Negli Stati Uniti di Joe Biden più permessi alle fossili che nell’era di Trump

Pochi giorni dopo la fine della Cop26 l’amministrazione Biden ha assunto decisioni contraddittorie sulle licenze per estrarre petrolio e gas naturale.

  • Il 15 novembre il presidente americano Joe Biden ha annunciato che la sua amministrazione smetterà di approvare nuove licenze per l’estrazione di petrolio e gas naturale nell’area del Chaco Canyon, in New Mexico
  • Due giorni dopo, l’amministrazione ha venduto all’asta licenze per la zona del Golfo del Messico dal valore complessivo di 192 milioni di dollari
  •  Secondo il Guardian, il numero medio di licenze rilasciate ogni mese dall’amministrazione Biden (339) è superiore a quello dell’amministrazione Trump (316)

La strategia e le intenzioni del presidente americano Joe Biden in materia ambientale appaiono sempre più difficili da decifrare. Il 15 novembre, infatti, la Casa Bianca ha annunciato che bloccherà l’approvazione di nuove licenze per la trivellazione del suolo nell’area circostante il Chaco Canyon, in New Mexico, uno dei siti più importanti per la storia e la cultura delle comunità native 

L’asta più importante dell’anno 

Pochi giorni dopo però, il 17 novembre, la stessa amministrazione ha tenuto una grande asta nella quale sono state vendute licenze per l’estrazione di petrolio e gas naturale dal valore complessivo di 192 milioni di dollari. Secondo molti critici questi sviluppi creano ulteriore confusione e gettano ombre sulle reali intenzioni di Biden riguardo ai combustibili fossili 

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Una raffineria del colosso ExxonMobil in Illinois © Scott Olson/Getty Images

Il 17 novembre il dipartimento dell’Interno americano, guidato dalla nativa Deb Haaland, ha concluso l’asta più importante dell’anno per quanto riguarda la concessione di diritti per le trivellazioni su territorio americano, raccogliendo 192 milioni di dollari 

1,2 milioni di barili di petrolio in più

L’area interessata si estende per più di 300 chilometri quadrati intorno al Golfo del Messico. Secondo il dipartimento i permessi – che rimarranno validi per 44 annipermetteranno di produrre circa 1,2 miliardi di barili di petrolio e fino a 124 miliardi di metri cubi di gas naturale. L’ultima asta in questa zona era stata organizzata dall’amministrazione Trump, e aveva portato nelle casse americane 121 milioni di dollari. 

In passato Biden ha cercato, senza successo, di limitare la vendita di nuove licenze. Il 27 gennaio infatti, appena una settimana dopo essersi insediato alla Casa Bianca, il presidente aveva annunciato la sospensione temporanea per la concessione di nuove licenze estrattive nelle acque e nelle terre federali.  

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Il presidente americano Joe Biden con la segretaria agli Interni Deb Haaland © Chip Somodevilla/Getty Images

A giugno però, anche dopo le proteste avanzate da un gruppo di 13 stati federali, un giudice della Louisiana aveva ribaltato la situazione affermando che il blocco alle vendite non era basato su alcuna “spiegazione razionale” e non poteva quindi ritenersi valido. L’amministrazione Biden ha poi presentato un ricorso, ma nel frattempo ha dovuto riattivare l’approvazione di concessioni per le estrazioni di petrolio e gas naturale.  

Con Biden concessi 339 permessi alle fossili al mese

Anche per questo, fino ad ora, i risultati raggiunti da Joe Biden non soddisfano gli ambientalisti, anzi. Secondo un’analisi del quotidiano britannico The Guardian, tra il 2017 e il 2021 l’amministrazione Trump ha rilasciato in media 316 nuovi permessi al mese, mentre per ora la nuova Casa Bianca guidata da Joe Biden e Kamala Harris ne ha rilasciate in media 339 al mese 

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Una raffineria di petrolio a Los Angeles, nel 2003 © David McNew/Getty Images

Intanto, il 15 novembre Biden ha annunciato che la sua amministrazione si muoverà per fermare per almeno vent’anni la vendita di nuove licenze relative all’estrazione di gas naturale e petrolio nei 16 chilometri circostanti l’area del Chaco Canyon, in New Mexico.  

Il passo avanti: il caso di Chaco Canyon

Il sito, parte di un parco nazionale e nominato patrimonio dell’Unesco, è fondamentale per le comunità indigene che vi abitano da secoli e che ora si sentono minacciate dalle misure sempre più invasive messe in atto nei loro territori.  

“Il Chaco Canyon è un luogo sacro che porta con sé un significato enorme per le comunità indigene. I cui antenati hanno vissuto, lavorato e raggiunto grandi risultati in queste terre deserte”, ha affermato la segretaria agli Interni Deb Haaland. “Ora dobbiamo prendere in considerazione misure di protezione più durature per Chaco, in modo da poter tramandare la sua ricchezza culturale alle generazioni future”. 

Come riportato dal New York Times, la decisione è stata criticata dalle compagnie del settore fossile e da alcuni rappresentanti politici, secondo cui il raggio di 16 chilometri imposto non ha fondamenta scientifiche e il blocco delle operazioni di trivellazione avrebbe conseguenze pesanti sull’economia della zona e sul mercato del lavoro 

Gli impegni assunti dagli Stati Uniti alla Cop26 

Secondo Bruce Westerman, ad esempio, deputato repubblicano per l’Arkansas e membro della commissione per le Risorse naturali, la decisione è parte della “guerra” avviata dall’amministrazione Biden “contro l’energia americana”.  

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Il panorama al Chaco Canyon, in New Mexico © National Park Service

Sia la nuova asta nel Golfo del Messico che l’impegno a fermare le trivellazioni nel Chaco Canyon arrivano pochi giorni dopo la chiusura della Cop26, la ventiseiesima Conferenza mondiale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite a Glasgow tra il 31 ottobre e il 12 novembre.  In quell’occasione gli Stati Uniti hanno sottoscritto il Global Methan Pledge, un patto tra più di 100 paesi per ridurre le emissioni di metano del 30 per cento entro il 2030, e Biden si è impegnato a spendere 9 miliardi di dollari per contrastare la deforestazione.

Su altre questioni, tuttavia, Washington si è mostrata decisamente meno pronta. E molti hanno indicato come proprio dagli Stati Uniti (e non solo) sia giunto un sostanziale via libera alla decisione dell’India di chiedere, all’ultimo secondo, di rinunciare a menzionare nel documento finale della Cop26 l’uscita dal carbone. Accontentandosi di una semplice diminuzione dell’uso.

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