Terremoto, come contenere le conseguenze del tipico sisma italiano

Applicando le normative antisismiche edilizie, il tipico sisma italiano potrebbe arrecare drasticamente meno danni e vittime su tutto il territorio italiano

A distanza di qualche settimana dal terribile terremoto che ha stravolto il centro Italia, coinvolgendo Amatrice e dintorni, il governo inizia lentamente a pensare ad una ricostruzione a lungo termine. Questa strage va ad allungare la lista dei drammi causati dai ripetuti sismi avvenuti sul territorio italiano nel corso dell’ultimo secolo, sorge inevitabile la domanda: è possibile ridurre la portata dei disastri causati da crolli di edifici durante i terremoti? Le risposte degli esperti sono molte ma convergono tutte verso un’inevitabile conclusione: la prevenzione e la messa in sicurezza degli edifici e l’educazione per la resilienza della comunità rappresentano il primo e più determinante fattore che ridurrebbe i danni dei disastri, cosiddetti naturali.

Il tipico terremoto italiano

L’Italia, per posizione e conformazione geografica, è sempre stata oggetto di movimenti tellurici e conseguenti scosse di assestamento. Come si legge in un articolo del 2013 sul Consiglio nazionale delle ricerche, il primo regolamento sismico in Europa fu emanato dopo il terremoto disastroso del 1793 dalla dinastia dei Borboni, i quali stilarono un codice edilizio adeguato ove fecero mettere a punto un sistema costruttivo interessante ed efficace per prevenire crolli dovuti a scosse sismiche.

Scheletro ligneo del Palazzo del vescovo di Mileto. CNR
Scheletro ligneo del Palazzo del vescovo di Mileto. CNR

Fortunatamente le leggi italiane in materia antisismica si sono evolute da allora; tuttavia le più recenti risalgono al 2008 e nel corso di questi ultimi anni, purtroppo densi di disastri, si carpisce la necessità di un sistema di legge più forte e strutturato, ma soprattutto emerge la necessità di un Piano nazionale di manutenzione e prevenzione antisismica.  Il piano servirebbe come schema guida per prendere in fretta le giuste decisioni che favoriscano la ricostruzione in tempi brevi, come sottolinea la commissione di docenti universitari, tecnici e ricercatori che ha redatto un appello alla ‘classe politica italiana’ a seguito della tragedia di Amatrice.

“L’urgenza dopo un sisma è quella di agire in fretta, ma si dovrebbe agire con criterio” (Fabrizio Curcio, capo del dipartimento della Protezione civile)

In Italia manca infatti una legge quadro, che dopo le calamità, tracci le linee guida su come assistere la popolazione, sospendere gli obblighi fiscali, favorire la ripartenza delle attività imprenditoriali e la ricostruzione degli edifici. Eppure terremoti, frane e alluvioni sono eventi tutt’altro che sporadici in un Paese fragile dal punto di vista idrogeologico come il nostro.

Ogni volta si deve partire da capo, come precisa il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, uno che con le conseguenze del terremoto lotta ancora adesso, dopo più di sette anni. “Dopo ogni disastro il governo deve legiferare in merito a cosa è competenza dello stato ricostruire e cosa no. In questo modo non solo i tempi si allungano ma vengono anche stabilite disgrazie di serie A e di serie B”.

Palazzo della prefettura dopo il terremoto all'Aquila, 2009. Wikipedia
Palazzo della prefettura dopo il terremoto all’Aquila, 2009. Wikipedia

Anche Mario Tozzi, geologo e noto divulgatore scientifico, si esprime sull’entità dei danni: “Case costruite male e centri storici non restaurati, è il ‘tipico terremoto italiano’. Non è il terremoto che uccide ma la casa costruita male, senza manutenzione ordinaria e senza restauro consapevole” e continua: “La questione in Italia rimane sempre la stessa: siamo un paese collinare e montuoso e pertanto sismico, ma non vogliamo rendercene conto e continuiamo a vivere in edifici vetusti e maltenuti. La verità è che un terremoto di magnitudo 6 non dovrebbe provocare questi disastri. Di fatto dovrebbe essere fatto un grosso investimento statale per la messa in sicurezza di edifici e soprattutto di centri storici”.

“Non è il terremoto che uccide ma la casa costruita male, senza manutenzione ordinaria e senza restauro consapevole” (Mario Tozzi, geologo)

Normativa antisismica italiana

Tra le primissime normative antisimiche vi sono la legge 1086/1971, norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso, ed a struttura metallica, e la legge 64/1974, provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche. Di conseguenza tutti gli edifici costruiti prima di tali date possono essere carenti da questo punto di vista, per cui in caso di ristrutturazione sarebbe opportuno valutare e rafforzare le strutture. La norma che attualmente regola la progettazione antisismica è il decreto ministeriale 14 gennaio 2008, norme tecniche per le costruzioni (NTC08), attualmente in fase di revisione.

La normativa sismica è uno dei due strumenti di prevenzione insieme alla classificazione sismica e serve a dettare i criteri per costruire una struttura in modo tale da ridurre i danni in caso di terremoto. Prima degli anni Settanta, la normativa era del tutto assente ed i comuni venivano classificati come sismici solo una volta che l’evento era accaduto. Nel 1974 la prima svolta con la legge n. 64 che prevedeva le prime linee guida per la costruzione di edifici, nonché motivazioni tecnico-scientifiche affinché una zona venisse etichettata come sismica. La legge però era tutt’altro che precisa e molte zone rimasero scoperte dalla classificazione per molto tempo, fino al 2002, quando un terribile evento sismico toccò il Molise. Da quel punto in poi tutte le zone vennero classificate e vennero anche stabiliti dei livelli di pericolosità delle varie zona.

Franco Barberi, ex sottosegretario della Protezione civile, ritiene “paradossale che né i governi né i parlamenti abbiano saputo trarre esempio dal modello friulano, e si siano improvvisati ogni volta provvedimenti scoordinati”. Come sottolineato da divers esperti del campo, la ricostruzione esemplare di Marche e Umbria dopo il terremoto del 1997 potrebbe fare da modello per una proposta di legge quadro nazionale sulle calamità.

Adeguamento sismico: perché è necessario

Costruire una casa antisismica costa il 10-15 per cento in più rispetto a una casa normale, ma rendere sicuri gli edifici dal punto di vista sismico è fondamentale se si vogliono evitare danni alle persone o agli edifici durante eventi calamitosi come i terremoti. Quando si opera una ristrutturazione rilevante su un edificio è importante verificare in quale zona sismica ci si trova: se ad alto rischio sismico (zona 1 e zona 2), medio (zona 3) o basso (zona 4).  Solitamente come materiale viene impiegato principalmente il cemento armato; deve essere adeguatamente miscelato e soprattutto avere un adeguata armatura di acciaio inossidabile, cosa che spesso viene sottovalutata per risparmiare. I muri devono avere uno spessore minimo di 15 cm e l’altezza massima dell’edificio varia a seconda del rischio sismico; ad esempio in zona 1 (rischio alto) non si dovrebbero superare i due piani. La copertura dovrebbe essere a capriata, in grado di sostenere le scosse ed evitando il crollo totale della copertura che provocherebbe un normale tetto a spioventi.

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Per quanto riguarda le linee guida per la classificazione degli edifici, ad oggi si tratta di una situazione ancora in via di definizione ma pronta a vedere la luce in breve tempo. La stesura di questi criteri è stata effettuata direttamente dall’istituto di Ingegneria sismica italiana (Isi) e serve per fornire un quadro chiaro e preciso per quanto riguarda gli investimenti necessari per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio. Tali linee includeranno sei classi, che vanno dalla lettera A alla lettera F, le quali indicano il rischio a cui è sottoposto l’edificio e il modo in cui questo risponde ad un evento sismico. Ora toccherà al governo, che dovrà prendere una decisione in maniera definitiva: infatti, l’esecutivo è libero di decidere se queste linee guida diventeranno vincolanti oppure saranno semplicemente uno strumento facoltativo.

Buone ricostruzioni per terremoti sostenibili, un futuro possibile?

Se si pensasse ad un azione preventiva efficace  a livello edilizio ma anche di educazione della comunità, e se le costruzioni (e ricostruzioni) fossero fatte a regola d’arte, senza lasciare spazio ad interventi economici ed approssimativi, il futuro potrebbe certamente cambiare. Purtroppo, le cattive abitudini degli italiani ad economizzare ed approssimare, sono difficili da cambiare, ma fortunatamente le buone ricostruzioni non sono mancate in Italia a dimostrazione che il sistema può funzionare molto bene quando ben gestito.

Buonsenso dei committenti e onestà dei costruttori hanno infatti caratterizzato le ricostruzioni in Umbria (1997) ad esempio, dove a distanza di 15 anni sono stati completati il 99 per cento degli interventi di ricostruzione ed il Friuli (1976) non è stato da meno, tanto che si parla persino di “modello friuliano” per la ricostruzione. In questi modelli, la chiave che ha fatto funzionare i lavori è stato il protagonismo dei sindaci e delle amministrazioni locali che si dotarono di onesta trasparenza e moltissima partecipazione della comunità locale e nazionale. Meno burocrazie hanno dato la possibilità alle amministrazioni locali di rimettere in piedi i loro paesi con forza.

“L’Umbria, e l’opera di ricostruzione che qui e’ stata realizzata sono la dimostrazione che in Italia è possibile fare bene le cose, senza sprechi, scandali e inefficienze. E questo e’ possibile quando ci sono amministrazioni locali che funzionano e che sanno operare assieme ai cittadini”.
(Franco Gabrielli, ex capo del dipartimento della Protezione civile)

Siamo ancora lontani dalle case levitanti (levitating houses) del Giappone per prevenire i sismi, ma ottimi sistemi di prevenzione più attuabili e metodi di ricostruzione sostenibili,  esistono già, come le case con scheletro in legno. Esiste già anche un elevata sensibilità in materia di ricostruzione sostenibile post-terremoti. Nel 2012 è infatti stato redatto un manifesto per la ricostruzione sostenibile a seguito del terremoto che aveva colpito il centro Italia, con l’obiettivo di dare trasparenza ai processi e di ricostruire anche il tessuto sociale oltre che i fabbricati.

“Si può ricostruire con cura ed efficacia come è già successo in molti casi in Italia, ma spesso si preferisce sottolineare  scandali e sprechi, come se il nostro fosse un Paese popolato unicamente da ladroni, cialtroni e incapaci”. (Quotidiani del gruppo L’Espresso, 31 agosto 2016)

Quando le opere dell’ingegno umano vengono sopraffatte dalla potenza della natura e tutto viene raso al suolo, è a lei che diamo la colpa. Tuttavia abbiamo le nostre grosse responsabilità etiche in tutto questo pasticcio e quando i nostri edifici crollano, siamo noi i responsabili. Fortunatamente, applicando le giuste leggi, il buon senso civico e il saper fare italiano che ci contraddistingue, abbiamo indubbiamente la possibilità di cambiare le cose per il meglio, riducendo i maggiori crolli e l’impatto dei terremoti sulle nostre vite e quelle dei nostri connazionali.

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