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L’archeologia, che sempre di più ha la sostenibilità nel suo DNA, è un ponte per il dialogo interculturale. Ne è convinto Ugo Picarelli, direttore della Borsa mediterranea del turismo archeologico. L’intervista
Se da vent’anni a questa parte si parla di valorizzazione dei siti archeologici grandi e piccoli del meridione d’Italia e se l’archeologia è considerata sempre di più un ponte tra i popoli e uno strumento di dialogo interculturale, è soprattutto merito suo: Ugo Picarelli, fondatore e direttore della Borsa mediterranea del turismo archeologico (Bmta) di Paestum che si è da poco conclusa, ha anche recentemente vinto un premio per questo, consegnato dal segretario generale dell’Unwto (l’Organizzazione mondiale del turismo) Taleb Rifai in persona. Nel corso del tempo, la manifestazione nata principalmente per la promozione turistica delle bellezze archeologiche e naturali del sud Italia e in particolare della Campania, è diventata sempre di più un un punto di riferimento per parlare del ruolo sociale della valorizzazione culturale a livello internazionale. Ma qual è il ruolo della Bmta oggi? E come ha cambiato la visione del turismo in un Sud che ancora fatica a promuovere i percorsi “minori”? Ecco cosa ci ha raccontato Picarelli quando lo abbiamo incontrato in conclusione della Borsa, qualche giorno fa.
La Bmta era partita per valorizzare il meridione d’Italia, come si è passati a questo sguardo sempre più internazionale?
Non poteva essere altrimenti: nelle aree di guerra, sempre di più vengono colpiti anche i beni culturali, oltre alle persone. E noi ben sappiamo come tutte le distruzioni del patrimonio culturale vadano contro ogni affermazione di identità, di appartenenza dei popoli e di cittadinanza. Non era possibile non parlare anche di queste situazioni, specialmente nelle ultime edizioni della Borsa, dopo la strage del Museo del Bardo di Tunisi, e soprattutto dopo l’omicidio, a Palmira, di Khaled al-Asaad, a cui abbiamo dedicato l’International archaeological discovery award, il premio per la scoperta archeologica dell’anno.
Per questo il nostro sguardo si è esteso a tutto il Mediterraneo e per questo è stata molto importante, durante i lavori di questa edizione numero 20, la presenza direttore del Bardo e dei figli di Kahaled al-Asaad: manifesta l’impegno che sempre di più, negli ultimi anni, la Borsa ha voluto assumere come ponte per il dialogo interculturale.
Da anni, ormai, qui a Paestum ospitiamo ministri e istituzioni di altri paesi e in particolare di paesi in difficoltà, che magari dopo un conflitto hanno bisogno di tornare alla normalità, anche grazie alla valorizzazione della cultura. Siamo convinti che, oggi più che mai, la diplomazia culturale abbia un valore planetario. È anche per questo che l’Unwto ha voluto tenere proprio a Paestum la sua conferenza, affrontando il difficile quanto necessario tema del turismo sostenibile, coi rappresentanti dei siti Unesco più prestigiosi.
Qual è la riflessione sul turismo sostenibile da parte della Borsa?
Quello che cerchiamo di fare durante i giorni della manifestazione è affrontare questo tema sia per quanto riguarda i grandi siti Unesco, sia per quanto riguarda i siti minori. Per i siti archeologici e naturali maggiori è per esempio fondamentale ragionare sui flussi turistici: l’approccio sostenibile in questo caso può essere una modalità per visitare i luoghi nel rispetto del bene culturale. Ma non dimentichiamo che turismo sostenibile significa soprattutto valorizzazione del territorio e conoscenza delle aree meno frequentate, sulle quali c’è meno attenzione anche da parte delle istituzioni, ma che comunque raccontano un pezzo della nostra storia. Attraverso il racconto dei luoghi archeologici “minori”, cerchiamo di favorire la scoperta del territorio, puntando su un’economia che faccia bene a tutti. Parlare di turismo culturale e sostenibile significa affrontare tante sfaccettature, non solo ambientali, ma anche sociali e politiche: è un discorso ampio e importante per il futuro del nostro territorio e del nostro pianeta.
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