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La Cina detiene il 70% dei diritti di estrazione nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo. La popolazione lotta contro l’inquinamento.
Ogni giorno, a Basoko, sulle rive del fiume Aruwimi, nella Repubblica Democratica del Congo, le draghe della società cinese Xiang Jiang Mining cercano oro e diamanti, spazzando via le rive del corso d’acqua e con esse i pesci, principale fonte di sostentamento dei villaggi che si affacciano sulle acque dell’Aruwimi.
La società cinese ha ottenuto i permessi di ricerca nel 2019 ma all’inizio di quest’anno il ministro dell’ambiente della Repubblica Democratica del Congo, Ève Bazaiba, ha ordinato di fermare le attività. Il ministro era stato invitato dalla popolazione locale per esaminare gli effetti dell’inquinamento delle acque, della scomparsa dei pesci e della proliferazione dei banchi di sabbia lungo il fiume.
Eppure, nove mesi dopo l’intervento del ministero (e una multa di 90mila dollari), la Xiang Jiang Mining sta continuando a scavare, perseverando nell’inquinamento: durante le sue attività, infatti, la società continua a scaricare il mercurio – acquistato, peraltro, dallo stato stesso – nel fiume.
Secondo un’inchiesta di Mongabay, che ha intervistato alcuni abitanti del luogo, i soldati e la polizia pattugliano costantemente l’area di dragaggio. I militari, in particolare, scortano i macchinari, diventando complici della società cinese. Anche le autorità locali non stanno intervenendo, anche se quest’ultime, coinvolte dall’inchiesta, dicono che loro non hanno alcuna responsabilità né potere di intervento.
Le operazioni della Xiang Jiang Mining restituiscono uno sguardo sul mondo dell’estrazione mineraria cinese nella Repubblica Democratica del Congo. Quasi il 70 per cento del settore minerario del paese africano, infatti, è sotto il controllo della Cina.
Ciò è il risultato di un accordo siglato nel 2008 in cui la Cina ha offerto alla Rdc una linea di credito di 6 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali, in cambio di 11 milioni di tonnellate di rame e 600mila tonnellate di cobalto, per un valore di circa 50 miliardi di dollari, da estrarre in 25 anni. Sulla scia di tale accordo, ne sono seguiti altri più piccoli.
L’Aruwimi è un affluente del fiume Congo, che scorre nella seconda foresta tropicale più grande del mondo. L’estrazione illegale di pietre e metalli preziosi è accompagnata anche dal problema della deforestazione: alle aziende cinesi sono stati concessi vasti appezzamenti di foresta da cui estrarre il legno. La Fodeco, una delle società cinesi più grandi, ha avuto una concessione di terreno grande tre volte la città di New York.
La popolazione locale è insorta contro le società cinesi, rifiutandosi di raccogliere i tronchi abbattuti che adesso giacciono nella foresta a marcire. L’anno scorso, i leader globali al vertice Cop26 sul clima hanno promesso 500 milioni di dollari per proteggere la foresta della Repubblica Democratica del Congo dalla deforestazione. L’Unione europea, insieme ad altri potenziali donatori, stanno tenendo d’occhio la Rdc e il ministro dell’ambiente Ève Bazaiba ha pubblicato un elenco con le società che si è impegnato a sospendere.
Il fiume Aruwimi, che scorre attraverso i territori di Basoko e Banalia, territori che ospitano quasi un milione di persone, è stato spezzettato e venduto in molteplici concessioni minerarie dai governi nazionale e provinciale. Inoltre, alcune organizzazioni della società civile congolese hanno chiesto misure urgenti per proteggere gli okapi che vivono in una riserva dell’Ituri. Gli animali, che appartengono alla famiglia dei giraffidi, sono minacciati dalle attività estrattive, anche in questo caso, in una miniera d’oro.
Uno studio del 2021 dei ricercatori congolesi Jean De Dieu Mangambu Mokoso, Asimbo Bondoo Norbert ed Ekele Mbenga Robert afferma che tali estrazioni stanno causando inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, deforestazione, erosione delle sponde del fiume, allagamenti e massicce emissioni di CO2 dalla distruzione delle torbiere.
Molti residenti di Basoko, con l’aiuto delle ong internazionali, hanno organizzato numerose proteste perché vogliono che il loro fiume torni a essere la principale fonte di sostentamento. Ma la loro voce rischia di essere ignorata, se la comunità internazionale non interverrà più severamente sulle importazioni di oro e legname.
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