Giornata mondiale dei calzini spaiati, per dare voce alla bellezza di essere unici

Da dove nasce l’idea di una giornata mondiale dedicata ai calzini spaiati? Ne abbiamo parlato con Giovanna Giacomini, pedagogista e ideatrice di Scuole Felici.

Il primo venerdì di febbraio si celebra la Giornata mondiale dei calzini spaiati, una ricorrenza che quest’anno giunge alla sua undicesima edizione. L’idea nasce in una scuola primaria di Terzo di Aquileia, in Friuli, dove la maestra Sabrina Flapp si ingegna per sensibilizzare i suoi piccoli alunni all’accoglienza della diversità. Indossare calzini spaiati non è solo lo stravolgimento di una regola di outfit, ma è un simbolo voluto di unicità e particolarità: ognuno di noi è speciale. Siamo individui peculiari, per le nostre caratteristiche innate e per quelle che decidiamo di acquisire. Una realtà, questa, che deve tradursi nell’orgoglio di essere sé stessi e in un atteggiamento inclusivo verso gli altri.
Lanciata quasi per gioco, questa iniziativa si diffonde attraverso i social e diventa virale, raggiungendo altre scuole, comunità di vario tipo e persone di qualsiasi età. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Giovanna Giacomini, esperta pedagogista, imprenditrice nel settore educativo e fondatrice del progetto Scuole Felici.

giornata mondiale calzini spaiati
I calzini spaiati sono un simbolo voluto di unicità e particolarità: ognuno di noi è speciale © iStock

Dottoressa Giacomini, come possiamo definire i “calzini spaiati”?
All’interno di una comunità, che può essere la famiglia o anche la scuola, i calzini spaiati rappresentano la diversità di ciascuno nello stare insieme, nel coesistere all’interno di un gruppo. In generale, le caratteristiche di ognuno vengono considerate nell’ambito di un contesto più ampio. È interessante pensare a un parallelismo con la natura, poiché questa ci mostra una realtà importante: non esiste qualcosa di identico a sé stesso. Ogni foglia di ciascun albero, per esempio, ha una sua venatura, un suo colore. La natura, dunque, ci racconta la diversità intesa come unicità. Il calzino spaiato, in definitiva, rappresenta l’unicità che è presente in ciascuno di noi, sia come esseri umani sia come componenti della natura in senso più ampio.

Ancora oggi si guarda alla diversità con diffidenza. Celebrare questa giornata è dunque necessario?
Credo sia estremamente necessario. E lo è quest’anno in particolare. Con la Giornata mondiale dell’educazione, l’Unesco ha acceso un faro sul bisogno di parlare di pace. Molte situazioni, anche nel mondo, spingono alla riflessione sul senso di equità e sulla costruzione di una coscienza collettiva. Nell’ultimo decennio, tra l’altro, si è vista una tendenza generale all’appiattimento: gli individui vengono spinti verso competenze e risultati sempre uguali. Un andamento, questo, che viene alimentato anche dal mondo dell’istruzione. Credo che la Giornata dei calzini spaiati sia il pretesto ideale per soffermarci sulle qualità individuali, e per ri-guardare all’impegno come un mezzo per ricavare il meglio di noi stessi. Un aspetto importante riguarda i momenti di contatto con la diversità, da intendersi anche come disabilità fisica o cognitiva. I bambini, in particolar modo, non sempre vengono a conoscenza delle diversità, talvolta in ragione di contesti familiari molto piccoli. Quindi è necessario, seppur in modo forzato, creare delle occasioni.

Restando nell’ambito infantile, i bambini non mostrano una percezione negativa della diversità, non sembrano avere dei pregiudizi di base. Perché, invece, la crescita pone delle barriere nei confronti del diverso?
Il bambino nasce puro. Si meraviglia di tutto, per cui è in grado di notare la diversità, pur evidenziandola come farebbe con qualsiasi altra cosa, e constatando un dato di fatto su cui non porre etichetta o giudizio. Successivamente, attraverso il sistema educativo e le relazioni, il bambino comincia a interiorizzare la modalità adulta di reagire al diverso. Vengono percepite le emozioni negative che l’adulto può sperimentare nei confronti della diversità, spesso figurata come un qualcosa da tenere a distanza. Basti pensare, per esempio, alla percezione dell’immigrato come usurpatore di lavoro. Il bambino, in sostanza, assimila tale percezione e inizia a farla propria, associandola alla normalità delle cose. Purtroppo, ciò si verifica anche in contesti scolastici e familiari, a meno che non subentrino dei sistemi educativi in grado di agire nella direzione giusta. È importante aiutare il bambino a leggere la diversità come risorsa, e a tradurre l’imbarazzo derivante dal contatto col diverso come un senso di curiosità. Il ruolo costruttivo dell’adulto, ricopribile anche dal genitore, è determinante affinché il bambino continui ad avere l’atteggiamento puro e originario della sua infanzia.

Quali sono gli strumenti, in senso pratico, per affermare una cultura dell’inclusione?
A livello familiare è importante creare delle interazioni sul territorio e, come accennavamo, generare dei punti di contatto tra bambini o adolescenti e la diversità. Questa può tradursi nell’anziano, nella persona disabile, o anche nel soggetto di diversa etnia. A tal proposito, è possibile frequentare delle associazioni locali che si occupino proprio di questo. D’altra parte ce ne sono tantissime e gli eventi non mancano. Il problema, tuttavia, e che attualmente vi partecipano pochissime persone. A livello educativo e scolastico occorre creare dei progetti ad hoc, introducendo la diversità a vario titolo. Anche gli alunni di una classe, per intenderci, compongono una fonte di differenze culturali da poter mettere in luce.

Bambini ascoltano insieme una fiaba in classe © iStock

Secondo la sua pratica professionale, esistono degli strumenti efficaci per rieducare gli adulti al rispetto della diversità? È possibile farlo?
Penso che non solo sia possibile, ma anche doveroso. Purtroppo, il soggetto adulto non è solito soffermarsi su certe tematiche, ritrovandosi completamente assorbito dal vivere la propria quotidianità. Occorrerebbe, invece, rispolverare le grandi domande esistenziali e riflettere sul valore della vita, così come sulla relazione con gli altri. Si tratta di uno slancio che forse è difficile provare spontaneamente, per cui è necessario, anche stavolta, che le istituzioni educative prendano l’iniziativa. Le scuole potrebbero organizzare degli eventi di formazione e riflessione su queste tematiche, quindi proporli ai genitori e aprirli al territorio. Sono costruttive anche le iniziative di volontariato nel contesto cittadino, come le forme di assistenza agli anziani. Fare un passo anche piccolo, nella direzione giusta, modifica la prospettiva che si ha dell’altro.

Lei è la fondatrice del progetto Scuole Felici, può dirci di cosa si tratta?
Io mi occupo di pedagogia e per tanti anni mi sono interrogata su quale fosse l’approccio pedagogico migliore. Poi ho incontrato il metodo danese, un approccio educativo nordeuropeo che consente al bambino di vivere all’aperto 365 giorni l’anno e di sperimentare il rischio. In parallelo, ho avuto modo di riprendere le pratiche e le discipline che vengono dall’Oriente, quali l’approccio della mindfulness e della meditazione. Ho cercato di declinare tutti questi elementi nella realizzazione di Scuole Felici: si tratta di servizi educativi destinati, in questo momento, ai bambini nella fascia 0 – 6 anni. Il progetto vanta l’apertura di dieci scuole principalmente nella provincia di Treviso e, a settembre, di una sede in Lombardia. L’obbiettivo è quello di continuare in questo percorso, diffondendo le Scuole Felici sul territorio nazionale. Credo che partendo dalla prima infanzia e costruendo un sistema educativo che, tra le altre cose, coinvolga anche i genitori, sia possibile porre le basi per un cambiamento.

 

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