The Raftmakers, a bordo di una zattera per esplorare i fiumi del mondo

Dal Laos all’Italia, le persone sentono ancora un legame con i “loro” fiumi e sono disposte a proteggerli? È il tema di The Raftmakers, serie documentario di Igor D’India.

Esplorare i fiumi del mondo a bordo di zattere improvvisate costruite con materiali di recupero, per indagarne “dall’interno” lo stato ambientale e capire se esiste ancora quel legame atavico tra uomo e fiume che ha permesso lo sviluppo delle antiche civiltà. È l’idea di Igor D’India, videomaker palermitano classe ’84 che ha già all’attivo diversi documentari realizzati in giro per il mondo, dall’Ossezia al Canada. Dopo quattro anni il progetto è diventato una serie documentario, The Raftmakers, in parte autofinanziata (anche grazie a una campagna di crowdfunding) e in co-produzione con PopCult. Fino alla fine di marzo, i sei episodi saranno disponibili gratuitamente online.

Diventare raftmakers per scoprire nuove culture

Di episodio in episodio Igor, insieme ad alcuni compagni d’avventura, attraversa nove fiumi in quattro paesi (Italia, Laos, Belize e Cuba), senza una troupe al seguito. Ma perché un mezzo di trasporto curioso come la zattera? Per capirlo bisogna tornare indietro di circa quattro anni. È la primavera del 2015 quando Igor si reca da solo in Laos, intenzionato a trovare un compagno d’avventure con cui esplorare il fiume Mekong. Le difficoltà di comunicazione con le persone del posto, però, sembrano insormontabili. Per superare la diffidenza e sentirsi meno “straniero”, cambia strategia: coinvolge dei perfetti sconosciuti e li invita a costruire insieme a lui la sua futura imbarcazione, diventando – appunto – dei raftmakers. A un primo sguardo, è un fallimento assoluto: la zattera, pesante e ingovernabile, gli consente di percorrere pochi chilometri nelle acque del Mekong, intervallate da dighe e sbarramenti e colme di spazzatura. Ma così facendo trova la chiave giusta per comunicare con le persone che incontra, per sentirsi finalmente “uno di loro”.

“Usare lo stile avventuroso dei pionieri del passato rende tutto sicuramente più difficile, specie quando devi fare tutto da solo, crearti una rete di contatti direttamente sul posto, fidarti delle persone che incontri… Però a livello narrativo aiuta, perché succedono un sacco di cose. Se la sera andassi a dormire in albergo o fossi accompagnato una troupe, cosa avrei da raccontare? – spiega a LifeGate – L’avventura va preceduta da una grande preparazione, ma poi, una volta sul posto, permette di lasciarsi andare alla serendipity del momento”.

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Igor D’India insieme ai suoi compagni d’avventura in Belize, tre ragazzi discendenti dalle antiche popolazioni Maya © Igor D’India

La plastica non risparmia nemmeno i remoti territori dei Maya

I 9 fiumi esplorati da Igor sono piccoli e distanti dai centri urbani. Ci si potrebbe quindi aspettare che siano paradisi pressoché incontaminati. Eppure, anche nei luoghi più insospettabili si manifestano le conseguenze dell’incuria dell’uomo. È il caso dei fiumi Monkey e Golden Stream che nascono dalle montagne dei Maya, in Belize: finché si rimane all’interno delle riserve integrali, si attraversano territori meravigliosi e selvaggi; quando però ci si avvicina ai villaggi, tutto cambia. “Una volta le pietanze venivano avvolte in foglie di mais o di altre piante e, dopo aver consumato il pasto, le persone buttavano per terra i resti”, spiega James R. Foley, direttore scientifico del Toledo Institute for Development and Environment. Negli anni però questi materiali biodegradabili sono stati sostituiti dalle confezioni di plastica, che gli abitanti continuano a gettare nel fiume, inconsapevoli del fatto che siano destinate a rimanerci per secoli.

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La discesa in zattera dei fiumi del Belize © Igor D’India

I fiumi italiani, tra cumuli di rifiuti e voglia di riscatto

Tra un viaggio e l’altro Igor decide di tornare nella sua città natale, Palermo. Tra le meraviglie che incantano i turisti, il fiume Oreto non è certo al primo posto: questo piccolo corso d’acqua di circa 20 km, che attraversa il centro, per decenni è stato usato come discarica abusiva nell’indifferenza generale, fino ad assomigliare in certi tratti a una fogna a cielo aperto. Nell’ultimo anno, però, con uno scatto d’orgoglio un gruppo di cittadini si è rimboccato le maniche, istituendo il movimento Salviamo l’Oreto e avviando un dialogo con le istituzioni e le associazioni ambientaliste. La prima vittoria è stata la raccolta di oltre 83mila firme che ha portato l’Oreto alla seconda posizione nella classifica 2018 dei Luoghi del cuore del Fai. Va da sé che questo primo traguardo è solo l’inizio di un percorso di recupero e bonifica estremamente complesso, che richiederà ancora anni di lavoro.

Si potrebbe prendere spunto da un altro dei fiumi italiani esplorati dai raftmakers: il Sile, che attraversa la provincia di Treviso. Un tempo era una delle vie d’acqua su cui gli “zatèr” trasportavano le merci fino a Venezia; oggi chi lo naviga deve rassegnarsi anche a fare lo slalom tra i rifiuti. Ma ormai da anni ci sono gruppi di cittadini che hanno scelto di sorvegliare il “loro” fiume, organizzare itinerari di turismo sostenibile, collaborare con gli enti locali. E che, nel fine settimana, salgono a bordo delle loro canoe e raccolgono a mano l’immondizia, riempiendo un sacco dopo l’altro. “Non è facile mobilitarsi – conclude Igor – soprattutto nella primissima fase, in cui bisogna passare dal degrado assoluto al ‘fare’ qualcosa. Ma il Sile è uno degli esempi che ci dimostrano che il riavvicinamento tra l’uomo e il fiume è possibile”.

 

Immagine in apertura © Igor D’India

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