Cozze, gamberi e sale. Sono gli ultimi ingredienti attaccati dalle microplastiche nei mari con percentuali che superano un terzo dei campioni. L’indagine di Altroconsumo.
L’indagine e i risultati sulle cozze, gamberi e sale
Nello specifico il laboratorio indipendente coinvolto nello studio ha analizzato in tutto 102 campioni: 38 di sale marino, 35 di cozze e 29 di gamberi. Sul totale dei prodotti 30 era di provenienza italiana. Dai risultati delle analisi è emerso che nel 40 per cento delle cozze che si nutrono filtrando l’acqua c’è una presenza massiccia di microplastiche, mentre nel 31 per cento dei casi sono state rilevate delle tracce.
Per i gamberi le percentuali sono rispettivamente del 34,5 e del 31 per cento (meglio mangiarli dunque togliendo l’intestino), per il sale del 39 e del 29 per cento, compresi alcuni campioni del prestigioso fleur de sel che, raccolto a mano dalla superficie dell’acqua, viene contaminato da microplastiche galleggianti.
Le tabelle riportate nell’inchiesta rivelano anche il nome dei produttori e dei punti vendita dei campioni analizzati, ma Altroconsumo specifica: “L’indicazione è per completa trasparenza, non per consigliare o sconsigliare le aziende: il problema delle microplastiche non dipende da come sono condotti gli allevamenti né dalle zone di pesca. Molluschi derivanti da una stessa zona possono o non possono essere contaminati da microplastiche. Solo le analisi riescono a stabilirlo”. Le microplastiche, presenti dall’Antartide al Mediterraneo, non sono distribuite infatti omogeneamente nei mari. Inoltre, galleggiano e si spostano con le correnti.
La plastica in mare non è rappresentata dunque solo dai macrorifiuti di plastica come sacchetti, imballaggi, bottiglie, deliberatamente o accidentalmente rilasciati in mare da imbarcazioni, impianti, industrie o trasportati dai fiumi e dal vento, ma anche dalle micro e nanoparticellein cui i rifiuti di plastica si disintegrano (capaci di resistere centinaia di anni) e da quelle rilasciate nell’ambiente (derivanti ad esempio da cosmeticie detergenti, dal lavaggio diindumenti sintetici, dall’abrasione degli pneumatici o dall’utilizzo delle vernici per la segnaletica stradale). Molluschi e crostacei si cibano di queste sostenze e lo facciamo anche noi quando consumiamo questi prodotti.
Quali sono le conseguenze sullasalute? Come spiega Altroconsumo, anche se non c’è dubbio che la plastica è entrata ormai nella catena alimentare, gli esperti per ora sono cauti. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha stilato un parere in cui afferma che il rischio sembra improbabile, ma sono necessari approfondimenti, in particolare sulle elevate concentrazioni di agenti inquinanti quali i policlorobifenili (Pcb) e gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), che possono accumularsi nelle microplastiche. Potrebbero anche esserci residui di composti utilizzati negli imballaggi, come il bisfenolo A (Bpa).
Cosa si sta facendo contro l’inquinamento da plastica
Per combattere l’inquinamento delle acque sono diversi i provvedimenti presi a livello globale e di singolo Paese. La Commissione europea, ad esempio, ha proposto nuove norme per 10 prodotti di plastica monouso, dal divieto di commercializzazione per i prodotti usa-e-getta fino a campagne di sensibilizzazione dei consumatori. Anche LifeGate è sensibile a questo tema: lo scorso 8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani, ha lanciato il progettoPlasticLess, un impegno concreto per ripulire i nostri mari dalla plastica.
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