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In Sicilia la vendemmia dura oltre tre mesi ed è il punto di arrivo dell’intera annata agronomica. Ne parliamo con Federico Lombardo di Monte Iato e con l’enologo Giovanni Manzo, di Firriato.
La vendemmia in Sicilia è la più lunga d’Italia e dura circa cento giorni. Si tratta certamente di un rituale antico e affascinante, scandito dalla maturazione delle uve che, dal punto di vista produttivo, rappresenta il coronamento di un processo portato avanti nell’intera annata agronomica, che vede dare letteralmente i suoi frutti durante il momento della raccolta. Di questo parliamo con Federico Lombardo di Monte Iato, Coo di Firriato, azienda siciliana che spicca nel settore vitivinicolo per l’attenzione dedicata al tema della sostenibilità.
Con le sue sette tenute e i suoi 470 ettari di terreni vitati, Firriato racchiude al suo interno la grande varietà di terroir siciliani. Come spiega Lombardo di Monte Iato, “dal punto di vista vitivinicolo possiamo considerare la Sicilia come un vero e proprio continente, per la diversità di suoli e climi racchiusi al suo interno”. Infatti, sull’isola troviamo sei ordini di suolo sui dodici totali classificati a livello mondiale, ciascuno con precise caratteristiche pedoclimatiche. Parliamo anche di habitat unici in terre di frontiera dove si pratica la viticoltura eroica, sfidando sulle isole le condizioni climatiche dovute all’influsso del mare, mentre lungo le pendici dell’Etna si porta avanti la viticoltura di montagna. Per questo la vendemmia si protrae nel tempo proseguendo per mesi.
Si inizia a luglio nella parte occidentale, per poi spostarsi gradualmente verso est e finire in autunno con le uve tardive dell’Etna. “In casa Firriato iniziamo dalle colline dell’agro trapanese, poi passiamo all’isola di Favignana per terminare sull’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa”, racconta Lombardo di Monte Iato. Grande attenzione è data all’attività di monitoraggio che consente di stabilire in maniera puntuale l’epoca di maturazione dei grappoli. Per questo all’interno delle “unità vigneto” nulla è lasciato al caso. “La sostenibilità ambientale è parte integrante della nostra filosofia produttiva. In Sicilia facciamo aridocultura con stress idrico controllato, quindi quando poniamo in essere l’irrigazione di soccorso, lo facciamo con i bilanci idrici, stando attenti al fabbisogno di ogni singola pianta, per utilizzare meno acqua possibile”, spiega Lombardo di Monte Iato. Da questo punto di vista è fondamentale il supporto tecnologico dato dalle stazioni agrometereologiche che analizzano le variabili di contesto e guidano le scelte.
Nella storica tenuta di Baglio Sorìa incontriamo l’enologo Giovanni Manzo che lavora per Firriato. Con lui parliamo dei vitigni autoctoni presenti in questa zona che in quanto a viticoltura vanta una tradizione millenaria. Ci troviamo, infatti, nella provincia di Trapani, zona d’élite per la produzione di uve e vini, nonché provincia più vitata d’Europa. Le coltivazioni si susseguono lungo le colline molto ventilate che si sviluppano a circa 120 metri di altitudine sulla costa occidentale, a pochi chilometri dal Mediterraneo. Il suolo è particolarmente ricco di argille e marne rosse, minerali capaci di dare una buona struttura al terreno, offrendo le condizioni ideali per coltivare vitigni sia bianchi che rossi.
Qui Firriato ha deciso di valorizzare i vitigni autoctoni, ovvero il Nero d’Avola – da cui si ottengono vini rossi con grande struttura – e il Perricone, un vitigno reliquia. Il Perricone infatti è stato recuperato dopo aver rischiato di scomparire ed è oggi ben rappresentato dal Ribeca, vino figlio di questo lavoro portato avanti da Firriato per decenni. Come sottolinea Manzo “questi vitigni sono la massima espressione varietale del territorio”.
Sempre nell’agro trapanese troviamo poi le coltivazioni internazionali di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Chardonnay e Syrah gestiti con la viticoltura di precisione che consente di migliorare la produttività riducendo gli sprechi, grazie all’utilizzo di strumenti tecnologici.
In vista della vendemmia, che comincia durante la prima decade di agosto con le uve Chardonnay, è fondamentale monitorare la maturazione dei grappoli, facendo anche prelievi e assaggi. La raccolta avviene a mano, così come tradizionali sono i metodi di coltivazione che prevedono le pratiche del sovescio, la potatura povera e trattamenti in cui si utilizzano derivati naturali come zolfo e rame. Sia Manzo che Lombardo di Monte Iato ribadiscono che il lavoro punta a portare in cantina uve sane e integre, che richiedano un intervento pari a zero. “La vendemmia – conclude Lombardo di Monte Iato – è il coronamento di questo processo in cui si incontrano tradizione e innovazione tecnologica. L’obiettivo è ottenere uve di alta qualità ma, al contempo, quello di avere la tranquillità di aver rispettato l’ambiente”.
Così, annata dopo annata, in vigna viene tramandato e cresce il rispetto per quel legame con la terra di cui il vino è espressione autentica.
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