Secondo un nuovo report, i fanghi ittici degli allevamenti di pesce in Norvegia sono paragonabili alle acque reflue non trattate di milioni di persone e riducono l’ossigeno nell’acqua dei fiordi.
La mancanza di acqua mette in crisi la produzione di riso, mentre nel delta del Po non c’è ossigeno per le vongole. Le soluzioni alla siccità.
Il caldo straordinario e la mancanza di pioggia che persistono da mesi stanno compromettendo le produzioni agricole che più necessitano di acqua. Secondo Coldiretti ammontano a tre miliardi di euro i danni all’agricoltura già causati dalla siccità: il nord Italia è la zona che più sta patendo la crisi idrica con Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto tra le regioni più colpite. Si prevede la riduzione di un terzo della produzione di riso, del 15 per cento di frutta, del 20 per cento di cozze e vongole.
La siccità sta prosciugando le risaie di Piemonte e Lombardia che sono coltivate a Carnaroli, Arborio e Roma, varietà di cui l’Italia è unico produttore al mondo. Cia Agricoltori stima per il 2022 un 30 per cento in meno nella produzione di riso italiana. Con 2 milioni di tonnellate l’anno prodotte su circa 227mila ettari, quest’ultima rappresenta oltre il 50 per cento dell’intera produzione europea; i consumi sono cresciuti del 16 per cento durante la pandemia.
Feagripesca-Confcooperative lancia l’allarme invece sulle produzioni ittiche nelle lagune e sugli allevamenti di cozze e vongole che stanno “soffocando” poiché l’aumento della salinità e della temperatura dell’acqua del mare favoriscono il proliferare delle alghe che, senza un ricambio idrico, tolgono ossigeno alle vongole. Nel delta del Po, dove il cuneo salino (ovvero l’avanzamento del mare nel fiume) ha toccato il record di 30 chilometri, Coldiretti stima una perdita del 20 per cento degli allevamenti di vongole.
Mentre le Regioni dichiarano lo stato di emergenza e chiedono di dirottare l’acqua destinata alla produzione di energia idroelettrica a favore dell’uso umano e agricolo, il governo va in soccorso degli agricoltori con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e lavora a un decreto per fronteggiare la situazione. Per Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, la peggiore crisi idrica degli ultimi 70 anni è “un segnale lampante del cambiamento climatico; di un processo irreversibile che è in atto che porterà la siccità dall’essere una crisi saltuaria a una problematica cronica”. Ma le soluzioni ci sono e vanno ricercate – suggerisce – nelle nuove tecniche di irrigazione, nella raccolta dell’acqua piovana, nelle pratiche di riutilizzo di acque reflue depurate, nella coltivazioni di varietà vegetali locali e stagionali che necessitano di meno input esterni tra cui l’acqua e che allo stesso tempo mantengono il suolo vivo e permeabile, nella riduzione degli sprechi e nel consumo degli alimenti che necessitano meno acqua per essere prodotti.
Per il Wwf occorre “ispirarci a quello che la natura ha sempre fatto: sfruttare il funzionamento degli ecosistemi per trattenere l’acqua, renderla disponibile e ricaricare le falde; proteggere il suolo, le foreste e le zone umide”. Anche per Greenpeace è necessario tutelare i terreni agricoli da ulteriori stress, affinché possano continuare a essere produttivi negli anni a venire, quindi rafforzare e non derogare a quelle misure ambientali che proteggono la salute e la fertilità dei suoli e delle aree agricole, ad esempio aumentando la loro capacità di trattenere umidità.
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