Perché si protesta anche in Libano e cosa c’entra Whatsapp

Da una settimana i libanesi scendono nelle piazze delle maggiori città del paese chiedendo le dimissioni del governo e riforme economiche. Le cause, spiegate.

Il Libano si affaccia al sesto giorno di proteste. Dopo la grande mobilitazione di lunedì che ha coinvolto le piazze di Beirut, Tripoli e Sidone, il piccolo paese levantino riscopre l’unità contro il potere. Sono ormai lontani i fantasmi della guerra civile e sulle strade delle più importanti città libanesi riappaiono slogan e cori anti-sistema. Un dato che definisce il movimento in atto come come un’esperienza sociale trasversale.

Per la prima volta, le proteste sono quindi una condanna dello status quo politico e dirigenziale che, già prima della guerra civile durata quindici anni, ha ampiamente riciclato le stesse facce in parlamento, nel governo e nelle posizioni di vertice del servizio civile e militare. Questa, da sola, è una rivoluzione. Rimane l’incertezza se ciò porterà a una trasformazione radicale del sistema nel prossimo futuro, ma rivela comunque che il seme del cambiamento piantato nel 2015, durante le proteste nate contro la gestione corrotta dei rifiuti, è germogliato.

La scintilla delle proteste in Libano

All’origine del movimento ci sono richieste economiche, sociali e politiche. I manifestanti pretendono le dimissioni del governo libanese che si è insediato a gennaio di quest’anno. L’esecutivo è ritenuto responsabile di una sostanziale incapacità di agire per salvare il Paese da un peggioramento della crisi finanziaria. Il casus belli delle manifestazioni è avvenuto giovedì, quando il governo del piccolo paese levantino ha proposto, nel contesto di manovre di austerity, di imporre tasse sulle chiamate effettuate con applicazioni come Whatsapp, sul tabacco, sulla benzina e un aumento dell’iva al 15 per cento. Un’ultima goccia per molti cittadini, che hanno ritenuto le soluzioni proposte per gestire la crisi inefficienti e impattanti solo per le fasce più deboli della società.

A nulla sono servite le giravolte e l’affossamento della proposta di legge. Decine di migliaia di persone hanno organizzato quindi proteste in tutto il paese per giorni, dimostrando che la loro rabbia andava molto più in profondità della cosiddetta “tassa di Whatsapp”.

Le proposte del governo libanese alle proteste

Intanto nei palazzi governativi di Beirut, il governo corre ai ripari, usando un metodo da carota e bastone. Se da una parte infatti si cerca di reprimere le manifestazioni nelle piazze o intimidire gli stessi partecipanti, dall’altra si provano soluzioni. Lunedì 21 ottobre, il primo ministro Saad Hariri ha annunciato una serie di riforme e un budget per il 2020.

Riduzione della metà degli stipendi di alcuni politici attuali e passati, abolizione del ministero delle Informazioni e di altre istituzioni statali obsolete e una riforma dell’amministrazione statale, queste sono alcune delle proposte messe sul tavolo dall’esecutivo per placare gli animi. “Le mozioni non sono concepite come un compromesso. Non devono forzare nessuno a smettere di esprimere la propria rabbia. Questa è una decisione personale”, ha dichiarato il primo ministro libanese in una conferenza stampa televisiva a margine delle riunioni di emergenza.

Parole al vento perché già nella giornata del 22 ottobre sono state organizzate nuove manifestazioni. Nel mentre, i partiti politici scappano dall’epicentro del terremoto. Samir Geagea, leader delle forze libanesi, ha chiesto sabato che i quattro ministri del suo partito presentassero dimissioni immediate, allontanandosi così da un esecutivo accusato di “non voler risolvere la situazione”.

Mosse che avranno comunque poca presa sull’elettorato in caso di un’elezione anticipata, probabile vista la pressione della piazza. Infatti è tutto lo spettro politico ad essere sotto la lente delle proteste e sarà molto facile limitare la rabbia ad un capro espiatorio.

L’origine della rabbia

Più in profondità ci sono le ragioni del malcontento. L’economia libanese è stata colpita da ripetute situazioni di stallo politico negli ultimi anni. Le finanze dello stato sono allo stremo a causa di un settore pubblico inefficiente e fine a sé stesso, mentre il settore privato e produttivo, basti guardare la passività della bilancia commerciale, 4 miliardi di dollari di esportazioni contro i 21 di importazioni, vive una situazione di morte apparente. A riprova della condizione economica generale drammatica, anche se con colpevole ritardo, è arrivato recentemente il declassamento da parte dell’agenzia di rating Fitch sul debito sovrano del paese, che ammonta a 86 miliardi di dollari, oltre il 150 per cento del prodotto interno lordo, definito spazzatura.

Il 2 settembre il Libano ha quindi dichiarato lo stato di emergenza economica, promettendo di accelerare le riforme del budget pubblico, riconoscendo de facto una situazione finanziaria che affligge il paese da anni. Non è infatti iniziata ieri la crisi. La disoccupazione galoppa da un decennio, il mercato immobiliare, vera spinta speculativa all’economia libanese, è bloccato da tempo, mentre gli equilibri confessionali, politici e di clan, accusati di essere il freno allo sviluppo, sono immutati dalla nascita stessa del Libano. È quindi una responsabilità condivisa. Oggi il Paese ha riscoperto qualcosa di cui era già a conoscenza.

Gli effetti collaterali delle proteste in Libano

In mezzo a tutto questo c’è la bellezza di una piazza multiconfessionale che rompe gli schemi, gli scontri con la polizia e la morte di due siriani soffocati in un incendio durante le proteste. Un dramma di contesto che riporta ad un tema caro al populismo cavalcante del paese. Lo stesso populismo che è stato anche morfina per lavaggio parte, elettori ed eletti, per non riconoscere una situazione interna economica drammatica e rimandare l’inevitabile.

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