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Secondo un recente rapporto di Greenpeace, la produzione di farina di pesce per l’acquacoltura minaccia i mari e ruba il sostentamento alle popolazioni dell’Africa occidentale.
Quasi metà del pesce consumato nel mondo non viene pescato ma proviene dagli allevamenti intensivi di acquacoltura. Questo comporta diverse conseguenze ambientali, ma anche di tipo umanitario e sociale. L’ultimo allarme lo ha lanciato Greenpeace con il rapporto “Pesce sprecato”, da cui è emerso che la crescente produzione di olio e farina di pesce, utilizzati come mangimi negli allevamenti, minaccia i mari al largo delle coste dell‘Africa occidentale.
Le acque in questa parte del Continente Nero sono sempre più povere di pesce: si tratta di un’emergenza ecologica, ma anche di un problema per la sicurezza alimentare e il sostentamento delle popolazioni costiere. Gli stock di piccoli pesci pelagici, fondamentali per le flotte artigianali locali e l’alimentazione di Paesi come il Senegal, vengono infatti pescati da grandi flotte industriali e sempre più utilizzati non per l’alimentazione umana, ma per i mangimi necessari all’acquacoltura. “Stiamo perdendo centinaia di migliaia di tonnellate di pesce idoneo all’alimentazione umana per soddisfare l’industria mangimistica, con un impatto potenziale su oltre 40 milioni di consumatori africani. È assolutamente inaccettabile che si tolga loro il pescato per nutrire il pesce che finisce nei nostri piatti”, ha dichiarato Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace Italia.
Si stima che circa il 69 per cento delle farine di pesce prodotte a livello mondiale, nel 2016, sia stato utilizzato per produrre mangimi per l’acquacoltura, il 23 per cento per l’industria degli allevamenti intensivi di suini, il 5 per cento di pollame. Il 75 per cento della produzione di olio di pesce è stato utilizzato per l’acquacoltura e solo il 18 per cento per il consumo umano diretto, in integratori alimentari e farmaci. L’Europa e l’Asia sono i maggiori importatori di questi prodotti, e la crescente domanda ne fa aumentare la produzione. Nonostante la Fao abbia evidenziato come la maggior parte degli stock di piccoli pelagici al largo dell’Africa occidentale sia sovrasfruttata e come negli ultimi 25 anni le catture totali siano più che duplicate, in Mauritania tra il 2014 e il 2018 le esportazioni di farina e olio di pesce sono raddoppiate, rendendo questo Paese il maggiore esportatore di farina di pesce e olio di pesce nella regione, seguito dal Marocco. Anche in Senegal e Gambia è nata una produzione di mangimi e proprio l’Italia è il principale paese europeo importatore di farine e oli di pesce dal Senegal.
L’appello di Greenpeace è che gli Stati costieri, come stabilito dagli accordi internazionali, cooperino per garantire un uso sostenibile delle risorse comuni e che le filiere siano trasparenti per garantire ai consumatori una scelta consapevole sull’impatto ambientale e sociale del pesce che finisce sulle tavole.
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