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L’Italia è un paese per cani e gatti? Dipende. Sì, a giudicare da quanto sono aumentati nelle nostre case negli ultimi vent’anni e da quanto dichiariamo di volergli bene. No, se teniamo conto delle risposte di un recente sondaggio di Legambiente sui servizi per gli animali offerti da comuni e Asl nelle città, che mostrano
L’Italia è un paese per cani e gatti? Dipende. Sì, a giudicare da quanto sono aumentati nelle nostre case negli ultimi vent’anni e da quanto dichiariamo di volergli bene. No, se teniamo conto delle risposte di un recente sondaggio di Legambiente sui servizi per gli animali offerti da comuni e Asl nelle città, che mostrano come, complessivamente, il grado di soddisfazione dei cittadini sia insufficiente o mediocre.
Ancora no, se si considera anche il rapporto tra le spese dichiarate dalle amministrazioni comunali e dalle aziende sanitarie locali per la gestione degli animali nelle nostre città e i risultati raggiunti: 245 milioni di euro in buona parte assorbiti dai canili rifugio, strutture indispensabili secondo il modello attuale ma fallimentari rispetto al benessere animale e alla prevenzione del randagismo. Una somma quattro volte superiore a quella impegnata in Italia per tutti i 23 parchi nazionali italiani e le 14 riserve naturali dello Stato e 70 volte superiore a quella per le 27 aree marine protette.
Animali in città 2017 è la sesta edizione dell’indagine di Legambiente nata con l’obiettivo di migliorare la convivenza con animali padronali e selvatici nei centri urbani, ma che restituisce un quadro drammaticamente disomogeneo e carente su molti fronti, nonostante l’ingente spesa pubblica e il lavoro messo in campo dagli enti più virtuosi. Anche perché, al netto della legge per la tutela di cani e gatti (la 281 del 1991), non esiste una legge nazionale che regolamenti in modo unitario la convivenza tra persone e animali negli ottomila comuni italiani e le competenze in materia sono demandate a regioni e comuni.
È urgente mettere all’ordine del giorno una strategia pubblica che sappia ridisegnare, nazionalmente, la gestione degli animali in città e fornire al paese gli strumenti per gestire al meglio una convivenza sempre più stretta, tutelando il benessere animale e il nostro. Occorre, poi, essere in grado di controllare l’applicazione di norme e regolamenti, perché anche la regola migliore senza un adeguato e regolare controllo perde la sua efficacia.
Dal sondaggio, che quest’anno accompagna i risultati dell’indagine, infatti, la nota più dolente che emerge è l’azione di controllo e vigilanza della polizia municipale sui maltrattamenti animali o sulla mancata raccolta degli escrementi, ritenuta insufficiente o mediocre da più di otto cittadini su dieci. Mentre, su dieci cittadini, sei ritengono insufficiente o mediocre l’impegno del proprio sindaco in tema di tutela degli animali; sette hanno una percezione insufficiente o mediocre del numero, della pulizia e della fruibilità delle aree verdi; poco più di sei ritengono insufficiente o mediocre il servizio offerto dalle amministrazioni comunali rispetto ai gatti o ai cani vaganti.
Il randagismo, in effetti, rimane una delle piaghe del nostro paese, in particolare nelle regioni del sud dove, spesso, basta una passeggiata per rendersi conto della situazione, ormai cronica e confermata anche quest’anno dal rapporto Animali in città. In media, secondo le amministrazioni comunali e le Asl, nel 2015, tre cani su quattro hanno trovato una felice soluzione dopo la cattura, ma i dati restituiscono situazioni locali molto diverse. Secondo le risposte fornite dai comuni, le performance peggiori nel ricollocamento dei cani sono state ottenute in Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata e Campania, come riprova anche l’incrocio con i dati sull’anagrafe canina regionale. Il randagismo è l’elemento principale di sofferenza e conflittualità per gli animali e il costo economico più significativo a carico della collettività. Qualcosa, evidentemente, non funziona.
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