “Proprio il mio ente aveva istituto e creato il bosco di Bresso. Il suo abbattimento è stato per tutti un fallimento, considerato che il fiume scorre scoperto per quattro chilometri all’interno del Parco Nord e proprio noi abbiamo dimostrato come è possibile rinaturalizzarlo”. A fronte dell’abbattimento del bosco di Bresso, per compensazione ambientale, il Parco Nord ha chiesto e ottenuto dal comune di Milano nuove aree con un’estensione pari a 4 volte quella utilizzata per la creazione della vasca di laminazione.

“Quasi undici ettari, e abbatteremo un ettaro di costruzioni di una ex-impresa che è chiusa da tempo. Diventerà l’esempio di come un’area dismessa e cementificata possa essere naturalizzata”. Ma, annuncia Marzio Marzorati, “ho proposto l’istituzione di un autentico parco regionale del fiume Seveso, come quello del Lambro e del Ticino. Secondo il presidente del Parco Nord, infatti, “l’istituzione del parco potrebbe favorire il processo di riappropriazione del fiume da parte della popolazione. Per farlo occorre migliorare la qualità delle acque, eliminare totalmente gli scarichi abusivi, pulire le sponde e regolare l’afflusso delle acque secondo il principio di invarianza idraulica, così come richiesto dai cittadini”. Principio secondo il quale qualsiasi progetto urbanistico deve evitare lo scarico delle acque meteoriche e di fognatura nei corsi d’acqua già in condizioni critiche, proprio per non influire sulle portate di piena. Norma che però è entrata a regime solo a partire dal primo gennaio 2020.

La soluzione c’è già e passa attraverso il coinvolgimento di tutti i territori con i “contratti di fiume”

Eppure già nel 2018 la giunta lombarda ha approvato il piano di sottobacino del fiume Seveso. “Esso prevede tre azioni: il miglioramento della qualità delle acque e dell’ambiente fluviale, la riduzione del rischio idraulico e la promozione del valore ecologico, ambientale e identitario del fiume e del suo territorio”, spiega Dario Kian, referente del gruppo di lavoro dei Contratti di Fiume, in capo all’Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste (Ersaf).

Un progetto sperimentale, non uno strumento di pianificazione obbligatorio “cogente”, ma di indirizzo e sostegno. Rivolto a tutti i comuni che vogliano lavorare per la riqualificazione del territorio, in osservanza sia alla direttiva europea di tutela delle acque che a quella contro il rischio alluvioni: “Occorre costruire insieme un disegno strategico e coerente. Se il problema viene affrontato solo localmente, il singolo sindaco cercherà una soluzione immediata che potrà creare danni agli altri territori”. Esattamente come è successo finora.

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