Non solo miele. Un viaggio alla ricerca della chiave per salvare le api

“Non solo miele. Un mondo in pericolo” è il libro che racconta il viaggio del regista svizzero Markus Imhoof nel mondo delle api. Lo abbiamo intervistato.

“Sarebbe una catastrofe se il rapporto secolare tra uomo e ape si trasformasse in una guerra tra civiltà e natura”. È l’avvertimento contenuto nella prefazione di Non solo miele. Un mondo in pericolo di Markus Imhoof, regista svizzero, e Claus-Peter Lieckfeld, giornalista tedesco. In questo libro, edito da Xenia, viene raccontato a parole quello che il documentario Un mondo in pericoloMore than honey – aveva mostrato visivamente nel 2012.

Un viaggio alla scoperta delle varie tecniche di apicoltura nel mondo, per incontrare chi alle api ha dedicato la propria vita. Personaggi singolari e memorabili, molto diversi tra loro ma tutti accomunati dalla stessa passione. Una sorta di pellegrinaggio per comprendere questi insetti fondamentali per la nostra sopravvivenza, che non solo hanno un cervello affascinante, ma anche uno straordinario senso dell’orientamento e un’ottima capacità di navigazione, insieme a strabilianti prestazioni di volo – tanto che i dettagli della loro membrana alare sono oggetto di studio da parte degli scienziati nel campo della bionica. Sono creature in grado di imparare dalle esperienze individuali e la loro fatata relazione con le piante, fatti di colori e profumi, è iniziata almeno 130 milioni di anni fa. Riescono a volare ad alta velocità grazie alle caratteristiche uniche dei loro occhi. Pensate che l’organo di Johnson contenuto nelle antenne misura la pressione atmosferica, per capire quando è necessario cambiare la posizione delle ali o la frequenza dei battiti. E non è finita qui: per trasmettere informazioni utili alle loro colleghe, le api danzano. Ma non vogliamo svelarvi ulteriori dettagli.

Conoscere questi insetti e i segreti di chi quotidianamente se ne prende cura è la chiave per proteggerli da quelle che nel volume vengono chiamate “le tre p”: pesticidi, parassiti e perdita di habitat. È affascinante ed inquietante rendersi conto della ragione per cui le api sono così vulnerabili ai pesticidi: è perché le piante non hanno alcun motivo di allontanarle, anzi, senza di loro non potrebbero riprodursi. Per questo nei fiori non c’è alcun tipo di veleno, che invece può essere prodotto dagli altri apparati dell’organismo vegetale. Quindi le api non conoscevano veleni, prima che l’uomo ci mettesse lo zampino. Per evitare che una collaborazione secolare si trasformi in guerra, bisogna agire in fretta. Ne parliamo con Markus Imhoof.

Il suo amore per le api è cominciato quando era bambino. Può raccontarci qualcosa della sua infanzia?
Mio nonno aveva una fabbrica di conserve, e terreni dove coltivava gli alberi da frutto per produrle. Senza le api non avrebbe potuto fare la marmellata: questo cerchio naturale era alla base della sua attività. Lui aveva una casa per le api con 150 alveari dentro. Si recava da loro persino il giorno di Natale, perché diceva che in quell’occasione facevano un “rumore speciale”.

Lui mi ha spiegato il dialogo tra i fiori e le api: sono storie d’amore fra le piante, che non possono abbracciarsi e quindi hanno bisogno di qualcuno che faccia loro da tramite. La gente normalmente non se ne rende conto, anche se adesso nelle serre si devono inserire delle api che svolgano questo lavoro come in fabbrica. È alla base di un terzo di tutto quello che mangiamo.

Mio nonno aveva tanti animali, ma i suoi preferiti erano proprio le api. La cooperazione fra i membri di questa grande famiglia che è lo sciame mi ha sempre affascinato, fin da bambino. Mia figlia studia le api a Los Angeles (in California, Stati Uniti, ndr) e ha sposato un ricercatore in quel campo. Il mio nipotino comincia a studiare e vuole lavorare anche lui con le api.

Non sono miele di Markus Imhoof
La vita dell’uomo è da secoli legata alla presenza delle api © Bianca Ackermann/Unsplash

Nel suo libro racconta le vicende di alcuni apicoltori che hanno fatto la storia. Qual è il personaggio che l’ha colpita di più?
Due estremi. Il primo è un apicoltore americano che gira con le sue api attraverso tutto il continente: le ama, però le fa lavorare su scala industriale. Il secondo è Fred Terry, in Arizona, che accetta di lavorare con le cosiddette “api assassine” e deve seguire quello che fanno loro, può controllarle solo minimamente e deve accettare il fatto che hanno una testa loro, che si difendono, e per questo deve prestare ancora più attenzione e portare loro un grande rispetto. Questa contraddizione è ciò che mi ha colpito di più. Anche con le api che non sono aggressive si dovrebbe lavorare nel modo in cui lavora Fred Terry.

È vero che negli Stati Uniti l’agricoltura senza pesticidi è un’utopia?
Si tratta di un’agricoltura “dittatoriale”. Se si vola sopra l’America si vedono tutti questi campi immensi, monocolture dove non si può far altro che impiegare i pesticidi, perché solo nella diversità le piante riescono a difendersi dai parassiti. È il concetto di apicoltura che è sbagliato, con investimenti enormi in queste distese di chilometri e chilometri quadrati di mandorli (monocolture portate all’estremo, dove per evitare che le api si distraggono qualunque altra pianta viene eliminata, ndr). È la contraddizione del successo.

Perché persino il biogas è un nemico per le api?
Non è rinnovabile: parlare di “biogas” è una menzogna. Il gas viene prodotto dalle piante di mais, è vero, ma queste piante sono coltivate con lo stesso metodo di cui parlavamo prima, sotto forma di monocoltura. È questo l’errore. Il mais è una delle coltivazioni più pericolose per le api perché gli erbicidi si trovano all’interno della pianta stessa. Siccome le sovvenzioni sono ingenti per il cosiddetto biogas, però, gli agricoltori hanno interesse nel coltivare ettari su ettari di granturco. Una pratica che non è affatto sana, a differenza della rotazione delle colture.

Non solo miele, il libro sulle api di Markus Imhoof
Il percorso di Markus Imhoof ci porta dalle Alpi svizzere alle distese agricole americane, ai laboratori più avanzati nella ricerca naturale, alla Cina © Boba Jaglicic/Unsplash

Cos’è la sindrome dello spopolamento degli alveari e perché rimane avvolta nel mistero?
Non è un mistero: la causa è l’uomo. Il nostro modo di vivere. Prima di tutto quest’agricoltura dittatoriale, che ha bisogno di pesticidi, e poi il modo in cui sono allevate le api, la consanguineità con la quale gli apicoltori tentano di avere api che lavorano molto e non pungono, che naturalmente diventano anche più deboli perché perdono tutta l’aggressività che potrebbe servire anche contro le malattie. È una somma di diversi fattori, ma alla base c’è il nostro successo.

Se penso a com’era l’agricoltura quando ero bambino… Al giorno d’oggi naturalmente dobbiamo nutrire più persone su questo mondo, ma la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ndr) dice che l’unica soluzione per nutrire l’umanità è rappresentata dalle piccole coltivazioni di tipo locale. Quanto cibo produciamo che poi viene sprecato? Perché esiste l’obesità? Non è necessario incrementare la produzione ogni anno. La pandemia ci ha mostrato che forse bisogna percorrere un’altra strada, e che si può essere felici e più sani anche in un altro modo. Sono contento che la gioventù si cominci a ribellare.

Non solo miele, il libro sulle api di Markus Imhoof
Il documentario Un mondo in pericolo è stato scelto per rappresentare la Svizzera agli Oscar del 2014 come miglior film straniero © Lisa Kohnen/Unsplash

L’Apis mellifera si è adattata ai diversi ambienti di lavoro che l’uomo le ha imposto. È in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici?
Le api assassine, cosiddette africanizzate, arrivano molto più a nord adesso in America. In Australia invece ho incontrato un apicoltore che ha inventato le api “usa e getta”: senza neanche una regina, vengono impiegate per l’impollinazione di qualche albero da frutto, e poi bruciate. Questo è un concetto di vita che non accetto, contro cui mi ribello. Come quando si vedono le api nelle serre, che è una cosa tristissima: non ci sono altro che fragole. Se fuggono dalle finestre aperte, poi non riescono più a tornare indietro e devono essere sostituite. È assurdo. Basterebbe che accettassimo di mangiare le fragole soltanto quando sono di stagione.

Il futuro sarà senz’api? Sarà l’uomo a prendere il loro posto?
Mio figlio mi ha raccontato che i produttori di mandorle hanno inventato dei mandorli capaci di autoimpollinarsi. Ho anche letto che il volume degli oggetti artificiali al mondo è arrivato a superare quello delle risorse naturali. Ma noi dovremmo soltanto lasciare che le api e la natura svolgessero il proprio lavoro.

Qual è il ruolo del cinema nel sensibilizzare le persone?
Io sono rimasto molto stupito dal successo del mio film. È bello vedere che se si racconta qualcosa che riguarda tutti, c’è dell’interesse. Vorrei che il documentario non venisse guardato sul cellulare, perché le api meritano uno schermo più grande, come al festival di Locarno. E speriamo che avvenga l’impollinazione delle idee!

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