L’inquinamento atmosferico uccide, anche in Italia. La parola agli epidemiologi

L’esposizione agli inquinanti presenti nell’aria è costata la vita, in Italia, a ben 76.200 persone in un solo anno. Secondo uno studio pubblicato su Lancet, siamo primi in Europa per mortalità da smog. L’importanza del lavoro degli epidemiologi.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione all’inquinamento atmosferico nel mondo causa 4,2 milioni di morti in tutto il mondo di cui almeno 600mila bambini colpiti da infezioni respiratorie acute, provocate dall’aria tossica. Ogni anno, si registrano quasi 500 mila morti premature in Europa. L’esposizione al particolato, cancerogeno, al biossido di azoto e all’ozono troposferico, è costata la vita, nel nostro Paese, a ben 76.200 persone in un solo anno, rivela l’Agenzia europea dell’ambiente. Secondo un recentissimo studio pubblicato su Lancet, siamo primi in Europa per mortalità da smog.

Il lavoro degli epidemiologi

Dietro queste stime c’è il lavoro degli epidemiologi, scienziati che studiano cause, distribuzione, frequenza delle malattie e della mortalità nella popolazione, a seguito di vari fattori. Quelli che vengono definiti determinanti di salute, come qualità dell’ambiente, condizioni socio-economiche, attività professionale ed esposizione agli inquinanti. Come Fabrizio Bianchi, dirigente di ricerca del Cnr, responsabile dell’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche  e Francesco Forastiere, oggi al Cnr di Palermo e visiting professor al King’s College di Londra.

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Proprio Francesco Forastiere è stato coordinatore dello studio Viias, Valutazione integrata dell’impatto ambientale e sanitario dell’inquinamento atmosferico, commissionato dal ministero della Salute, che nel 2015 aveva previsto quelle che sarebbero state le ricadute sulla salute degli italiani, a causa del particolato fine (Pm 2,5), ozono e biossido di azoto, al 2020. Dati che confermavano come nel 2005, lo smog fosse già stato causa del 7 per cento della mortalità osservata, per cause naturali, in Italia. “Nello studio Viias veniva già dimostrato che i livelli di inquinamento atmosferico, per la popolazione italiana, erano inaccettabili, con un costo oneroso di vite umane. Dati confermati dalle analoghe stime dell’Agenzia europea dell’ambiente”, precisa l’epidemiologo. Da allora cosa è cambiato? “Oggi, rispetto a quattro anni, fa c’è una maggiore consapevolezza e si comprende come inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici siano strettamente legati. Ma se pure le emissioni di alcuni inquinanti sono diminuite, la situazione è drammatica. L’Italia è uno dei paesi con l’impatto sanitario più grave, dovuto allo smog”.

In Italia, la politica sanitaria deve occuparsi delle ricadute ambientali

“Nel Piano nazionale dell’aria si è totalmente ignorato il tema della prevenzione. Il ministero della Salute ha partecipato a quel tavolo, ma solo per concordare le attività di comunicazione alla popolazione, nel caso di allerta per il superamento delle emissioni”, spiega Forastiere. Eppure l’impatto sanitario è rilevante. “Basti pensare ai bambini, alle donne in gravidanza. Gli studi ci confermano che l’inquinamento atmosferico influisce sul peso dei nascituri e sulle nascite pretermine”. Anche per questo, sottolinea lo scienziato “abbiamo bisogno non solo dell’intervento del ministero della Salute ma che l’intero servizio sanitario nazionale, a partire dei medici di base fino alle Asl, si occupi di ambiente”. Occorre, quindi, fare prevenzione, spiegare ai cittadini quali sono le ricadute ambientali di stili di vita non sostenibili. E occorrono programmi di ricerca di sanità pubblica. “Che attualmente mancano”.

Dello stesso avviso Fabrizio Bianchi. “Le stime prodotte dagli studi epidemiologici parlano di circa 60 mila morti premature in Italia. Ma sono numeri che non devono rimanere freddi o peggio ancora, macabri. Vanno letti attentamente dai decisori politici, come numero di decessi che possono essere evitati, riducendo l’inquinamento”. Per fare ciò, ribadisce Fabrizio Bianchi, occorre che le politiche di prevenzione sanitaria non vengano escluse dai tavoli decisionali, in seno ai ministeri dell’Ambiente e della Salute. Come pure nelle regioni, che in questa situazione emergenziale hanno un ruolo decisionale importantissimo. Con piani territoriali che possono incidere sulla qualità dell’aria, delle acque e dei suoli contaminati. Anche perché, ricorda Bianchi – autore di numerosi studi d’impatto come quello sulla centrale a carbone di Vado Ligure, sulla Val d’Agri e Taranto –, “oggi abbiamo a disposizione, attraverso i sistemi satellitari, una lettura molto precisa dei dati ambientali e dell’inquinamento in ogni angolo del Paese”.

Valutazioni sempre più attente

Tutto ciò, solo qualche anno fa era inimmaginabile. “La letteratura scientifica e i nuovi sistemi di rilevamento ci permettono di realizzare valutazioni di impatto sanitario sulla popolazione dell’inquinamento sempre più precise e circostanziate. Anche in modo preventivo”, ribadisce Bianchi. Ecco, quindi, che bisogna agire bene e fare presto. “I costi sanitari dell’inquinamento, in termini di perdita di qualità della vita sana, di morti premature di malattia, sono, sia tangibili nell’immediato, che intangibili cioè protratti nel tempo. Purtroppo, non vengono mai messi a bilancio. I tempi necessari per ottenere risultati sul versante sanitario, non combaciano con i tempi della politica”. Questione di tempo o di volontà, quindi? “Ridurre l’inquinamento oggi porterà vantaggi e risparmi di vite umane, nel giro di qualche anno, in termini di aspettativa di vita sana. Mentre ora si dimensionano le decisioni su tempi brevi, legati alla politica, alle legislature, invece avremmo bisogno di scenari almeno quinquennali, per vedere risultati concreti”.

Serve un cambiamento immediato

Entrambi gli epidemiologi concordano: l’era fossile ha portato ricadute insostenibili per l’ambiente e la salute umana, animale e vegetale. Ogni decisione verso un futuro sostenibile, con nuovi stili di vita basati su energie rinnovabili e non inquinanti, va presa al più presto. “I cambiamenti climatici, l’altra faccia dell’inquinamento, stanno sconvolgendo il pianeta. I migranti climatici non saranno migliaia di persone, ma milioni. Cambiamenti che, come stiamo osservando noi medici, stanno riportando anche malattie che pensavamo debellate”.

Un quadro drammatico, come delineato dall’Ipcc ben prima della Cop 25 di Madrid, che continua a essere ignorato dai potenti del mondo. “Eppure tutto sta avvenendo molto più velocemente di quanto pensassimo e occorre agire, in ogni nazione”, conclude Forastiere. Anche per questo diventa fondamentale il patto tra cittadini, medici e scienziati. “Al Cnr abbiamo intensificato gli studi su scale ridotte, per piccole porzioni di territorio. Indagini che confermano gli elevati rischi dell’inquinamento e le grandi potenzialità della prevenzione”. Informazioni che vanno diffuse tra la popolazione, in modo consapevole e scientifico.

Il ruolo degli epidemiologi

“Ogni studio epidemiologico viene disegnato coinvolgendo le popolazioni esposte. La partecipazione deve essere attiva e creare consapevolezza” precisa Fabrizio Bianchi. “Il nostro compito di scienziati, non è solo quello di realizzare indagini rigorose, ma di renderle accessibili ai cittadini, alle fasce di popolazione più giovane, come anche qui al Cnr abbiamo iniziato a fare”. Un patrimonio di conoscenza a disposizione della generazione dei Fridays for future.

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