La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
Il tentativo di colpo di stato in Venezuela non è riuscito. La maggior parte dell’esercito è rimasto fedele a Nicolas Maduro. Gravi scontri a Caracas.
È stato un 1 maggio caratterizzato da una tensione altissima nelle strade di Caracas. La capitale del Venezuela è stata infatti teatro di violenti scontri tra i manifestanti, scesi in piazza per sostenere il leader dell’opposizione Juan Guaidó – autoproclamatosi da mesi presidente – e le forze dell’ordine. Ciò all’indomani di un tentativo fallito di colpo di stato.
Nella giornata di martedì, infatti, lo stesso Guaidó aveva annunciato l’avvio della “rivolta finale” contro il presidente Nicolas Maduro. Affermando di avere dalla propria parte l’esercito. Il governo aveva risposto parlando appunto di “golpe” e confermando che esso era appoggiato soltanto da un pugno di militari. “Ho parlato con i comandanti di tutte le zone del paese, che hanno confermato la loro lealtà totale al popolo, alla Costituzione e alla patria”, aveva annunciato il capo di stato venezuelano.
Ciò nonostante, alcune migliaia di oppositori hanno deciso di scendere in piazza. I primi scontri si sono verificati nei pressi della base aerea La Carlota, nella porzione orientale del territorio della capitale. I manifestanti hanno cercato di bloccare l’autostrada che costeggia il sito militare. Alcuni di loro, con il volto mascherato, hanno cominciato a lanciare pietre e bottiglie molotov nei confronti degli agenti della Guardia nazionale boliviana. Che ha risposto utilizzando gas lacrimogeni.
Manifestanti e forze dell’ordine si sono affrontati per tutta la giornata in numerosi quartieri di Caracas. Una donna di 27 anni, Jurubith Rausseo, è morta in serata dopo aver ricevuto un colpo di arma da fuoco, secondo quanto riferito dall’Osservatorio venezuelano sui conflitti sociali. Numerosi anche i feriti, tra i quali quattro giornalisti.
Condenamos el asesinato de la joven Jurubith Rausseo García (27) por impacto de bala en la cabeza durante manifestación en Altamira, hoy 01.05.19. Asciende a 55 la cifra de manifestantes asesinados por el régimen de Maduro en lo que va de año. #Venezuela #DDHH #Justicia
— Observatorio de Conflictos (@OVCSocial) 2 maggio 2019
Guaidó ha lanciato un appello affinché i lavoratori avviino scioperi ad intermittenza. “Non esiterò, quando la giustizia lo ordinerà, ha far arrestare i responsabili di questo colpo di stato criminale”, ha commentato Maduro di fronte a migliaia di propri sostenitori, riuniti davanti al palazzo presidenziale di Miraflores. Il capo di Stato non ha esitato inoltre ad accusare gli Stati Uniti di essere i veri cospiratori: “Nei prossimi giorni fornirò le prove del modo in cui hanno orchestrato questa iniziativa, affinché il popolo sappia che sono traditori e affinché la giustizia faccia il proprio corso”.
Attorno alla vicenda del Venezuela, in effetti, si sta attuando uno scontro degno della guerra fredda tra Washington e la Russia. Il ministro degli esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha parlato senza mezzi termini di “ingerenze da parte degli Stati Uniti” che rappresentano “una violazione flagrante del diritto internazionale”. “Questa pressione distruttrice non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha aggiunto il ministro russo in un comunicato.
Al contrario, il suo omologo americano Mike Pompeo ha accusato la Russia di voler “destabilizzare” il Venezuela. Avvertendo che “un intervento militare non è escluso. Se necessario è ciò che faranno gli Stati Uniti”.
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