Il conflitto nel Golfo minaccia una delle infrastrutture energetiche più importanti, con effetti su mercati, commercio e sicurezza energetica globale. Qual è la storia, chi sono gli attori e le possibili conseguenze.
Quindici militari della missione di peacekeeping Monusco sono stati uccisi in Congo da un gruppo di ribelli ugandesi. Kabila resiste al potere.
Quindici caschi blu delle Nazioni Unite sono stati uccisi in un attacco effettuato nella provincia del Nord-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, non lontano dalle frontiere con Uganda e Ruanda. L’attentato è stato effettuato nella serata di giovedì e il bilancio è ancora provvisorio dal momento che sono stati registrati anche 53 feriti, di cui alcuni in gravi condizioni.
https://www.youtube.com/watch?v=GZ6F57rDYQ8 https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=sRudUWG7e7A&has_verified=1
“Si tratta del peggior attacco mai effettuato contro dei soldati Onu nella storia recente dell’organizzazione”, ha spiegato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che si è detto “indignato” per quello che ha definito “un crimine di guerra”. Le vittime sono principalmente dei militari tanzaniani che facevano parte della missione di peacekeeping in Congo chiamata Monusco.
L’ultima volta che le forze delle Nazioni Unite avevano subito un attacco di questa portata fu il 5 giugno del 1993, quando un attentato provocò la morte di 24 caschi blu pachistani a Mogadiscio, in Somalia. Nello scorso mese di maggio, inoltre, sei soldati sono stati uccisi nella Repubblica Centrafricana. “I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle famiglie dei nostri colleghi. Abbiamo inviato sul posto dei rinforzi e predisposto l’evacuazione dei feriti”, ha fatto sapere Jean-Pierre Lacroix, responsabile delle operazioni militari di mantenimento della pace. Ad effettuare l’attacco sarebbe stato il gruppo di ribelli ugandesi musulmani Adf (Allied democratic forces).
‘Outrage and utter heartbreak’ after deadliest single attack on a U.N. peacekeeping mission in recent history. Our story: https://t.co/W9kPkHObnO
— AP Africa (@AP_Africa) December 8, 2017
Quest’ultimo rappresenta una delle organizzazioni armate più attive nelle due province orientali del Nord e del Sud-Kivu. “Dal mese di giugno a quello di novembre del 2017, almeno 526 civili sono stati uccisi nella regione, e 1.087 persone sono state rapite al fine di ottenere un riscatto. Sono stati inoltre registrati undici casi di stupri di massa”, ha spiegato l’organizzazione non governativa Human Rights Watch in un rapporto pubblicato nei giorni scorsi.
Il documento indica inoltre che il conflitto nell’Est del Congo “è stato esacerbato dalla crisi politica generale del paese”. Nuove elezioni sono state infatti indette per il 23 dicembre 2018, ma l’opposizione chiede da tempo la destituzione del presidente Joseph Kabila entro la fine dell’anno. Il leader africano ha infatti terminato il suo secondo mandato alla fine del 2016, ma punta a rimanere in carica fino alla consultazione elettorale. L’associazione spiega che, anche in ragione del fatto che le manifestazioni sono sistematicamente vietate o represse, “alcuni gruppi armati si sono coalizzati con l’obiettivo di contestare il prolungamento del mandato di Kabila”.
UN chief urges Democratic Republic of Congo authorities to investigate an attack in which suspected Ugandan rebels killed at least 15 UN soldiers https://t.co/8waa79HQnM pic.twitter.com/8SKVon6I1A
— TRT World (@trtworld) 10 dicembre 2017
Una situazione, insomma, particolarmente delicata. Non a caso, nello scorso mese di ottobre, le Nazioni Unite hanno dichiarato un livello di guardia nella zona di livello 3: pari a quelli di Siria, Iraq e Yemen.
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