Sardegna, sì al litio riciclato ma non scordiamoci la bonifica

La svizzera Glencore ha annunciato il primo impianto di litio riciclato in Italia. Può sorgere nel 2027. Intanto il sud della Sardegna va bonificato.

  • Lo stabilimento di Portovesme, tra i più grandi fornitori di piombo e zinco in Italia, è entrato in crisi nell’ultimo anno.
  • La proprietà della fabbrica ne aveva annunciato la chiusura ma ora ha annunciato che potrebbe essere convertito al riciclo del litio.
  • Il tema della bonifica del territorio, però, rimane in sospeso.

Dal rischio chiusura, lasciando 2mila operai senza lavoro, fino a trasformarsi in un progetto all’avanguardia nel campo dell’economia circolare. Potrebbe essere questo il futuro dello stabilimento di Portovesme, nell’area del Sulcis, una zona famosa per i giacimenti carboniferi. Qui, nel sud della Sardegna, dal 1999 la multinazionale svizzera Glencore è diventato il primo produttore in Italia di zinco e piombo. Una produzione entrata in crisi nell’ultimo anno, a causa della crisi energetica. Prima la cassa integrazione a rotazione, poi 16 mesi di incontri con le parti sindacali e i ministeri. A inizio maggio la notizia che lo stabilimento potrà continuare a rimanere aperto: riciclerà il litio delle batterie usate nelle auto elettriche.

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L’ingresso della fabbrica “Grazia Deledda” di Portovesme, situata nel comune di Portoscuso © Emanuele Perrone/Getty Images

Il litio riciclato può diventare realtà

L’impianto metallurgico di Portovesme è in lizza per diventare il primo recycling hub per la produzione di litio riciclato per batterie. L’attuale linea di produzione che lavora piombo e zinco verrebbe convertita e oltre al riciclo di litio si potranno produrre altre materie prime critiche, tra cui nichel e cobalto, sempre a partire dal contenuto delle batterie esauste.

Lo studio di fattibilità definitivo inizierà a metà del 2023 e si avvarrà della tecnologia di Li-Cycle, azienda canadese specializzata nel recupero di litio. Il completamento dello studio di fattibilità è previsto entro la metà del 2024. La costruzione e messa in funzione dell’hub è prevista tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Il nuovo impianto dovrebbe essere in grado di lavorare tra le 50mila e le 70mila tonnellate all’anno (circa 36 GWh, l’equivalente di 600mila veicoli elettrici) di “massa nera”, letteralmente black mass: è chiamato così, per via del suo colore, quel miscuglio di materiali derivato dalla triturazione delle batterie esauste da cui si estraggono nuove materie prime.

Litio riciclato: oltre all’Italia, anche Francia e Germania

Il vantaggio di essere i primi in Europa garantirebbe a Portovesme di diventare un punto di riferimento per l’economia circolare europea, a caccia di materie prime per alimentare il proprio parco di macchine elettriche. D’altronde, il Critical raw materials act, il piano della Commissione europea per ridurre la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di materie prime critiche da paesi terzi, impone che entro il 2030 l’Unione europea dovrà riciclare internamente almeno il 15 per cento della quantità di materie preziose consumate in un anno. E tra i materiali critici c’è sicuramente il litio.

Glencore ha annunciato un investimento da 200 milioni di dollari, il primo di questo tipo tra un’industria del settore metallurgico e una società del riciclo. Non mancano esempi simili dagli altri paesi europei, segno questo di un futuro promettente mercato del riciclo del litio: il gruppo francese Eramez, attivo nel comparto mining, ha annunciato un accordo con la utility francese Suez per realizzare uno stabilimento di riciclo batterie, che dovrebbe sorgere nel 2024 in Francia (quindi anticipando, stando agli annunci, lo stabilimento italiano). Di recente, anche la neonata Battery lifecycle company ha annunciato l’apertura di uno stabilimento quasi del tutto automatizzato a Magdeburgo, in Germania.

Tornando alle regole proposte dalla Commissione, altri mercati futuri riguardanti il riciclo di materie prime critiche potrebbero riguardare il cobalto e il nichel: entro il 2030 l’obiettivo è quello di raggiungere il 12 per cento del cobalto riciclato e il 4 per cento del nichel (peraltro anche per il litio l’obiettivo fissato è del 4 per cento). Inoltre, con il passaggio del regolamento europeo sulle batterie dello scorso dicembre, i legislatori europei hanno proposto che le batterie contenute nei veicoli elettrici dovranno prevedere l’utilizzo di materiali riciclati sopra una certa soglia dal 2030, dal 20 per per il cobalto, al 10 per cento per il litio e 12 per il nichel.

Glencore è criticata per i suoi piani di espansione a carbone

La notizia del litio riciclato è sicuramente positiva. Ma fuori dall’Italia Glencore è criticata in quanto rappresenta la più grande società di commercio di carbone del mondo, nonostante abbia dichiarato pubblicamente il proprio sostegno all’accordo sul clima di Parigi. L’organizzazione londinese ShareAction fa notare che, grazie al carbone, Glencore ha beneficiato di enormi aumenti dei profitti nel 2022, registrando guadagni record insieme a società come Shell e Bp.

Una ricerca dell’Australian centre for corporate responsibility (Accr) ha rilevato che i piani di Glencore per ridurre le emissioni del 50 per cento entro il 2035 dipendono da un conteggio poco trasparente delle emissioni stesse, “che abbelliscono in modo significativo gli sforzi effettivi dell’azienda”, scrive ShareAction. La loro strategia di riduzione delle emissioni dipende anche fortemente da progetti di cattura di CO2 che sono molto costosi, non comprovati tecnicamente e non portano necessariamente a una riduzione netta delle emissioni. Insomma, se l’espansione pianificata di miniere di carbone da parte di Glencore continuasse, gli obiettivi di emissioni non saranno mai raggiunti.

Nel Sulcis, Sardegna, ci sono 7 milioni di metri cubi di miniere abbandonate © Getty Images

La Sardegna ha bisogno di essere bonificata dalle ex-miniere

Un altro aspetto rilevante in questo contesto tocca il tema delle bonifiche. A questo proposito, vale la pena riportare la riflessione fatta dall’Associazione mineraria sarda, che dalla fine dell’Ottocento si occupa della storia del territorio del Sulcis, che ospita i più antichi giacimenti di carbone europei (addirittura dal Cambriano), sfruttati non solo nel secolo scorso ma anche fin dai tempi dei romani e ancora prima dalle civiltà nuragiche: “il nostro territorio ha grandi potenzialità storiche e turistiche”, spiega a LifeGate Franco Manca, geologo e componente del consiglio di presidenza dell’associazione “e noi come associazione, nei nostri simposi, portiamo avanti il tema dell’economia circolare come economia indispensabile per il futuro”.

Per l’associazione, quindi, l’annuncio di un piano industriale per il riciclo di litio – se verrà effettivamente realizzato – è sicuramente una buona notizia. “Però non viene affrontato in maniera completa il tema delle bonifiche: i decisori politici parlano di messa in sicurezza permanente delle ex-miniere, attraverso il capping, cioè la copertura degli inquinanti.  Tale misura, però, non eliminerà il problema, in quanto quei suoli continueranno a non poter essere utilizzati per altri scopi. Noi sosteniamo che lo zinco e il piombo ancora presenti nei siti a cielo aperto e di fatto abbandonati – parliamo di 65 milioni di metri cubi di bacini estrattivi nel solo Sulcis, dove sono presenti quantità di zinco e piombo in misura tra l’1 e il 2 per cento – vadano estratti e arricchiti di minerali, per poi essere messi a disposizione del comparto metallurgico. Solo così facendo potremmo risanare il territorio e avviare nuovi progetti più sostenibili e attenti all’ambiente”. Insomma, se l’attuale e unica linea industriale che lavora il piombo e lo zinco venisse chiusa sarebbe come mettere la parola fine alla possibilità di risanare il territorio una volta per tutte.

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