Biologico

La sinergia tra agricoltura biologica e Fairtrade, per un’alimentazione che rispetta persone e territori

Quali sono i vantaggi per produttori e consumatori nell’unione tra agricoltura biologica e Fairtrade? Ne abbiamo parlato a una tavola rotonda organizzata da Alce Nero che si è tenuto il 14 dicembre a Milano.

Una colazione giusta”. Un nome, quello della tavola rotonda che si è tenuta il 14 dicembre a Milano, che esprime il nostro bisogno di nutrirci in modo sano per potere affrontare ogni giornata e il desiderio di farlo nel pieno rispetto delle persone e dei territori. Questo è quanto emerso dall’incontro moderato da LifeGate che ha visto confrontarsi Fairtrade Italia, il marchio biologico Alce Nero e due blogger che si occupano di cibo e viaggi su un tema comune: le sinergie vantaggiose tra la filiera del commercio equo e quella dell’agricoltura biologica.

Dare il via alla giornata con una colazione giusta

Il tutto è partito con una buona prima colazione. Sì, perché la tavola a cui erano seduti i partecipanti era arricchita da deliziose pietanze realizzate con prodotti Alce Nero, biologici e certificati Fairtrade, come il ciambellone con banane, noci e cioccolato che la food blogger Lidia Forvilesi di Non solo food ha preparato durante l’incontro nella cucina di Fusillo lab, dove si è tenuto. Si è iniziato proprio parlando del valore non solo nutrizionale ma anche sociale della colazione, come sottolineato dal moderatore Tommaso Perrone, direttore responsabile di LifeGate. Secondo Forvilesi questo pasto dovrebbe essere ricco e lento iniziando con la cura e l’attenzione nella scelta degli ingredienti.

L’alba del Fairtrade

Anche la storia del commercio equo è legata a un punto di partenza importante, come ha raccontato Benedetta Frare, responsabile comunicazione di Fairtade Italia. Cioè da un incontro tra un gruppo di campesinos (contadini) nello stato di Oaxaca, in Messico alla fine degli anni Settanta. Questi erano vittime dei cosiddetti coyotes, intermediari che compravano il caffè dagli agricoltori, pagandoli un prezzo misero solo una volta che la merce veniva venduta ai mercati industrializzati. Grazie anche all’intervento del prete Frans van der Hoff, considerato il fondatore del commercio equo, è nata l’idea dei produttori di trattare direttamente con gli importatori per vendere i frutti del loro lavoro ai paesi sviluppati.


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“Il modello si è diffuso a macchia d’olio”, ha spiegato Frare, contestualizzando il ruolo di Fairtrade – certificazione che garantisce il rispetto dei principi del commercio equo – come quello di fare da cerniera tra gli agricoltori e le aziende come Alce Nero che lavorano direttamente con loro. Mentre Fairtrade (il nome inglese di questa filiera) è stato tradotto come commercio equo e solidale in italiano, “la parte solidale in realtà non esiste: è sempre una forma di commercio basata su domanda e offerta, ma anche sulla soddisfazione di tutti gli attori”. Fairtrade dunque garantisce un prezzo minimo per i prodotti, oltre che un premio economico che gli agricoltori auto-gestiscono democraticamente, e il prezzo giusto, che varia a seconda del luogo e che “deve coprire i costi di produzione e garantire un reddito dignitoso”, viene fissato insieme ai coltivatori, precisa Frare.

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Una monocultura di banane nei pressi di Cahuita in Costa Rica: evidente la mancanza di biodiversità in questo tipo di agricoltura © Michele Borzoni/Grazia Neri

Gli agricoltori protagonisti

E proprio i produttori sono stati i protagonisti della tavola rotonda Una colazione giusta. Chiara Marzaduri, responsabile comunicazione di Alce Nero, ha raccontato il modello economico dell’azienda basato su una giusta retribuzione delle materie prime e il suo radicamento nella realtà rurale, tanto che i suoi soci sono proprio gli agricoltori, come ad esempio 14mila membri dell’organizzazione Cooperativas Sin Fronteras, coltivatori sudamericani di cacao, zucchero e caffè certificati Fairtrade a marchio Alce Nero. L’obiettivo è quello di “ribaltare il modello secondo cui gli agricoltori sono l’ultimo anello della catena”, ha sottolineato Marzaduri.

Si è parlato del fatto che purtroppo quando acquistiamo un alimento spesso lo facciamo senza consapevolezza o riconoscimento delle persone che ci sono dietro. E questo distacco dai produttori fa sì che non si metta in discussione, ad esempio, un prezzo particolarmente basso: in realtà, “magari non lo paghiamo alla cassa, ma il costo ambientale e sociale invece sì”, ha evidenziato Marzaduri. Un punto su cui si è soffermata anche la blogger di viaggi Federica di Nardo che ha raccontato come bisogna fare scelte consapevoli anche quando si è turisti. Innanzitutto, esplorando le tradizioni culinarie perché “il cibo è uno degli aspetti che evidenzia la cultura di un posto” e facendolo “privilegiando i piccoli produttori e mangiando nei mercati”.

Cosa racconta un’etichetta

Certificazioni come quella biologica e quella Fairtrade garantiscono un approccio olistico alla sostenibilità, che è sia ambientale che sociale ed economica. E nella diffusione di queste realtà gioca un ruolo importante la consapevolezza del consumatore, partendo dalla sua capacità di leggere correttamente le etichette. Frare ha precisato come il commercio equo ha ancora una bassa riconoscibilità in Italia ma allo stesso tempo Paola Munforte, responsabile prodotto Alce Nero, ha riportato come gli alimenti Fairtrade rappresentano una parte importante del totale venduto dall’azienda. Proprio per sottolineare “l’origine della materia prima, la storia di come arriva a diventare un prodotto finito”, il marchio biologico ha ideato un’etichetta narrante per i suoi alimenti, spiega Munforte.

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Il frutto del cacao, coltivato in Perù, certificato Fairtrade e commercializzato da Alce Nero in Italia © Alce Nero

La crescita di agricoltura biologica e Fairtrade

Una maggiore trasparenza nel comunicare le caratteristiche dei prodotti aiuta i consumatori a diventare più consapevoli, fattore che ha contribuito a una crescita del Fairtrade negli anni: questo mercato infatti non è più limitato ai negozi specializzati ma ha raggiunto anche l’universo della grande distribuzione. Una crescita parallela a quella del biologico. Perrone ha evidenziato i risultati dell’Osservatorio sullo stile di vita sostenibile 2018, l’indagine di LifeGate ed Eumetra Monterosa secondo cui oltre la metà degli italiani è disposto a pagare di più per i prodotti biologici, che vengono consumati regolarmente da un quinto della popolazione. Ma il vero cambio di paradigma ci sarebbe se “il cibo etichettato non fosse quello biologico ma quello fatto con la chimica”, precisa Marzaduri, o frutto di un commercio basato sullo sfruttamento, aggiunge Frare. Cioè se i modelli agricoli ed economici del biologico e del commercio equo non fossero una nicchia ma la normalità.

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