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Alcune delle foreste presenti nell’elenco dei patrimoni dell’umanità sono “malate”. Ne parliamo con Elena Osipova dell’Iucn e Giorgio Vacchiano della Sisef.
Il nostro è un pianeta blu e verde. Le foreste, insieme agli oceani, ci permettono di respirare, di stare bene a livello fisico ma anche mentale, perché il contatto con la natura migliora l’umore. Proprio per questo, molte sono state dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Purtroppo, è dal 2001 che dieci di questi polmoni verdi – fra cui le foreste pluviali tropicali di Sumatra, la riserva della biosfera del río Plátano in Honduras, il parco nazionale di Yosemite negli Stati Uniti e l’area delle Greater blue mountains in Australia – non riescono più a funzionare correttamente: al contrario, emettono più anidride carbonica che ossigeno.
Lo rivela una ricerca condotta proprio dall’Unesco, insieme all’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) e al World resources institute (Wri). Gli studiosi temono che altri ecosistemi forestali siano destinati a subire la stessa sorte.
Le analisi pubblicate sulla rivista Nature hanno rivelato che persino la regione orientale dell’Amazzonia, specialmente quella sudorientale, ha cominciato a emettere più CO2 di quanta ne sia in grado di assorbire.
“Abbiamo identificato due cause principali”, spiega a LifeGate Elena Osipova, senior monitoring officer dell’Iucn World heritage programme e co-autrice del report. “Una è rappresentata dagli incendi che, in molte aree, sono diventati più frequenti e distruttivi per colpa dei cambiamenti climatici” e che alimentano un circolo vizioso: la siccità e l’aumento delle temperature intensificano i roghi, che generano anidride carbonica, la quale a sua volta causa il riscaldamento globale. “L’altra è legata alle modifiche nell’utilizzo dei terreni e allo sfruttamento indiscriminato delle risorse, specialmente il disboscamento illegale”.
A proposito di deforestazione, risulta chiaro il parere di Giorgio Vacchiano, ricercatore e membro della Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale (Sisef): “L’impatto diretto dell’uomo che elimina la foresta, sostituendola con qualcos’altro – un campo coltivato, un pascolo, un’area mineraria – sottrae all’ecosistema la possibilità di fare la fotosintesi e, anzi, espone il suolo agli elementi, cosa che determina grandi emissioni di CO2 a causa della respirazione, dell’attività biologica degli organismi decompositori, batteri e funghi, che lo abitano”.
Vacchiano aggiunge che la scarsità d’acqua, oltre a favorire gli incendi come anticipato da Elena Osipova, è anche una fonte di stress per gli alberi che, di conseguenza, fanno più fatica a svolgere la fotosintesi.
I ricercatori sono rimasti colpiti negativamente dai risultati di quella che ha rappresentato la prima valutazione scientifica dei gas serra rilasciati dalle foreste patrimonio dell’umanità che, in quanto territori protetti, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.
Tuttavia, c’è ancora tempo per invertire la tendenza: nel loro complesso, infatti, questi polmoni verdi costituiscono ancora un’importante riserva di carbonio, capace di accumulare ogni anno 190 milioni di tonnellate di CO2. Degli altri 247 siti analizzati, 166 ne assorbono più di quanta ne producano, mentre 81 hanno un bilancio neutro.
È necessario, dunque, capire quali strategie hanno permesso a determinati ambienti di prosperare, così da poterle attuare anche nelle zone sotto stress. Alla Cop26, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite in corso in Scozia, cento nazioni si sono impegnate a fermare la deforestazione entro il 2030.
“Non è la prima volta che questa promessa viene fatta. Era già stata formulata da diversi paesi del mondo nel 2014 con la Dichiarazione di New York. La differenza oggi sta nel numero di paesi sottoscrittori e nelle risorse economiche che sono state messe sul tavolo, quasi venti miliardi di dollari tra investimenti pubblici e privati. Resta da vedere come verranno spese queste risorse per raggiungere questo importante obiettivo”, puntualizza Vacchiano. Secondo il ricercatore, sono tre le azioni da compiere.
“Se le pressioni vengono mitigate, gli ecosistemi naturali sono in grado di ripristinare la loro estensione e le loro funzioni”, conclude Osipova. È una frase che racchiude grandi speranze. Le foreste possono guarire, non hanno una malattia incurabile. Questa è una delle notizie più belle che potessimo ricevere. Sappiamo anche qual è la terapia di cui questi “organi” hanno bisogno per tornare a funzionare. È ora che ci prendiamo cura di loro, perché loro possano tornare a prendersi cura di noi.
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